Bambi. Una vita nel bosco di Felix Salten

Bambi. Una vita nel bosco di Felix Salten (Autore) – Giunti Editore, 2023

Un capolavoro, semplice e illuminante, commentato dalle profonde e toccanti illustrazioni di Fabian Negrin che si intrecciano al testo in un fitto dialogo che ne sottolinea il valore universale. Un classico capace di appassionare sia i più piccoli che gli adulti. Una storia che ci ammonisce sulla violenza degli uomini, che si comportano ancora come gli animali del bosco costretti dalla loro difficile condizione a lottare per la sopravvivenza. Un libro dono, un romanzo che per la sua delicatezza e la sua autenticità, dietro le parole riesce a far avvertire i sentimenti e le sensazioni di tutte creature che si muovono nella storia. Età di lettura: da 10 anni.

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La recensione di Robinson:

Dimenticate il film della Disney: questa è una fiaba che non conoscete, che pochi conoscono. Come spesso succede, la versione originale delle storie portate al successo sul grande schermo èmolto diversa dalla vulgata cinematografica. È accaduto per La Sirenetta, per Pinocchio, per Alice nel paese delle meraviglie, fiabe scritte per i più giovani ma ricche di suggestioni molteplici e di contenuti molto più articolati di quanto la trasposizione sul grande schermo non abbia restituito.

Per quelli che hanno la mia età e che ricordano la versione a cartoni, Bambi è soprattutto la storia di una perdita che avviene sotto gli occhi sbarrati di un giovane capriolo pieni di lacrime per la morte della madre.

Per quelli che hanno la mia età, Bambi è il ricordo di un trauma, quello della separazione, la prima volta in cui la morte entra sulla scena in un cartone animato. Metteva noi bambini davanti all’eventualità di accettare l’inaccettabile, ovvero la perdita della madre, e di sopravvivere a quel dolore. Bambi era sinonimo dell’indicibile, il racconto di un’esperienza dirimente, che divide in due la vita in modo netto: prima e dopo quella morte ingiusta e inaccettabile.

Adesso, per tutti quelli della mia o di altre età che continuano a sospettare che in fin dei conti «era meglio il libro», l’editore Giunti riporta in libreria il racconto originale di Felix Salten, nella nuova traduzione di Gabriella Pandolfo e con le belle illustrazioni di Fabian Negrin, che hanno il potere di far scolorire le ormai canoniche figure dell’estetica disneiana per proporre una versione quasi ancestrale degli animali e della natura. I caprioli, gli scoiattoli, i gufi appaiono come figure disegnate da mani primitive, simili a quelle ritrovate nelle grotte di Lascaux, di cui suggeriscono la stessa espressività senza tempo. Muovendosi tra le pagine, alberi e bestie si mischiano e si scambiano i colori, facendo risaltare la contiguità tra flora e fauna, l’equilibrio cromatico di cui solo la natura è capace. Le tavole dell’illustratore argentino ricreano un mondo fatto di chiaroscuri e di tratti pastello in cui l’unico vero intruso è l’uomo, che infatti non appare mai, come se non avesse diritto di cittadinanza in questa storia, neanche dal punto di vista visivo.

Perché è questo che racconta davvero la favola di Salten, che potremmo definire “ecologista” nonostante sia stata scritta nel 1923, quando l’allarme per salvare il nostro mondo in fiamme non era ancora scattato. Era scattato un altro allarme, però, che Salten (all’anagrafe Sigmund Salzmann, ebreo ungherese cresciuto a Vienna) volle far risuonare attraverso le pagine del suo racconto. Secondo alcuni, infatti, la storia di Bambi e dei suoi amici del bosco voleva alludere a un pericolo che iniziava a serpeggiare in tutta Europa proprio a partire dall’Austria, quello del nazionalsocialismo che in quegli anni cominciava a strutturarsi intorno alle agghiaccianti tesi hitleriane. In quest’ottica la crudeltà dell’uomo, armato e violento, potrebbe rappresentare quella dei nazisti nei confronti degli ebrei, innocenti e perseguitati come gli animali del bosco.

Poi, si sa, le fiabe sono quei racconti che sfidano i secoli proprio perché non parlano a una generazione ma a tutte, e ricamano con il filo del tempo figure universali e durevoli. La vicenda di Bambi e dei suoi compagni parla anche di solidarietà tra coloro che sono nella medesima condizione di pericolo, dell’amicizia tra pari (i giovani caprioli Gobo e Faline) che consente di staccarsi dal nucleo familiare per diventare grandi, perché si cresce solo se si cresce insieme.

Bambi racconta infine della prepotenza, dell’ottusità e dell’arroganza dell’uomo descritto dal punto di vista della natura. Parla di equilibri violati, di un ordine perfettissimo scardinato dalla convinzione da parte dell’uomo di essere un dio in terra solo perché ha saputo dotarsi di un braccio meccanico, l’arma da fuoco, grazie al quale può colpire e uccidere anche da lontano e a tradimento, con la codardia del vile.

«La cornacchia sa molte cose, e mi ha raccontato che Lui ha davvero tre mani, ma non sempre. La terza mano, dice la cornacchia, è la più cattiva. Non è attaccata a lui come le altre due, ma Lui la tiene appesa sulla spalla. Quando non ha la terza mano non è pericoloso».

Non ha un buon odore, l’uomo, gli animali lo conoscono e fuggono in sua presenza. Certo, a volte può fingersi amico, ma lo fa solo per ottenere qualcosa: lavoro, cibo, compagnia. La morte della mamma del cucciolo di capriolo diventa così figura dell’attentato mortale che l’uomo perpetua ai danni di Madre Natura. E Bambi, a ben vedere, siamo un po’ tutti noi, quando d’un tratto ci scopriamo orfani di un tratto di costa, di un parco alberato, della cima di un ghiacciaio che si riduce ogni anno di più.