5 stagioni. La mia vita sulla Marmolada

5 stagioni. La mia vita sulla Marmolada di Carlo Budel

Da cinque anni, Carlo Budel è il custode della Marmolada. Gestore di Capanna Punta Penìa, il rifugio più alto delle Dolomiti, passa le sue stagioni estive a 3.343 metri d’altitudine ad accogliere chi, come lui, cerca un riparo fisico e spirituale nella montagna. Qui, tra terra e cielo, tra la ferocia delle tempeste e la bellezza della natura incontaminata, tra il silenzio del- la neve che cade e l’assordante rumore del vento, da solo e in compagnia, ha vissuto il bello e il brutto della montagna. In questo libro dal forte sapore narrativo, Carlo racconta a cuore aperto ciò che la montagna gli ha mostrato e insegnato nelle ultime stagioni, dai disastri della siccità alla magia dell’amicizia in alta quota, da storie di solidarietà a racconti di solitudine, fino al resoconto del terribile 3 luglio 2022. Il giorno della tragedia del distacco del seracco della Marmolada, in cui morirono undici persone, Carlo era in Capanna. Da Punta Penìa ha sentito il boato assordante, ha visto le operazioni di ricerca, ha assistito al viavai, nel panico, degli escursionisti che erano con lui. Ha lasciato il suo rifugio solo dopo alcuni giorni, incapace di abbandonare la sua casa anche se pieno di disperazione.

____________________________________________________

Leggi l’intervista completa all’autore a questo link del Corriere online

«9-8-1973 nasceva io, a Feltre. Oggi sono 50». Con uno slogan volutamente sgrammaticato a tradire la consueta ironia, Carlo Budel – gestore di Capanna Punta Penìa, il rifugio più alto delle Dolomiti a quota 3.343 metri — affida ai social il suo mezzo secolo d’età. Mentre il post diventa virale («tra Instagram e Facebook ho 15 mila messaggi di auguri, la gente mi vuole bene»), il rifugista si racconta concedendosi mezz’ora di relax: «Anche oggi mi sono svegliato alle cinque e ho servito la colazione a una coppia di polacchi e a due gemelle vicentine che hanno dormito qui: tè, caffè, torta, biscotti e strudel».
Il suo «famoso strudel». Qual è il segreto?
«È fatto con pasta frolla, mele, pinoli, uvetta e cannella, come va fatto lo strudel. Il segreto forse è il fornello economico a legna, cuoce con lentezza. Ma la verità è che quassù è tutto più buono».
Come si sente a 50 anni?
«Bene, uguale a prima: mi sento giovane dentro e faccio quello che mi piace».
Che infanzia ha avuto?
«Sono nato a Feltre ma a un anno ci siamo trasferiti a Lavis. Papà lavorava per la Del Favero, una ditta edile di lì, mentre mamma era casalinga. I primi 19 anni, fino al militare, li ho passati a Trento».
Che ragazzo era?
«Selvatico. Ho solo la terza media perché a scuola non ci andavo: andavo a rubare asparagi sull’Adige o a funghi in montagna. Ho ripetuto due volte la prima, due volte la seconda e in terza hanno accettato di promuovermi solo se fossi andato a lavorare».
Quando ha abbracciato il suo destino?
«Dai 15 ai 18 anni venivo già qui a passo Fedaia a lavorare per Aurelio (Soraruf, il proprietario di Punta Penìa, ndr). Ma dopo il militare, dai 20 anni fino ai 42, ho fatto il carrellista in fabbrica: caricavo i camion in una cartiera. Lavoro bello, ma era tutto uno schema: lavorare dal lunedì al venerdì, sabato e domenica a casa, le ferie a Natale e in agosto. Una volta ho chiesto due mesi per un viaggio in Sud America: impossibile, mi davano al massimo tre settimane. Così ho mollato, ero “stufo agro”. Adesso lavoro molto di più, sette giorni su sette, ma a fine stagione decido io se partire tre o cinque mesi».
Si sarebbe mai aspettato di scrivere tre libri?
«Sono nati per gioco. Il primo me l’ha proposto l’editore, poi quello fotografico e il terzo, “5 stagioni. La mia vita sulla Marmolada”, sta andando benissimo. È primo nelle classifiche dei libri di montagna in Italia. Non me lo sarei mai aspettato, per essere uno che ha la terza media».
Ne ha un altro nel cassetto?
«C’è l’idea di scrivere quello che mi è successo quando sono rimasto bloccato quattro mesi in un paesino della Birmania, Ngapali. C’era il Covid e potevo scegliere se rientrare o restare. Sono rimasto in mezzo alla gente birmana: il popolo buddista è buono, onesto, mi sentivo di casa. Solo che il 20 giugno avevo l’obbligo di apertura a Punta Penìa e, dopo due settimane in quarantena, sono riuscito a tornare il giorno stesso passando dai 45 gradi al sottozero. Uno shock termico».
Quando rimane settimane da solo a Punta Penìa, invece, cosa fa?
«Durante le tormente di neve pulisco il rifugio, cucino e leggo tantissimo nel silenzio totale. Adesso sto leggendo “L’ultimo viaggio al Magic Bus”. Tanti autori mi fanno recapitare i loro libri con la dedica: come Federica Mingolla, l’arrampicatrice, con “Fragile come la roccia”. Ma venerdì per noia ho fatto un pupazzo di neve che ha fatto il giro d’Italia tempo zero: impressionante».
Come è diventato «social»?
«Su Facebook gli “amici” sono limitati. Così cinque anni fa sono passato a Instagram: nell’ultimo mese ho raggiunto un milione e mezzo di persone. È tutto un gioco, qui non ho nemmeno la tv. I social sono un passatempo: devo tenere puliti i profili».
Dagli «hater»?
«Qualche invidioso c’è e, siccome non se li fila nessuno, insultano e scrivono cattiverie incredibili. Io li blocco: non perdo tempo con persone frustrate».
Meglio parlare con gli uccelli?
«Il mio Carlo Gracchio! Ormai è un personaggio. A parte fringuelli e gracchi alpini, quassù non ci sono animali. Ma a metà giugno c’era ancora tanta neve e ho visto una volpe bellissima. Era freddo, non capivo cosa fosse venuta a fare. Il giorno dopo in bagno ho trovato il suo volpacchiotto; probabilmente si era perso. Gli ho dato zuppa di gulasch finché la mamma è riuscita a trovarlo e se ne sono andati. E’ stato emozionante. Ho fatto un video alla volpe, ma il cucciolotto ho preferito che restasse una cosa mia».
Un romantico. È fidanzato?
«Ho avuto delle fidanzate, ma adesso sono single. Una storia mi piacerebbe, ora: l’amore lo aspetto. Da qualche anno non ho una relazione seria, però frequento le donne. Le turiste ci provano abbastanza, però io faccio molta selezione: una deve proprio piacermi. Diciamo che me la tiro un po’».
Ospiti «vip» ne passano mai da Punta Penìa?
«Massimiliano Ossini, il conduttore di “Unomattina”, è stato qui più volte. E poi alpinisti forti, come Hansjörg Auer. Si fa fatica ad arrivare quassù, di vip non ne vedi molti: preferiscono zone da paparazzi».
E lei dove va in inverno, quando chiude il rifugio?
«A scoprire posti nuovi, in valli disperse oppure in giro a “fare stagioni”. Scelgo posti in cui non sono stato: sul Civetta, al Piz Arlara, in val Curon. Mai in città: troppo casino».
La tragedia della Marmolada ha cambiato il suo rapporto con la montagna?
«Da allora sono in contatto con i parenti delle vittime: mi hanno chiesto loro di tornare quassù per vegliare i loro cari. Se ne è parlato talmente tanto che la gente adesso ci pensa due volte a salire il ghiacciaio, quasi tutti scelgono la via ferrata. Ma il mio rapporto con la montagna è sempre un rapporto d’amore».
Cosa pensa del turismo di massa?
«Non capisco la gente. Da dopo la pandemia sceglie la montagna per sentirsi più libera, ma poi vanno tutti negli stessi posti: lago di Sorapis, di Braies, Tre Cime di Lavaredo… Eppure le Dolomiti hanno spazi illimitati; se vogliono la solitudine basta cambiare. Dico a Zaia: in Veneto ci sono scorci di Dolomiti stupendi, se non vuoi il turismo di massa dì alla gente che ci sono anche altri posti dove andare. Lo stesso vale per Trentino e Alto Adige».
E della polemica sui rincari cosa dice?
«Da noi, lo scorso anno, la mezza pensione era 60 euro, quest’anno è 70 e comprende cena, pernottamento e colazione. Ma ci riforniamo in elicottero, abbiamo costi altissimi: è aumentata la spesa, il gasolio, la legna addirittura del 25%. I rincari non hanno come obiettivo che la gente non arrivi; è che nell’ultimo anno il prezzo della vita è cresciuto in maniera assurda».
Quale sorpresa vorrebbe ricevere per il suo compleanno?
«Vorrei che la mia cagnolina Paris, un incrocio tra un labrador e un lupo di 16 anni e mezzo, bussasse alla porta. È a Belluno, con mio fratello. Oggi è la cosa che mi manca di più».
Quale desiderio esprimerà spegnendo la candelina sullo strudel?
«Sono felice così, non ho niente da chiedere. La cosa più bella che posso augurarmi è continuare ancora per anni a gestire Capanna Punta Penia in salute».
Se a 50 anni si sente più saggio, quale insegnamento vorrebbe condividere?
«Vorrei dire alla gente, specialmente ai giovani: non buttate via la vita facendo qualcosa che non vi piace perché vi sentite obbligati o per inseguire il posto fisso. Se proprio non riuscite a fare quello che volete, tornate indietro».

Altri libri Sperling & Kupfer