Amélie Nothomb

Amélie Nothomb

Ha partecipato al Salone del libro di Torino dove ha parlato di suo padre, protagonista di Primo Sangue (Voland), il romanzo che ha scritto per affrontare la morte del padre e che è candidato al Premio Strega europeo: il padre è il narratore della sua stessa storia che Amélie Nothomb ha scritto sei mesi dopo la sua scomparsa per emergere dal dolore.

“Il libro è un grande un atto d’amore: lui è morto durante il lockdown e non sono potuta andare ai suoi funerali. Avevo bisogno di resuscitarlo e quindi gli ho dato la voce”.

Amélie Nothomb racconta il tentativo di trovare la giusta distanza, che spesso nei suoi romanzi si risolve con l’ironia: “Per scrivere devi determinare la tua distanza dal soggetto che vuoi raccontare – dice – se sei troppo vicino non riesci a vedere bene, se sei troppo lontano è tutto troppo freddo”.

Il padre parlava poco, “perché credeva nella responsabilità delle parole. Io cerco di utilizzare la forza del linguaggio con i miei libri” dice la scrittrice che parla il giapponese. “Parlare un’altra lingua ti dà la consapevolezza della tua”.

Nel libro si parla anche di guerra: “Qualunque artista è in grado di intercettare quello che accade intorno”. E ad Arena Robinson  Nothomb racconta la sua passione per le sacre scritture: “Da bambina Gesù è diventato il mio super eroe”.

Nothomb è un’autrice prolifica, questo è il suo trentesimo romanzo, e – a proposito della scrittura- rivela: “Scrivo ogni giorno dalle 4 alle 8 del mattino. Un solo giorno non l’ho fatto, una domenica mattina del 2017: avevo deciso di fare la persona normale, di non scrivere. È stata una giornata terribile: mai più. Se non scrivo divento una persona orribile”. È in merito alla lettura dice: “Per venire a Torino mi sono messa a leggere Natalia Ginzburg”. Il libro del cuore? “Lettere a un giovane poeta di Rilke: tutti dovremmo leggerlo”.

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