Aspettando un centenario diverso. Italo Calvino 2023

Aspettando un centenario diverso. Italo Calvino 2023 di Angelo Favaro

Sfogliando un magazine culturale, non posso non soffermarmi sulla pubblicità del nuovo progetto editoriale dei Meridiani Mondadori dedicati a Romanzi e Racconti di Italo Calvino; in commercio il primo volume dal 16 novembre 2022, e gli altri due a seguire. Mi affretto a verificare cosa contengano in più o di differente rispetto all’edizione precedente, in mio possesso, e leggo: «Il primo volume dei tre Meridiani nei quali è raccolta in ordine cronologico l’intera produzione narrativa di Calvino, sia edita che inedita, arricchita da prefazioni d’autore presentate in un’apposita sezione. Le note e notizie sui testi forniscono preziose informazioni sulla genesi delle singole opere, sulle influenze letterarie che le hanno ispirate, sulle varianti che documentano le successive fasi di scrittura.» I nomi dei curatori sono i medesimi, Mario Barenghi e Claudio Falcetto, ma il numero delle pagine varia: 1488 rispetto alle 1393 dell’edizione precedente.

Urge andare in una libreria, ben fornita, e verificare. Le celebrazioni per il centenario dalla nascita si avvistano all’orizzonte, e si avvicinano rapidamente. Sarà un centenario diverso? Si riconoscerà finalmente a Italo Calvino di essere semplicemente e magnificamente Italo Calvino? Si riuscirà a revitalizzare un’Opera complessa e prismatica senza rischiare la noia e la polvere di tante manifestazioni centenarie?

Urge riscoprire Calvino!

Urge per chi? Per me evidentemente che leggo ininterrottamente l’Opera narrativa di Calvino, i saggi, le lettere, le Fiabe italiane da quando ero un povero adolescente in cerca d’autore, o meglio d’un autore che sapesse dire meglio di me, e probabilmente più di me, quel che si muoveva nel mio animo inquieto.

Il primo incontro con Calvino fu un dono di mia madre: la raccolta in volume dei Racconti. Divorati, restai incantato dalla serie de Gli amori difficili (come se ci fosse un amore semplice, ne parlavo stamane con degli studenti), l’Avventura di uno sciatore e poi L’avventura di due sposi si erano impossessati del mio immaginario. Cercavo anch’io il lato caldo del letto, ma a 16 anni non c’era lato caldo!

Lunga discussione con la mia amica Titti, adesso stimato medico Maria Teresa Papetti:
– Il più grande narratore italiano è Moravia! (Sentenziò lei)
– Ma che dici? È Calvino!
– Non è vero, io lo conosco di persona Calvino e guarda che non è affatto così grande come credi tu. (Mi attaccò lei)
– Beh, io conosco Moravia, sta sempre qui a Sabaudia, al Bar Italia, e allora se vuoi te lo presento, tanto parla con tutti!
– Tu mi presenti Moravia, e io ti presento Calvino! (Pacta servanda sunt)

Ahinoi, quando io dissi timidamente a Moravia che c’era una mia amica che voleva conoscerlo: prese il bastone con il quale si aiutava a camminare e lo sbatté sul tavolino del Bar Italia, dicendo tutto rosso in volto: «Non voglio conoscere nessuna tua amica! Basta con le donne! Basta! E anche tu stanne lontano».

Avevamo appena finito il ginnasio e ci preparavamo all’estate più bella delle nostre vite, lasciai cadere il silenzio sull’argomento. Moravia non voleva conoscere Titti, e secondo me Calvino non avrebbe voluto conoscere un sedicenne che andava al mare a Sabaudia in bicicletta, scendeva alla spiaggia dello stabilimento, all’hotel Le Dune, leggendo i suoi romanzi. Sì, perché nel frattempo avevo scoperto la trilogia dei Nostri antenatiIl sentiero dei nidi di ragnoIl castello dei destini incrociatiSe una notte d’inverno un viaggiatore… in quest’ordine! Mentre Monica voleva persuadermi a leggere Morante, Pirandello, Virginia Woolf, io insistevo con Calvino, Hesse, Mann. E poi… poi Myriam, una avvenente sceneggiatrice della Rai, con la quale conversavo quotidianamente, dal momento che mi ospitava sotto il suo ombrellone, mi regalò Le città invisibili. Non ho mai capito se aveva avuto una storia con Calvino, ma ne parlava come si parla di un innamorato che è stato scioccamente tradito, e con il quale non si può tornare nemmeno a riconciliarsi, perché la si è fatta grossa. Io la imploravo perché ero certo che incontralo avrebbe mutato la mia vita! Lei mi promise che quando fossi giunto a Roma per frequentare l’università, mi avrebbe fatto finalmente conoscere Calvino, che spesso passava in Rai.

Leggevo tutto quel che capitava di lui e su di lui, e ovunque fosse pubblicato, come la cosmicomica L’altra Euridice su «Repubblica».

Era il 20 settembre 1985, la scuola sarebbe cominciata soltanto a metà ottobre, faceva ancora molto caldo. Giungo in spiaggia. Myriam mi passa «Repubblica», prendo in mano il giornale e leggo il titolo: E poco prima dell’alba è finita la lunga agonia. Un titolo così scialbo, che se non fosse stato accompagnato dalla galleria fotografica non avrebbe significato nulla…un titolo così per annunciare la morte di Italo Calvino! Io lasciai il giornale lì sulla sabbia. Cominciai a lacrimare. Non riuscii a dire nemmeno una parola. L’anno della mia maturità liceale: decisi che avrei presentato all’esame una tesina su Ti con zero. Trascorsi mesi in biblioteca a Sabaudia e a Latina (altro che internet!). Scrissi la mia tesina. Il mio prof. di italiano mi incoraggiò a presentarla all’esame e la valutò “eccellente”, era troppo buono con me, e mi definiva il suo omonimo, si chiamava Angelo D’Onofrio. E invece la commissione non volle nemmeno sfogliare il mio lavoro battuto a macchina, con una Olivetti Lettera 32, perché nessuno conosceva Calvino, e non era nel volume di letteratura italiana in adozione.

Era stato proprio lui a definire le caratteristiche di un classico, in una bella sequenza aforistica-esplicativa, in forma di articolo, apparsa su «L’Espresso», del 28 giugno 1981, dal titolo: Italiani, vi esorto ai classici. Chissà perché mi ricordava tanto il foscoliano “O Italiani, io vi esorto alle storie…” dell’orazione pavese? Comunque, l’aforisma numero 11 affermava: Il «tuo» classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui. E così ne scriveva Calvino: «Credo di non aver bisogno di giustificarmi se uso il termine “classico” senza fare distinzioni d’antichità, di stile, d’autorità. (Per la storia di tutte queste accezioni del termine, si veda l’esauriente voce Classico di Franco Fortini nell’Enciclopedia Einaudi, vol. III). Quello che distingue il classico nel discorso che sto facendo è forse solo un effetto di risonanza che vale tanto per un’opera antica che per una moderna ma già con un suo posto in una continuità culturale.»

Aveva chiarito, grazie a quella sua speciale abilità di tessere con la lingua italiana discorsi persuasivi e senza ombra alcuna di incertezza o contraddizione, un mio feroce innamoramento per la sua scrittura: Calvino ha rappresentato, e rappresenta, per me un intellettuale capace di essere classico per una naturale risonanza con l’antichità e con la contemporaneità.

Leggere Calvino costituiva e costituisce un’esperienza unica e continua di precisione linguistica, di lucore e nitore sintattico. Trovavo e trovo, quando mi immergo nei suoi testi, quella stessa architettura del pensiero che avevo rintracciato in Tucidide, in Demostene, in Cicerone, quella proporzione fra scelta lessicale e geometria della proposizione, che armonizzano con la mia sensibilità stilistica. Fin dai primi scritti, una maturità, che è frutto di conoscenza e non solo di esperienza, capace di generare il necessario rapporto di sintesi fra contenuto, forma, pensiero. E tuttavia non è un esercizio di stile, ma tutto scaturisce da una costante e indefessa ricerca, da una crisi che non abbandona mai Calvino, dagli anni Cinquanta ai Sessanta, fino alla morte, poderosa necessità di comprendere i tempi, di trovare il modo migliore per affrontare la contemporaneità nel suo essere tale, senza timori o cedimenti, senza ergersi a maestro o a mentore di alcuno, ma tentando di apprendere costantemente la lezione delle cose, senza perdere la forza delle idee. E poi sufficiente tornare a studiare le tanto vituperate Lezioni americane, postume.

Vorrei, tuttavia, semplicemente proporre due esempi. Il primo tratto dalle Città invisibili, volume che non finirò mai di leggere, e il secondo da un articolo pubblicato nella fase più ardua della vicenda Moro.

L’uomo che viaggia e non conosce ancora la città che lo aspetta lungo la strada, si domanda come sarà la reggia, la caserma, il mulino, il teatro, il bazar. In ogni città dell’impero ogni edificio è differente e disposto in un diverso ordine: ma appena il forestiero arriva alla città sconosciuta e getta lo sguardo in mezzo a quella pigna di pagode e abbaini e fienili, seguendo il ghirigoro di canali orti immondezzai, subito distingue quali sono i palazzi dei principi, quali i templi dei grandi sacerdoti, la locanda, la prigione, la suburra. Così – dice qualcuno – si conferma l’ipotesi che ogni uomo porta nella mente una città fatta soltanto di differenze, una città senza figure e senza forma, e le città particolari la riempiono. Non così a Zoe. In ogni luogo di questa città si potrebbe volta a volta dormire, fabbricare arnesi, cucinare, accumulare monete d’oro, svestirsi, regnare, vendere, interrogare oracoli. Qualsiasi tetto a piramide potrebbe coprire tanto il lazzaretto dei lebbrosi quanto le terme delle odalische. Il viaggiatore gira gira e non ha che dubbi: non riuscendo a distinguere i punti della città, anche i punti che egli tiene distinti nella mente gli si mescolano. Ne inferisce questo: se l’esistenza in tutti i suoi momenti è tutta se stessa, la città di Zoe è il luogo dell’esistenza indivisibile. Ma perché allora la città? Quale linea separa il dentro dal fuori, il rombo delle ruote dall’ululo dei lupi? (Le città e i segni. 3)

Che altro aggiungere? Zoe è la città che ognuno si porta dentro, ma è soprattutto lo spazio del riuso, dell’indistinto, del possibile, della contraddizione… lo spazio della nostra, oggi, proprio oggi, veramente e compiutamente oggi, contemporaneità. L’anno di pubblicazione de Le città invisibili è il 1972!

18 maggio 1978, Calvino pubblica sul «Corriere della Sera» un articolo dal titolo: Le cose mai uscite da quella prigione (I. Calvino, Saggi 1945-1985, a cura di M. Barenghi, vol. II, Milano, Mondadori, 1995, pp. 2336-43), e diversamente da altri intellettuali e scrittori interviene dopo la morte di Moro: rimarcando che tutta la situazione era stata a tal punto oscura da apparire incomprensibile, ma al contempo che non riusciva a rassegnarsi all’incomprensibile. E comunque fin dai primi atti dal rapimento e del processo aveva pensato che Moro non si sarebbe salvato.

La mia immaginazione si sforzava senza riuscirci di rappresentarsi i dialoghi non solo nei contenuti ma nelle frasi parola per parola, il tono delle voci, la possibilità dell’uso del discorso nel cuore del terrore. E insieme sentivo la certezza desolata che quei dialoghi non si sarebbero mai più potuti ricostruire, che erano perduti per sempre, più di quelli di Cesare e di Bruto e di Antonio, perché i carnefici non raccontano mai nulla e Moro non sarebbe più tornato.

Le Brigate rosse erano apparse a Calvino “inarticolate e feroci”, ma mentre stavano minacciando la DC ne garantivano l’ “immunità morale”. Conclude l’articolo riflettendo sul procedimento della dialettica: si potrebbe rovesciare il negativo in positivo, ma dal male non deriva altro che male, afferma lo scrittore, e i «mali italiani accumulati hanno portato alla mostruosità dell’omicidio Moro. Ne deriverà altro male, che andrà combattuto in quanto male, se possibile, e pensato come male, comunque».

Ecco, forse, senza bilanci che sbilanciano sempre, Calvino, che sta per compiere il suo centesimo compleanno (era nato a La Havana, il 15 ottobre 1923) mi ha continuato a mostrare il piacere della curiosità e dell’osservazione, proprio quella del signor Palomar, e ad amare quel che è microscopico e delimitato come un granello di sabbia, insieme a quel che è sconfinato e infinito come l’amore:

Ora che il giovane idiota aveva terminato la sua lenta merenda, padre e figlio, seduti sempre ai lati del letto, tenevano tutti e due appoggiate sulle ginocchia le mani pesanti d’ossa e di vene, e le teste chinate per storto – sotto il cappello calato il padre, e il figlio a testa rapata come un coscritto – in modo di continuare a guardarsi con l’angolo dell’occhio. Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari. E pensò: ecco, questo modo d’essere è amore. E poi: l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo. (I. Calvino La giornata di uno scrutatore, 1963).

di Angelo Favaro