Blonde

Blonde

Il libro: Blonde di Joyce Carol Oates

Autore: Joyce Carol Oates

Traduttore: Sergio Claudio Perroni

Editore: La nave di Teseo

Collana: I delfini. Best seller

Anno edizione: 2021

In commercio dal 4 febbraio 2021

Pagine: 1320 p., Brossura

EAN: 9788834605271

Joyce Carol Oates trasforma in romanzo tutte le vite di Marilyn Monroe: molto più di un sex symbol da calendario, con le sue contraddizioni e fragilità Marilyn è entrata nell’eternità del mito. Da adolescente solitaria a bellezza planetaria, ma anche donna insicura, giovane determinata, amante incostante, bambina innamorata, playmate e ragazza in lotta con lo specchio, attrice venerata e paziente in analisi, donna con molti amanti e poco amore, morta prematuramente e ancora viva nella memoria collettiva. Joyce Carol Oates, con il suo straordinario talento narrativo, riesce a mescolare storia e finzione in un romanzo in cui la vita si intreccia indissolubilmente con la fantasia, un capolavoro letterario in cui rivive la diva più grande di sempre.

Il film

La recensione di Blonde di Andrew Dominik: Ana de Armas è Marilyn Monroe

Blonde, quarto lungometraggio lunghissimamente covato di Andrew Dominik – che già mostrò tutto il suo ribollente e sconfinato talento con quella mitica e sfolgorante pellicola che è L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (ma non solo, ovviamente), e che alcuni ridussero, e continuano stoltamente a ridurre, a sterile e compiaciuto manierismo autoriale d’alta classe – trionfa nell’apparentemente impossibile impresa che mai nessuno è riuscito a (o ha anche solo tentato di) compiere: trasfigurare e restituirci, letteralmente, la profonda, opaca e distruttiva complessità di Norma Jeane Mortenson Baker, AKA Marilyn Monroe.

La visione d’insieme, le atmosfere sospese e pulviscolari, le scelte stilistiche, le stratificazioni e il linguaggio proteiforme di questo film monumentale e sconvolgente sono sì morbosamente perturbanti, tetre, angosciose, finanche nauseanti, e molto: ma era proprio questo, chiaramente, l’obiettivo di Dominik: quello di calarci senza infingimenti e indoramenti di pillola nella solitudine intrinseca e negli abissi più reconditi della fragile, labilissima psiche di una donna-icona che ha incontrato (molto) spesso il male di vivere e che ognuno di noi, volente o nolente, ha contribuito ad assimilare e distruggere.

Un’operazione messa in atto nella maniera più ardita, composita e radicale possibile, e che consente all’australiano di dar vita ad una polifonia mortuaria e raggelante, a una passerella di fantasmi, di defunti che tornano in vita: di simulacri scomparsi che riacquistano una vitrea e inquietante concretezza, come spettri che rivivono sostanziando la natura abbacinante, fantasmatica e illusoria del cinema: un giro di vite bagnato dal sole nero di Los Angeles, un incubo dai contorni traslucidi, un’ordalia horror senza vie d’uscita, una prigione soffocante senza alcuna possibilità di salvezza: tour de force visivo, acustico e intrauterino al quale si assiste in uno stato di trance: di sconvolgimento interiore per ciò che si sta guardando, imprigionati ma al contempo sedotti.

Dominik ci ingabbia brutalmente e scientemente nell’anima tormentata di Marilyn portandoci a ripercorrere gibsonianamente tutte le tappe del calvario che questa donna subì nel corpo, nella mente e nello spirito mentre l’universo che le gravitava attorno (cioè noi) si compiaceva concentrandosi lascivamente sulla sua apparenza più decifrabile e luminosa, sulle sue forme, sulla sua perlacea e lucente bellezza: su quella finta ocaggine che per fragilità cavalcava lei stessa nel goffo e disperato tentativo di nascondere i suoi insanabili complessi come il terrore della malattia mentale ereditata dal ramo materno, l’atavico timore di non essere una figlia voluta, il disagio di non sentirsi mai autenticamente compresa mentre il mondo procedeva senza accorgersi di nulla, troppo concentrato a plasmare la granitica e scintillante iconografia dell’immaginario pop collettivo che tutti conosciamo e che tutti abbiamo contribuito warholianamente a codificare e diffondere (mentre tutto, a onor del vero, era ben più che visibile anche all’occhio meno sensibile: riguardate anche solo qualche estratto de Gli spostati o de Gli uomini preferiscono le bionde, e provate a raccontarvi che non si leggeva chiaramente la disperazione implorante aiuto stampata sul suo diafano e cagionevole viso)…

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