• Giustizia

    Tutta giocata di sponda è la partita di biliardo (umano) su cui si impernia questo romanzo giallo: o meglio “antipoliziesco”, giacché sin dall’inizio ci esibisce l’assassino. La prima palla a finire in buca, per un colpo a la bande, è la testa calva del professor Winter, esimio germanista: centrato dai proiettili dello squisito consigliere cantonale Kohler, cade con la faccia nel piatto di tournedos Rossini che stava gustando nel ristorante Du théâtre. Quindi, a una a una, rotoleranno in buca le altre palle – un playboy, una squillo d’alto bordo, una perfida nana, un protettore -, delineando un autentico rompicapo: “II comandante era disperato. Un omicidio senza motivo per lui non era un delitto contro la morale, bensì contro la logica”. Kohler, poi, in galera è l’uomo più felice del mondo: trova giusta la pena, meravigliosi i carcerieri, e intreccia serafico ceste di vimini. Ha un unico desiderio: che l’avvocato Spät, squattrinato difensore di prostitute, si dedichi finalmente a un’impresa seria (ma a lui sembrerà pazzesca) e riesamini il caso partendo dall’ipotesi che non sia Kohler l’omicida: “Deve solo montare una finzione. Come apparirebbe la realtà, se l’assassino non fossi io ma un altro? Chi sarebbe quest’altro?”. Accettata la sfida, Spät precipiterà ben presto in un gorgo, in una surreale commedia umana e filosofica che tiene tutti – lettori in primis – col fiato sospeso: per quale ragione Kohler è di umore tanto allegro? E perché mai ha ucciso Winter?

  • Il giudice e il suo boia

    Esiste il delitto perfetto? Gastmann, “demonio in forma umana”, ne è convinto, e per dimostrarlo al commissario Barlach – e vincere la scommessa fatta in una bettola sul Bosforo – getta un uomo dal ponte di Galata. Per oltre quarant’anni il commissario seguirà le orme di quella belva feroce, finché un giorno, nella tetra quiete del lago di Biel, in Svizzera, l’assassinio dell’ispettore Schmied lo metterà nuovamente di fronte all’inquietante spettro del suo nemico e degli audaci, efferati delitti da lui commessi. A Barlach non resta molto da vivere: giusto il tempo di regolare i conti.

  • La morte della Pizia

    «Stizzita per la scemenza dei suoi stessi oracoli e per l’ingenua credulità dei Greci, la sacerdotessa di Delfi Pannychis XI, lunga e secca come quasi tutte le Pizie che l’avevano preceduta, ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro». Con queste parole spigolose e beffarde ha inizio La morte della Pizia e subito il racconto investe alcuni dei più augusti miti greci, senza risparmiarsi irriverenze e furia grottesca. Ma Dürrenmatt è troppo buono scrittore per appagarsi di una irrisione del mito. Procedendo nella narrazione, vedremo le storie di Delfi addensarsi in un «nodo immane di accadimenti inverosimili che danno luogo, nelle loro intricatissime connessioni, alle coincidenze più scellerate, mentre noi mortali che ci troviamo nel mezzo di un simile tremendo scompiglio brancoliamo disperatamente nel buio». L’insolenza di Dürrenmatt non mira a cancellare, ma a esaltare la presenza del vero sovrano di Delfi: l’enigma. La morte della Pizia è stato pubblicato da Dürrenmatt all’interno del Mitmacher nel 1976.

  • La morte di Socrate

    Platone, avaro e pomposo aristocratico, avido di popolarità, vuole sbancare con un best-seller, e , costi quel che costi, concretizzare la propria idea di Stato giusto. Socrate è un beone geniale e alla moda, non manca un solo banchetto, ma ha il vizio di rubacchiare qua e là monili e statuette con cui rimpingua la bottega di antiquariato della moglie, la bionda Santippe. Platone decide di sfruttare la situazione, ricatta Socrate e gli offre denaro in cambio dei dialoghi che solitamente getta al vento. Alla celebre coppa di cicuta Socrate giunge per motivi diversi da quelli tradizionalmente noti: snocciolando i lati oscuri di quegli antichi geni, il demiurgo Durrenmatt intavola un dibattito sul rapporto fra concreto e astratto, pubblicità e vero sapere, ambizione e qualità. Lucido e sorprendente, abile nel giocare con i grandi pensieri e la storia come fossero biglie di vetro, Durrenmatt chiama alla riflessione, anche con poche battute.

  • La promessa

    Descrizione

    Promisi sulla mia coscienza di trovare l’assassino, solo per non essere costretto a vedere ancora il dolore di quei genitori… e ora devo mantenere la mia promessa.” Il freddo e infallibile investigatore, il commissario Matthäi, è vincolato all’impegno preso, e obbligato a risolvere il caso di una bambina di sette anni brutalizzata e uccisa in un bosco. Ma “La promessa”, “antiromanzo giallo”, liquida con un massimo di crudeltà e finezza il genere poliziesco colpendolo proprio alla radice, cioè nella sua favolosa e assoluta consequenzialità. Gli elementi del genere ci sono tutti: i colleghi, ottusi o altezzosi, che si rifiutano di prestare fede alle sorprendenti intuizioni del commissario; un delitto raccapricciante con drammatici precedenti; un presunto colpevole; e la sorpresa finale, con lo scioglimento del mistero e la rivelazione dell’autentico assassino. Tutto viene però parodisticamente distorto e deformato nella celebrazione funebre del personaggio del detective e del racconto giallo tradizionali. Dürrenmatt sostituisce alla morale pratica di ogni poliziotto (il delitto non paga) una morale metafisica in cui regna l’assurdo: il razionale non prevale affatto sul caos, o almeno non fatalmente, e chi fa affidamento sulla razionalità finisce per esserne la prima incompresa vittima.