• Il re dei giochi

    I quattro vecchietti che stazionano abitualmente nei pressi del BarLume devono in qualche modo passare il tempo. Massimo ha dato loro una grossa mano, installando nello stanzone sul retro il re dei giochi: un biliardo. Neanche la politica riesce a distrarli con una sessione di elezioni suppletive per eleggere un nuovo senatore nel collegio di Pineta. Ma siccome ormai i quattro si sono abituati a indagini e delitti, vedono misteri anche dove non ce ne sono. Per questo, quando Marina Corucci (vedova di un imprenditore edile e grande amica del candidato della sinistra Stefano Carpanesi) rimane gravemente ferita in un incidente stradale, nel quale perde la vita il figlio Giacomo, i vecchietti si autoconvincono che non si sia trattato affatto di un incidente. Le acque si intorbidano quando si viene a sapere che il marito di Marina Corucci, scomparso alcuni anni prima a causa di una grave malattia neurologica, aveva diseredato la moglie in favore dell’unico figlio, nominando il notaio Aloisi esecutore testamentario e amministratore del patrimonio del figlio stesso fino alla maggiore età. La ridda di pettegolezzi che parte in seguito a questa scoperta avrà fine solo di fronte alla notizia della inaspettata morte di Marina Corucci, avvenuta in ospedale. La tregua avrà, però, vita breve, perché Marina non è morta di morte naturale, ma è stata effettivamente assassinata, uccisa da una iniezione d’aria nello stesso reparto di terapia intensiva dove era ricoverata, e di cui Angelica Carrus (moglie dell’aspirante senatore Carpanesi) è primario. Al BarLume c’è di che discutere e arrovellarsi e i vecchietti, tra una partita e l’altra al biliardo, sospettano della coppia Carrus–Carpanesi. Fra pettegolezzi, storie di amanti, esami di laboratorio, verifiche testamentarie, alibi inattaccabili, la verità, apparentemente complessa, ma di una straordinaria semplicità, si fa strada e sarà Massimo ad arrivare alla soluzione.

  • L’infinito tra parentesi

    Ben prima dell’invenzione del microreticolo metallico, Efesto nell'”Odissea” forgiava “catene impossibili da frangere, sottili come fili di ragnatela”, catene che “nessuno avrebbe potuto notare, neppure un dio, tanto erano ingannevoli”. Ben prima degli studi di Maxwell sul tempo di rilassamento dei liquidi, Lucrezio intuì che molecole di lunghezza differente scorrono con tempi differenti. Anche Gozzano, in una delle sue poesie più belle, descrive con precisione l’imprevedibilità di una crepa, oltre che la viltà di un giovane pattinatore di fronte a una donna innamorata. E questo molto prima che i matematici dimostrassero – anche attraverso il Gioco della vita l’impossibilità assoluta di predire l’evoluzione di alcuni sistemi. “Ahimè, non mai due volte configua il tempo in egual modo i grani!” scrive Montale: non è forse questa l’entropia? E Borges sa – forse meglio dei neuroscienziati – che “aver saputo e aver dimenticato il latino è un possesso, perché l’oblio è una delle forme della memoria.” La poesia arriva prima? Forse. D’altra parte, però, il linguaggio degli scienziati è fatto spesso di analogie, esattamente come quello dei poeti. La poesia e la scienza, ci spiega l’autore vagabondando tra un secolo e l’altro, non sono opposte, non lo erano alle origini e non lo sono oggi, che si concepiscono entrambe come tensione alla conoscenza del mistero del reale.