• A cosa servono i gatti

    Ci sono periodi in cui avresti voglia di comprare un’affettatrice, un prosciutto, sedici pacchi di pan carrè e otto tubetti di maionese, tornare a casa, mangiare, andare a letto, svegliarti, mangiare, andare a letto. E ti ritrovi il lunedì sera, sdraiato con una scarpa sì e una no, a guardare su YouTube delle cose che proprio non ti interessano. E in quei giorni ti viene spesso da chiederti: ma sta andando tutto bene o tutto male? Che cosa vuol dire incidere sulla realtà? E soprattutto: a cosa servono i gatti?

  • Grandi ustionati

    Descrizione

    Allora, io ho avuto un grave incidente mi è bruciata la macchina io c’ero dentro. Mi dispiace molto per la mia macchina. Bruciata distrutta rottamata.” – “Puoi abbassare il braccio, che non ci arrivo, infilarti l’ago? mi ha chiesto un’infermiera qua l’altro giorno.Non è colpa mia se sei bassa, le ho risposto. lo che di solito son sempre così gentile. lo qui bisogna mettere a posto le cose ho pensato. Ricominciamo a scrivere, intanto.

  • Manuale pratico di giornalismo disnformato

    Il protagonista di questo libro è un signore che ha cinquantacinque anni però anche lui è stato giovane, e quando era giovane ha fatto l’editore, poi ha fatto lo scrittore, adesso fa il giornalista e pratica una forma di giornalismo che lui chiama Giornalismo disinformato, e la insegna, anche. E’ un tipo di giornalismo, il giornalismo disinformato, che dice che delle cose che si scrivono non bisogna saper niente. “Ragazzi” gli dice a quelli che partecipano ai suoi corsi “se non sapete cosa scrivere, scrivetelo. Scrivete così: Non so cosa scrivere”. E delle regole classiche del giornalismo, delle cinque doppie vu, “when” “what” “where” “who” “why”, che sarebbero le cinque cose da dire secondo le regole classiche del giornalismo informato, ecco, lui, nei pezzi che scrive lui, cerca di non rispondere a nessuna di queste domande, ma si sforza di rispondere a un’altra, domanda: “how”. Bisogna concentrarsi sul “come”, secondo lui, e se ci si concentra sul “come” si risponde anche alle altre domande. Bisogna cioè farsi guidare, in un certo senso, non dal proprio cervello, non dalla propria sapienza, dai propri occhi, bisogna mettersi per strada e cominciare a guardare. Allora lì, in un certo senso, è un’avventura; può saltar fuori qualsiasi cosa, può andare a finire che uno diventa testimone dì un omicidio, oppure che uno torna a casa, si mette al computer e scrive “Non so cosa scrivere”. Ecco. Ermanno Baistrocchi, all’inizio di questo romanzo, diventa testimone di un omicidio, e la sua esistenza di giornalista disinformato, che era già abbastanza complicata per conto suo, diventa, da un giorno all’altro, complicatissima.

  • Sanguina ancora

    Tutto comincia con Delitto e castigo, un romanzo che Paolo Nori legge da ragazzo: è una iniziazione e, al contempo, un’avventura. La scoperta è a suo modo violenta: quel romanzo, pubblicato centododici anni prima, a tremila chilometri di distanza, apre una ferita che non smette di sanguinare. “Sanguino ancora. Perché?” si chiede Paolo Nori, e la sua è una risposta altrettanto sanguinosa, anzi è un romanzo che racconta di un uomo che non ha mai smesso di trovarsi tanto spaesato quanto spietatamente esposto al suo tempo. Se da una parte Nori ricostruisce gli eventi capitali della vita di Fëdor M. Dostoevskij, dall’altra lascia emergere ciò che di sé, quasi fraternamente, Dostoevskij gli lascia raccontare. Perché di questa prossimità è fatta la convivenza con lo scrittore che più di ogni altro ci chiede di bruciare la distanza fra la nostra e la sua esperienza di esistere. Ingegnere senza vocazione, genio precoce della letteratura, nuovo Gogol’, aspirante rivoluzionario, condannato a morte, confinato in Siberia, cittadino perplesso della “città più astratta e premeditata del globo terracqueo”, giocatore incapace e disperato, marito innamorato, padre incredulo (“Abbiate dei figli! Non c’è al mondo felicità più grande”, è lui che lo scrive), goffo, calvo, un po’ gobbo, vecchio fin da quando è giovane, uomo malato, confuso, contraddittorio, disperato, ridicolo, così simile a noi. Quanto ci chiama, sembra chiedere Paolo Nori, quanto ci chiama a sentire la sua disarmante prossimità, il suo essere ferocemente solo, la sua smagliante unicità? Quanto ci chiama a riconoscere dove la sua ferita continua a sanguinare?

  • Si chiama Francesca, questo romanzo

    Descrizione

    Tra macchine per distillare dai romanzi la vita vera, manuali da tradurre dal russo, tutine stringipelle, speranze di vincere il premio Viareggio, Learco e Francesca si telefonano, si incontrano, cantano, decidono di andare a vivere insieme. Ma perché non scrivi un romanzo dove lo scrittore gioca con accostamenti generazionali molto ricercati e ben dosati a vestire ogni volta un sentimento che troppo spesso si dà per scontato di colori infiniti? chiede a Learco una voce di quelle che ha nella testa Eh, perché non lo scrivi? Con un interregionale lanciato sul far della notte nel cuore della vecchia Europa meridionale Learco va a trovare un’amica. Learco con questa sua amica canta tutto il pomeriggio e va in giro in autobus per Bologna, e quando sono insieme sull’autobus Learco sente l’odore del suo respiro. A Learco sentire l’odore del suo respiro è come se il mondo circostante gli arrivasse dopo essere passato per le vie respiratorie e i polmoni e i bronchi e tutti gli organi interessati di questa sua amica, si chiama Francesca, questa sua amica. Che schifo, dice a Learco una voce di quelle che stanno nella sua testa, al posto di un romanzo le cui pagine scorrano via al passo leggero di una lettura dal ritmo gradevole sorprendentemente femminile ma anche tenera aggraziata ironica e originale lui cosa ti scrive? Un romanzo d’amore. Con un titolo con in mezzo una virgola che fa venire gli sgrisori.