Il conto alla rovescia verso il Booker Prize 2026 è ufficialmente iniziato. La Booker Prize Foundation ha svelato la longlist della 57esima edizione del riconoscimento, considerato uno dei premi letterari più prestigiosi al mondo per la narrativa in lingua inglese. I tredici romanzi selezionati sono stati scelti tra 163 opere pubblicate nel Regno Unito e/o in Irlanda tra il 1° ottobre 2025 e il 30 settembre 2026.
A presiedere la giuria è la classicista, scrittrice e divulgatrice Mary Beard, affiancata dal poeta Raymond Antrobus, dal musicista e scrittore Jarvis Cocker, dalla giornalista Rebecca Liu e dalla romanziera Patricia Lockwood, già finalista del premio. Secondo Beard, non esiste una formula capace di definire un grande romanzo. Proprio questa convinzione emerge dalla selezione di quest’anno, che attraversa generi e registri molto diversi, passando dalla satira alla fantascienza, dal romanzo storico al dramma familiare, fino alle narrazioni più sperimentali.
La longlist comprende opere firmate da autrici e autori provenienti da sette Paesi distribuiti su tre continenti. Tra le candidature figurano anche due possibili primati storici. Chloe Aridjis potrebbe diventare la prima scrittrice di origini messicane a conquistare il Booker Prize, mentre Kenan Orhan sarebbe il primo autore di origini turche a riuscirci.
Accanto a nuove voci trovano spazio nomi già consacrati. Marlon James, vincitore nel 2015 con A Brief History of Seven Killings, torna in gara con The Disappearers, mentre Douglas Stuart, premiato nel 2020 per Shuggie Bain, concorre con John of John. Elizabeth Strout firma invece la sua terza candidatura complessiva, dopo essere stata inserita in passato sia nella longlist sia nella shortlist.
La selezione mette inoltre in evidenza un notevole ricambio generazionale. Il candidato più giovane è l’irlandese Djamel White, ventotto anni, autore dell’esordio All Them Dogs. All’estremo opposto si trova M. John Harrison che, a ottantuno anni, potrebbe diventare il vincitore più anziano nella storia del premio.
Tra le opere più attese figura The Shadow of the Object di Chloe Aridjis, un romanzo sospeso tra realtà e immaginazione. La protagonista Flora, dopo essere stata ferita dal cane di famiglia durante un soggiorno in Messico, intreccia un rapporto con un’anziana collezionista di antichi dispositivi ottici. La giuria ha apprezzato soprattutto l’atmosfera visionaria e la riflessione sul lutto, sull’amicizia e sul rapporto tra ciò che vediamo e ciò che rimane nascosto.
Emma Cline, già nota a livello internazionale, propone con Switzy il ritratto di un uomo anziano affetto da demenza che attraversa l’Europa diretto verso una clinica svizzera dove ha deciso di porre fine alla propria vita. Attraverso ricordi frammentati e una memoria sempre più instabile, il romanzo riflette sul significato dell’esistenza e sul peso delle relazioni umane.
Tra i titoli più originali compare Helen of Nowhere di Makenna Goodman. Il libro fonde teatro e narrativa per raccontare l’incontro tra un professore caduto in disgrazia e una misteriosa agente immobiliare, dando vita a una riflessione filosofica sul rapporto tra uomo e natura, identità e ricerca della felicità.
M. John Harrison torna invece alla fantascienza con The End of Everything, ambientato in una Gran Bretagna prossima al collasso, dove creature sconosciute emergono dal mare e la realtà sembra progressivamente dissolversi. Il romanzo affronta il tema della crisi contemporanea senza offrire spiegazioni rassicuranti, scegliendo invece l’ambiguità come cifra narrativa.
Con The Disappearers, Marlon James affronta uno dei capitoli meno raccontati della storia recente della Giamaica. Al centro vi sono otto attori impegnati nella preparazione di quello che dovrebbe essere il primo spettacolo apertamente gay del Paese, destinato però a trasformarsi in una tragedia segnata dalla violenza omofoba. La giuria ha sottolineato la forza con cui il romanzo affronta un tema rimasto a lungo ai margini della narrativa caraibica.
Più ironico e provocatorio è Black Bag di Luke Kennard, ambientato nel mondo universitario contemporaneo. Un attore senza lavoro accetta di partecipare a un esperimento psicologico presentandosi alle lezioni chiuso all’interno di un enorme sacco nero. Da questa premessa surreale nasce una satira sulla mascolinità, sull’identità e sulle contraddizioni della società digitale.
Il tema dell’esilio attraversa invece The Renovation di Kenan Orhan. La protagonista, emigrata turca residente in Italia, scopre che durante i lavori di ristrutturazione del proprio appartamento il bagno è stato sostituito da una vera cella di prigione collegata misteriosamente a Istanbul. Dietro l’assurdità della vicenda si sviluppa una riflessione sul senso di appartenenza, sulla memoria e sulle molte forme della prigionia.
Rebecca Perry firma uno degli esordi più apprezzati dell’anno con May We Feed the King, romanzo che alterna la storia di una curatrice museale contemporanea e quella di un sovrano medievale riluttante a governare. Il libro esplora il confine tra storia documentata e immaginazione, interrogandosi su come il passato venga continuamente reinterpretato.
Gwendoline Riley propone invece con The Palm House un romanzo costruito sui dialoghi e sulle relazioni umane. Attraverso l’amicizia tra Laura ed Edmund emerge il ritratto di un ambiente culturale londinese osservato con precisione, ironia e una notevole attenzione alle dinamiche di potere.
Elizabeth Strout torna ai temi che l’hanno resa celebre con The Things We Never Say. Il protagonista, insegnante di storia apparentemente soddisfatto della propria esistenza, scopre quanto siano fragili le certezze su cui ha costruito la propria vita. Ancora una volta la scrittrice americana sceglie un tono misurato per raccontare le crepe invisibili che attraversano le famiglie e la società contemporanea.
Douglas Stuart, con John of John, riporta il lettore nelle isole scozzesi degli anni Ottanta. Il ritorno a casa del giovane Cal diventa l’occasione per affrontare il peso della religione, delle aspettative familiari e della ricerca della propria identità in una comunità chiusa e profondamente conservatrice.
Chiudono la selezione due esordi molto diversi tra loro. All Them Dogs di Djamel White racconta la criminalità della periferia di Dublino con una lingua intensa e fortemente radicata nel parlato, senza rinunciare a mettere in luce la vulnerabilità dei suoi protagonisti. The Vivisectors di Missouri Williams immagina invece una città universitaria invasa dalla vegetazione, trasformando il romanzo accademico in un’opera gotica, sperimentale e ricca di allegorie.
La shortlist sarà annunciata il 22 settembre, mentre il vincitore verrà proclamato il 9 novembre e riceverà un premio di 50.000 sterline. I numeri delle passate edizioni confermano l’impatto del Booker Prize sul mercato editoriale. David Szalay, vincitore nel 2025 con Nella carne, nella settimana successiva al successo ha visto le vendite britanniche del romanzo aumentare di oltre il 1.400 per cento.
Foto: The Booker Prize 2026 longlist – © Yuki Sugiura for Booker Prize Foundation
