Borges, il buio, i sogni

Borges, il buio, i sogni. Per scrivere, oltre alle parole, servono naturalmente le immagini: ci vogliono sogni, a occhi chiusi o a occhi aperti, manifesti di storie a cui siamo attaccati, nel bene e nel male.

Allora per scrivere ci vuole il buio. Ma che cos’è il buio? C’è il buio delle strade di notte, con i lampioni spenti per un black out, e c’è il buio dentro, quella massa informe che si chiama inconscio. Stiamo tentando di ricacciare il buio lontano dalle nostre esistenze: non possiamo più ammirare le stelle in città, però ci sentiamo sicuri dopo il tramonto con le luci artificiali. E neanche il “buio dentro” esiste più, da quando la psicoanalisi ci ha svelati nudi. Chi per studio, chi per esperienza, molti di noi sono capaci di interpretare i loro sogni, gesti e lapsus, e anche quelli degli altri.

A un’adulazione scomoda e diretta (Arbasino: “Borges è forse l’ultimo dei grandi scrittori”), Jorge Luis Borges si difese così: “No, non sono d’accordo, è un secolo di grandi scrittori il nostro”. Quanti autori oggi farebbero la stessa cosa? Bisogna allarmarsi quando un intellettuale sostiene che nella sua epoca non esistono scrittori! In quell’intervista, pubblicata nel ’77 nella rivista L’approdo letterario, Borges disse di non avere innovato nulla, ma di avere solo raccolto l’eredità delle Mille e una notte, di Shakespeare e Dante: “La Divina Commedia non è certo un libro realistico, è un’allucinazione”.

La scrittura nasce spesso da un sogno involontario. “Lo scrittore deve saper essere fedele alla sua immaginazione, e se è fedele a ciò che immagina, se sogna sinceramente, questa è la sua sincerità. E io cerco di sognare sinceramente”.

Quindi sognate, sognate sinceramente, perché solo se sognerete, scriverete.

Ornella Spagnulo