Campiello 2022: i finalisti

Campiello 2022: i finalisti

È stata decretata la cinquina finalista del Premio Campiello:

Fabio Bacà, Nova, Adelphi (8 voti)
Antonio Pascale, La foglia di fico, Einaudi (7 voti)
Daniela Ranieri, Stradario aggiornato di tutti i miei baci, Ponte alle Grazie (7 voti)
Elena Stancanelli, Il tuffatore, La nave di Teseo (7 voti)
Bernardo Zannoni, I miei stupidi intenti, Sellerio (7 voti)

La votazione per la scelta dei cinque finalisti è stata espressa dalla Giuria dei letterati, presieduta per il secondo anno consecutivo da Walter Veltroni, presso l’università  di Padova, con voti palesi.

Francesca Valente, con il romanzo Altro nulla da segnalare (Einaudi), è la vincitrice del Campiello Opera Prima per la sua capacità di reinventare “letterariamente – a partire da un’esperienza reale degli anni Ottanta – il mondo dei pazienti psichiatrici, portando nella vita quotidiana di un reparto ospedaliero uno sguardo straniante e sdoppiato: quello della voce narrante e quello dei rapporti stesi dagli infermieri, presentati come veri referti documentari”. Il riconoscimento “Opera prima” viene attribuito dal 2004 a un autore al suo esordio letterario.

Tra i selezionati vi è un autore escluso dal Premio Strega: La foglia di fico di Antonio Pascale quest’anno era stato escluso dai dodici candidati selezionati dal comitato direttivo dello Strega. Sono invece rientrati tra i dodici semifinalisti dello Strega Due dei romanzi della cinquina del Campiello: le opere di Daniela Ranieri e di Fabio Bacà.

Sarà ora la Giuria dei trecento lettori a scegliere il vincitore, questa volta con voto anonimo.

La finale del Premio Campiello, promosso da Confindustria veneta, si svolgerà  il 3 settembre 2022.

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Altro nulla da segnalare (Einaudi) di Francesca Valente

Altro nulla da segnalare, il libro che ha vinto all’unanimità il Premio Italo Calvino 2021, è un testo raro, prodigioso. Al centro, le storie struggenti dei «paz»: i pazienti – o i pazzi, direbbero i piú – dei servizi psichiatrici nati subito dopo la chiusura dei manicomi: uomini e donne che si ritrovarono improvvisamente liberi nel mondo, o che nel mondo non sapevano piú come abitare. Le storie a cui dà vita Francesca Valente ruotano sempre attorno a punti luminosi: dettagli, pensieri, eventi; non mirano mai a raccontare le vite dei personaggi, cercano piuttosto il cuore pulsante della loro umanità: perché è lí, in quel frammento di memoria che li riguarda, portato alla luce ma irriducibilmente oscuro, che può essere racchiusa ogni prospettiva d’universalità.

«Perché le tante persone passate per i repartini hanno lasciato minuscoli frammenti: il resto è in un cono d’ombra. E perché ognuna di queste storie è una possibile versione di qualcosa che è accaduto realmente, una fotografia ricomposta di una vicenda individuale e collettiva».

«Occhipinti, insonne, insisteva nell’ordinare champagne: le ho portato in sostituzione dello stesso dell’acqua, ma ha dimostrato, rovesciandomela in testa, di non gradirla. Tutti gli altri signori ospiti hanno dormito, tranne la signora Agosta, che continua ad andare al gabinetto e spacca tutto. Altro nulla da segnalare». «Altro nulla da segnalare» è la formula di rito con cui, nei primi anni Ottanta, si chiudevano i rapportini quotidiani degli infermieri del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell’Ospedale Mauriziano di Torino, uno dei primissimi esperimenti di «reparto aperto» subito dopo la promulgazione della Legge 180. Chi finiva il turno riferiva con semplicità a chi lo iniziava quanto era avvenuto nelle ore precedenti: cose ordinarie e straordinarie. Episodi comici, tragici, feroci. In quelle note «c’era un’umanità che raccontava un’altra umanità, con benevolenza e un sincero sforzo di comprensione. Spesso erano entrambe umanità dolenti». Partendo proprio dai rapportini, e dai racconti fatti all’autrice dallo psichiatra del reparto Luciano Sorrentino – che un giorno è andato a casa sua affidandole uno scatolone pieno di tutte le carte che aveva accumulato negli anni –, Francesca Valente ha dato vita a un testo senza paragoni, dove il confine tra documento e scrittura letteraria è sempre mobile e indefinibile. A ogni pagina si avverte che la sua penna cerca qualcosa, mentre insegue le storie di pazienti, medici, infermieri, a partire dalle tracce a disposizione. Qualcosa che miracolosamente trova e ci mette davanti agli occhi.