Cara Giulia

Cara Giulia – Quello che ho imparato da mia figlia di Gino Cecchettin e Marco FranzosoRizzoli 2024 – disponibile dal 5 marzo 2024

Il libro

Dal giorno dei funerali della figlia Giulia, Gino Cecchettin ha scelto di condividere il proprio dolore cercando di affrontarlo e renderlo costruttivo perché possa essere di aiuto alle giovani e ai giovani del nostro Paese. In questo libro, attraverso la storia di Giulia, si interroga sulle radici profonde della cultura patriarcale della nostra società.
«Tu in questi giorni sei diventata un simbolo pubblico», scrive Gino Cecchettin alla figlia Giulia e a quanti vorranno ascoltare le sue sofferte parole di impegno, di consapevolezza e di coraggio. «Sei la mia Giulia e sarai per sempre la mia Giulia. Ma non sei più solo questo. Tu dopo quanto è successo sei anche la Giulia di tutti, quella che sta parlando a tutti. E io sento forte il dovere di manifestare al mondo che persona eri e, soprattutto, di cercare attraverso questo di fare in modo che altre persone si pongano le mie stesse domande».

Ed ecco un estratto da Cara Gulia ove l’autore parla alla figlia uccisa e ricorda la moglie, morta l’anno prima di cancro:

Cosa fosse il vero amore me l’ha insegnato Monica, nel periodo in cui si è ammalata. La prima volta nel 2016 abbiamo combattuto insieme e ce l’abbiamo fatta. Ma la seconda, nel 2019, è stata fatale. Il male aveva ormai invaso tutto. La tormentava pensare che con la sua malattia stava facendo soffrire noi, e avrebbe voluto con tutte le forze difenderci. «Scusami» mi ha detto un giorno, «quando ci siamo messi assieme non sapevo che mi sarei ammalata. Scusami per tutto questo.»

Sentirselo dire è stata la cosa più vicina alla santità che io conosca. Le cose importanti della vita sono scritte con un inchiostro leggero, e la vita di tutti i giorni, le urgenze quotidiane, si sovrappongono sopra questo inchiostro. Poi arriva una sentenza di morte e ci si accorge che l’unica cosa che conta è stare insieme. […] Col passare dei mesi abbiamo ricostruito una nuova normalità. Ricordo esattamente la sera in cui c’è stato il cambiamento, la svolta. È successo la prima volta in cui abbiamo parlato della mamma col sorriso e non con tristezza. Abbiamo ricordato qualcosa di bello di lei senza piangere e ho pensato che quello era il punto d’arrivo di un percorso, e che alla fine l’avevamo raggiunto. Perché l’elaborazione del lutto si conclude quando pensi al defunto e sorridi.

Eravamo a cena e stavamo parlando della mamma e delle battute che faceva ogni tanto, della sua ironia. Quella volta stavamo parlando di come cucinava i piselli, perché i piselli della mamma per un motivo o per l’altro risultavano sempre bruciati. Abbiamo istintivamente riso. […] Se ci penso, nei tuoi confronti questa attitudine a ricordarti col sorriso è iniziata prima, perché tu eri una persona intimamente buffa, e Davide ed Elena ogni tanto ti ricordano mentre ti esibivi in una delle tue scenette comiche, o uno dei tuoi balletti […].

Una volta sono andato al cimitero, era ormai giugno, e pensavo di avere elaborato il dolore e il lutto, e guidavo ascoltando uno dei brani dei Kasabian che la mamma amava, perché volevo mettermi in una specie di sintonia d’onda con lei. Mi sentivo estremamente rilassato. Mi ripetevo: «Vedi che hai superato anche il lutto? E adesso ti restano le cose belle di lei». Ma quando mi sono trovato davanti alla tomba, improvvisamente ho capito che non l’avrei mai più rivista. Era evidente che ci avevo sempre pensato, ma quella volta l’avevo «sentito» con un’ineluttabilità senza scampo. «Io non ti vedrò mai più» continuavo a ripetermi, «non ti vedrò mai più, né mai più sentirò le tue battute, né sentirò mai più la tua mano carezzarmi la testa mentre mangiamo […]». Quel sabato pomeriggio, davanti alla tomba della mamma, a un certo punto non ho più resistito e ho iniziato a piangere. Non riuscivo a smettere. […]

Non avevo mai pianto così in vita mia, nemmeno da bambino. Ho buttato fuori tutto quello che avevo dentro. Tutto quanto, come se mi stessi svuotando per sempre di qualcosa. Lì, in un parcheggio semideserto, davanti alla fila immobile dei cipressi. Quella volta le lacrime le ho lasciate scendere senza asciugarle. Mi sembrava un tradimento usare il fazzoletto, come se avessi cancellato il mio dolore per lei. Ho aspettato che si asciugassero da sole, me le volevo godere tutte fino alla fine. C’era la mamma in quelle lacrime.

Alla fine di quel pianto mi sono sentito svuotato, ed è stato da quel preciso momento che il lutto per la perdita della mamma ha lasciato il posto alla felicità e all’orgoglio di aver vissuto la parte più importante della mia vita con lei. Non è stata una consapevolezza immediata, ci sono voluti giorni, settimane. Sono sicuro che succederà anche per te, mio grande tesoro. E fra qualche anno penserò proprio a questo, alla gioia che ci hai portato in casa e che supererà il dolore senza fiato che provo in questo momento, proprio ora, mentre sto scrivendo. Perché allora ricorderò solo i momenti più belli e li vivrò con orgoglio, pensando che tu sei stata mia figlia e che ho avuto il privilegio di essere tuo padre. Ma ci vorrà ancora del tempo, Giulia. Molto.

Il fatto (fonte: ANSA)

Gino Cecchettin, il padre di Giulia, la studentessa uccisa a 22 anni a coltellate dall’ex fidanzato Filippo Turetta l’11 novembre 2023, ha scelto di raccontare “quello che ha imparato” da sua figlia in un libro. S’intitola “Cara Giulia” ed esce il prossimo 5 marzo per Rizzoli.

Scritto con Marco Franzoso – autore de Il bambino indaco e L’innocente – è parte di un progetto più ampio a sostegno delle vittime di violenza di genere (Gino ha sempre detto di pensare a una Fondazione in memoria della figlia), il libro è una lunga lettera, una narrazione potente e un appello alle famiglie, alle scuole e alle istituzioni in cui Gino Cecchettin, attraverso la storia di Giulia, si interroga sugli errori e sulle radici profonde della cultura patriarcale della nostra società.

“Tu in questi giorni sei diventata un simbolo pubblico”, scrive Gino Cecchettin che dal giorno dei funerali della figlia ha scelto di condividere il proprio dolore cercando di affrontarlo e renderlo costruttivo perché possa essere di aiuto alle giovani e ai giovani del nostro Paese. “Sei la mia Giulia e sarai per sempre la mia Giulia. Ma non sei più solo questo. Tu dopo quanto è successo sei anche la Giulia di tutti, quella che sta parlando a tutti. E io sento forte il dovere di manifestare al mondo che persona eri e, soprattutto, di cercare attraverso questo di fare in modo che altre persone si pongano le mie stesse domande”, sono le parole di Cecchettin.

Il padre di Giulia spiega anche come sono nate queste pagine: “Provo ad analizzare dove abbiamo sbagliato, soprattutto noi genitori, padri e madri, dove siamo stati poco presenti e non siamo riusciti a educare i figli all’amore, al rispetto, alla comprensione, ma li abbiamo forse educati a una modalità di vita incentrata sul possesso”.

“Questo sto cercando di fare con tutte le mie forze e questo credo sia il modo migliore per reagire a quanto è successo, facendo più rumore possibile, per parlare agli altri genitori e alla generazione dei figli”, spiega Cecchettin, 54 anni, titolare di una piccola azienda di elettronica, che in memoria di sua figlia Giulia, alla quale è stata conferita il 2 febbraio la laurea alla memoria in ingegneria biomedica, ritirata dalla sorella Elena, è impegnato nella costruzione di progetti per combattere la violenza di genere.

Come sottolinea Federica Magro, direttrice editoriale di Rizzoli, “nel nostro Paese la riflessione comune intorno al tragico tema della violenza di genere si fa sempre più urgente, per ripensarci compiutamente come società civile. Per questo la Rizzoli, che ha fatto del suo Dna il dar voce agli autori che hanno stimolato o arricchito il dibattito pubblico sui grandi temi del presente, è molto grata – e lo sono anche personalmente come cittadina – a Gino Cecchettin per essere intervenuto sul tema della violenza di genere con una riflessione lucida e preziosa, chiave di un cambiamento necessario”.