Cent’anni e non sentirli

Cent’anni e non sentirli… Pier Paolo Pasolini oggi

Angelo Fàvaro
Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” – Comitato Scientifico MIC “Pasolini 100”

A quasi un mese dall’inizio dell’anno del centenario dalla nascita di Pier Paolo Pasolini, lentamente si va placando la babele di iniziative, manifestazioni, incontri, eventi, presentazioni di volumi, vernissage, mobilitazioni, spettacoli, programmi tv, rassegne cinematografiche… che occuperanno non solo l’intero anno, ma proseguiranno anche nel prossimo. Si recupera un po’ di lucidità e si può provare a scrivere qualcosa, se non proprio di sensato, almeno di non totalmente delirante, per riflettere sull’intellettuale corsaro e sul Poeta delle Ceneri.

            In una Bologna umida e fredda, era una brumosa domenica il 5 marzo 1922, nasceva Pier Paolo Pasolini, da una famiglia della buona borghesia, il padre Carlo Alberto è tenente di fanteria, quando sposa la madre, una maestra elementare, un po’ troppo adulta, Susanna Colussi, donna che aveva conosciuto quando lui era sergente a Casarsa della Delizia (Pordenone). Tutto quanto riguarda la sua vita, fino alla morte all’Idroscalo di Ostia, la notte fra l’uno e il due novembre, è quasi completamente noto, e trascritto, narrato, a volte romanzato, a volte oggetto di una accanita inchiesta di cronaca, in un susseguirsi di vampiresca caccia all’informazione pruriginosa o scandalosa, quasi mai distante o distaccata. Ha scritto Dario Bellezza: «Dopo la morte, la continuità della vita non c’è più, ma c’è il suo “senso”, il senso della sua vita, lasciò scritto, ma il suo senso, il senso della sua vita è la sua morte» (Morte di Pasolini, A. Mondadori, 1981). Il senso della vita non è la sua morte! La sua scrittura, il suo cinema, piuttosto, il suo teatro, ecco: il senso della vita, della sua vita, è nella sua testimonianza.

            Ormai, ovunque, il volto o i volti, il corpo o i corpi di Pasolini vengono es-posti, proliferano, per sempre fermati dallo sguardo gorgoneo dell’obiettivo delle macchine fotografiche, che dall’infanzia lo hanno ritratto, in momenti diversi, in situazioni varie, lasciando trasparire insieme alla più imbarazzata timidezza, la sfrontatezza narcissica di un carattere complesso, di una personalità tormentata. Tutte le immagini fotografiche dalle quali siamo ormai circondati sono altrettanti monumenti pasoliniani, che rimandano all’uomo, lo fissano, lo misurano, lo rimembrano nella sua apparenza esteriore, lo inchiodano per sempre ad un momento della sua vita, quello nel quale è stato catturato dalla pellicola; così da un lato ne accrescono la figura, dall’altro ne riducono l’Opera, in un riferimento auto-bio-grafico per segni sul corpo, del corpo. Sui corpi, dei corpi, perché muta nel tempo, a seconda dei luoghi. Dunque nella riconoscibilità iconica ormai di Pasolini, abbiamo tanti Pasolini, uguali e differenti. La macchina fotografica non può giudicare, non può interpretare, ma chi fotografa sì, e ancor più chi guarda: Pier Paolo diviene così sostanzialmente, nella maggior parte degli scatti che circolano fra mostre, volumi, siti, post sui social, un bambino di buona famiglia, l’adolescente degli anni quaranta, poi… poi un buon borghese  lungo gli anni Sessanta e un dandy alla moda nei Settanta, che si fa fotografare nel suo studio circondato dai libri e dalle carte, con la sua lettera 22, uno stereotipo intramontabile. No, la macchina fotografica non ti giudica, ma chi guarda col tempo riconosce dettagli, momenti, luoghi, situazioni e non può rimanere impassibile e non valutare le ragioni della sua presenza in quei luoghi, in quelle situazioni, non può non leggere in quei dettagli l’uomo, le sue ubbie, quel che avrebbe voluto esprimere con l’abbigliamento, la postura, l’indicibile di un momento fissato sulla pellicola: diviene decisivo quel che rimane e continua a raccontare senza parole. La sahariana indossata nell’intervista tv… la cravatta con il nodo perfettamente stretto nell’incontro con Modugno… gli occhiali da sole e la giacca elegante sul set di Accattone con Fellini… la camicia a fiori sul set di Medea mentre stringe una mano a Maria Callas… il cappello di paglia sul set di Edipo re… o in campo con la maglia del Bologna, l’8 aprile del 1971.  L’album fotografico è sempre pubblico e in pubblico, scarse le foto private, privatissime; Pasolini è sempre in posa, in attesa di un nuovo scatto: non soffre di iconofobia, al contrario si es-pone e si lascia ritrarre, trarre nuovamente e di nuovo di fronte agli altri, e ancora senza imbarazzo, è disinvolto. Talvolta atteggiato malinconicamente, in altre situazioni sorridente, più spesso assorto e concentrato. La questione centrale è che non si possa mai sostenere che non sembri lui, o non sia propriamente lui, o che sia troppo lui. Ma quello imprigionato nello scatto fotografico è soltanto un uomo, come molti altri, e non è tutto Pasolini. L’originale Pasolini o di Pasolini è sempre altrove e al contempo, in parte, in quegli scatti: egli nello spessore della fotografia sfugge, sta sfuggendo proprio nell’istante nel quale stabilisce la posa del ritratto, ed è all’estremo della sua esposizione che non c’è già più Pasolini, proprio quando vuole lasciar credere che sia tutto lì, completamente lì, in quell’espressione.

            Cento anni or sono Pier Paolo Pasolini viene al mondo, e, nonostante i cento anni, con e grazie alla sua scrittura letteraria e giornalistica, con e grazie al cinema, al teatro, ai saggi, alle lettere è vivo, come tutto quel che si ama e si lascia amare, ovvero tutto quel che la morte non riesce a trascinare via con sé.

            Potrebbe avere cento anni, oggi, e lo immagino a conversare con il suo amico, anch’egli centenario Raffaele La Capria, entrambi colpiti dall’età, ormai stanchi, forse annoiati, forse infastiditi da una vita troppo lunga. Sì, mi piace immaginarli insieme, come i due anziani e sconsolati amici di Youth, il film di Sorrentino, anche se recentemente La Capria ha dichiarato: «Dirò una cosa forse banale: non me lo immagino Pier Paolo vecchio. Sarà per quel che è successo, e non voglio neanche fare riferimento ai versi di Menandro, ma lui è morto giovane. E tale resta.» E conversando rimarca: «Pasolini era, in certe occasioni, umorale. Se noi vogliamo commemorarlo nel modo giusto non possiamo farne un santino, dobbiamo considerarlo – a distanza di tanti anni – un essere umano. E come tale, come tutti, era soggetto a incespicature.» (Intervista di A. Colonna sul «Manifesto» del 5.3.2022).

            E più di un ritratto fotografico è un ritratto di parole, un’emozione che rimane nell’ospite andato ad intervistare Pier Paolo: «Pasolini ha una voce malata, risultato di un lavoro tratto al di là della sopportazione.» Così Ferdinando Camon, che si reca nell’abitazione del poeta all’EUR, è il 1970: «La sua non sembra la stanchezza del tirar sera, ma del tirar mattina. Lo vedo seduto al tavolo, davanti a una lampada fioca, schermata solo dalla parte dell’ospite, con gli occhi stanchi ma fermi dietro le lenti, con la voce fievole di chi veglia da tempo, e mi accorgo che me l’aspettavo così e diverso: così, con questo segno di sincerità che sono ormai in pochi a contestargli, illuminata da una sofferenza chiusa; diverso, cioè più polemico, più vivace, meno mite.» E osserva subito dopo Camon che in un uomo «cupo e corrosivo, violento, denunciatore e polemico, la mitezza e l’umiltà non sono prevedibili: sembrano quasi presagio di una sconfitta» (Il mestiere di scrittore, Garzanti, 1971). E nel corso della sua conversazione con Pasolini, Camon deve ricredersi: lo spirito combattivo e provocatorio non viene meno, la stanchezza non inficia la lucidità e la chiarezza delle posizioni di Pier Paolo: «Nella mia cultura c’è un enorme rispetto per la poesia: non per niente mi son formato in un’epoca in cui la poesia era un mito: il decadentismo, l’ermetismo, la poesia in senso assoluto, la poesia pura, la Poesia con la P maiuscola. Io non posso non avere un senso altissimo della poesia. Ma ho dovuto contraddirmi proprio perché a livello storico la poesia era diventata un mito. Che andava demistificato. Perciò, con uno sforzo di volontà, ho reagito a me stesso, riconducendo la poesia a forme strumentali. Che, ripeto, sono dovute a un mio sforzo di volontà, a una mia lotta storica, quotidiana: ma nel fondo di me resta, solido come un quarzo, un senso di venerazione per la poesia.»

            Pasolini è in quel corpo affaticato, ma anche nella sincerità delle risposte ai quesiti e agli inganni della vita: come l’ospite di Teorema, egli incanta e maledice al contempo, salva e perde, consola e dispera… lascia nella disperazione. La sua lotta storica conclude nella sconfitta, ma a cento anni dalla nascita prosegue pugnace e violenta, continua a porre i problemi e a generare conflitti, contro ogni normalizzazione, per chi è capace di leggere i suoi scritti, al punto che, nonostante tutto, non riesce ad entrare nel Pantheon dei Classici indiscutibili, non è ancora sesto fra cotanto senno, non poeta laureato, ma mantiene aperte su di sé e sulle sue opere feroci e brutali diatribe critiche. Tutto spesso volto alla spettacolarizzazione o alla banalizzazione, e poco invece ci si sofferma a rimembrare quel genocidio culturale, l’ossessione per la società dei consumi, l’attenzione all’angoscia provocata dalla letteratura e dalle arti in pericolo, ovvero quel che aveva icasticamente compreso in una esortazione che ha il tono di un rimprovero e insieme di un ordine: «Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra.» (Siamo tutti in pericolo, intervista a F. Colombo,1975).

            Ancora uno scatto fotografico: Pier Paolo è con il fratello Guido in una piccola macchina a pedali, lui avrà forse 5 anni, Guido 3. Non sono felici, imbronciati entrambi. In una poesia di Pier Paolo, I due figli (a Sacile ’29), l’inquietudine che attraversa i due bambini:

Guido e io sediamo al tavolino
di ferro verde, instabile. (Mio padre
e mia madre da un colpevole rancore
nella sera festiva non disarmano.)
Noi due li guardiamo, disperati.

            Cento anni dopo, ancora cento anni dopo, riconosciamo l’uomo solo, incompreso, fatto a pezzi da coloro che vorrebbero poterne “comprenderne”, assimilarne, interpretarne almeno in parte il pensiero, che rimane tuttavia inafferrabile, contro ogni irragionevole odio, preda di una implacabile mutazione di uomini e donne nell’ottusità borghese e conformista che ha rifiutato il mistero, in primis il mistero dell’esistenza, in cambio della degradazione morale, intellettuale e infine dei corpi. Poeta dell’abisso, Pasolini è vivo… a riaffermare ormai centenario, come fosse un ventenne: «in me… la realtà è rimasta una ierofania».

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