Chi ha tradito Anne Frank

Chi ha tradito Anne Frank è stato pubblicato il 20 gennaio 2022 da HarperCollins. Alla domanda Chi ha tradito Anne Frank i risultati dell’indagine identificano il delatore nel notaio ebreo Arnold van den Bergh.

Chi ha tradito Anne Frank è opera della scrittrice e poetessa canadese Rosemary Sullivan, già nota per la sua recente biografia della figlia di Stalin. Nel saggio in libreria dal 20 gennaio per HarperCollins,  con la traduzione di Daniela Liucci, il libro, quasi nell’occasione delle celebrazioni del Giorno della Memoria (27 gennaio), si basa sull’indagine condotta da un team internazionale che fa luce su uno dei grandi misteri irrisolti della Seconda guerra mondiale.
Il Diario di Anne Frank, una delle opere più lette al mondo, narra i due anni che la tredicenne ebrea trascorse nascosta con la famiglia e altre quattro persone nella casa segreta ricavata nel retro di un edificio di Amsterdam, fino a quando i nazisti non li arrestarono tutti e li mandarono in un campo di concentramento.
Nessuno è mai riuscito a spiegare come otto persone siano potute vivere nascoste per tutto quel tempo senza essere scoperte, né chi o che cosa abbia portato la polizia alla loro porta.
Un gruppo di investigatori guidati dall’ex agente dell’FBI Vincent Pankoke ha vagliato molti documenti, alcuni mai esaminati prima, e intervistato i discendenti di molte persone che conoscevano i Frank. Impiegando le più sofisticate tecniche d’indagine della Fbi, la Squadra Casi Irrisolti ha ricostruito le fasi che hanno portato all’arresto degli inquilini della casa segreta, pervenendo a una conclusione shock . La Sullivan presenta gli investigatori che hanno collaborato al caso, analizza il comportamento dei prigionieri e di chi li ha catturati, traccia il profilo psicologico dei principali sospettati e descrive come si viveva in tempo di guerra ad Amsterdam.

Alle 10.30 del 4 agosto 1944 una macchina della polizia tedesca si fermò davanti all’edificio della Prinsengracht 263 di Amsterdam, sede della società Opekta Pectacon.  Lì, in un alloggio all’ultimo piano sul retro, si nascondevano da due anni e trenta giorni otto ebrei: la famiglia Frank, la famiglia Van Pels e il dentista dottor Pfeffer. L’operazione era comandata dal sergente maggiore SS Karl Josef Silberbauer, austriaco: al suo seguito aveva poliziotti olandesi in abiti civili. Il signor Victor Kugler (chiamato Kraler nel Diario di Anne Frank ) racconta: «La polizia volle vedere i magazzini sul lato della strada, e io aprii le porte. Pensai, se non vogliono vedere altro, va ancora bene. Ma dopo (…) il sergente maggiore uscì nel corridoio e mi ordinò di seguirlo. All’improvviso, mi ordinò di scostare lo scaffale dal muro e di aprire la porta sul retro».

Anne e Margot Frank, il padre Otto e la madre Edith, i loro amici Herman van Pels, con la moglie Auguste e il figlio Peter, il dottor Friedrich Pfeffer, transitarono dal campo olandese di Westerbork e il 3 settembre vennero deportati ad Auschwitz-Birkenau. Dopo la liberazione, soltanto Otto Frank fece ritorno a casa. Attese notizie della moglie e delle figlie e, due mesi dopo, seppe con certezza che erano morte. Miep Gies, l’amica che negli anni della loro vita clandestina li aveva aiutati e protetti, consegnò a Otto gli scritti di Anne ritrovati nell’alloggio segreto. Otto li lesse e decise che tutti dovevano conoscere il Diario della figlia: curò il testo per la pubblicazione e cominciò a chiedersi chi fosse stato il traditore.

Nel luglio del 1947, quando le diverse commissioni giudiziarie erano impegnate a scovare e perseguire i criminali di guerra e i collaboratori dei nazisti, il Pra (Politieke Recherche Afdeling, Dipartimento investigativo politico della polizia) avviò una prima indagine per scoprire i colpevoli della delazione. Johannes Kleiman, uno dei collaboratori più stretti di Otto Frank, dichiarò che gli uomini della polizia tedesca erano a conoscenza anche della posizione del nascondiglio e di come vi si poteva accedere. Questa del Pra fu la prima indagine e mise sotto accusa il magazziniere della ditta, signor Willem van Maaren. Nell’aprile del 1948, l’uomo venne assolto dall’accusa, perché «gli indizi a suo carico risultavano molto vaghi».

Negli anni Cinquanta il Diario divenne un successo mondiale e Anne il simbolo dello sterminio nazista degli ebrei. Otto dovette combattere contro gli attacchi dei negazionisti che mettevano in dubbio l’autenticità del diario. L’alloggio in cui avevano vissuto nella clandestinità divenne la sede di una Fondazione che aveva lo scopo di promuovere la cultura della tolleranza e della pace e la lotta contro il razzismo e l’antisemitismo.

Dopo l’assoluzione del primo imputato del tradimento, le indagini per scoprire i delatori si susseguirono, senza mai giungere a una risposta.

Il libro di Rosemary Sullivan ci consegna oggi una risposta definitiva e inquietante sulla base dell’indagine quinquennale condotta da un’équipe (composta da Thijs Bayens, cineasta olandese, Pieter van Twisk, storico e giornalista, e Vince Pankoke ex agente dell’Fbi) coadiuvata da ricercatori, archivisti, analisti forensi, storici, criminologi e tecnici informatici.

Dopo avere ripercorso le precedenti ipotesi accusatorie, Rosemary Sullivan riporta la conclusione che soltanto quattro piste di ricerca potevano essere davvero percorribili.

Ans van Dijk era una donna che aveva tradito circa duecento persone e che lavorava nel quartiere Jordaan, nelle vicinanze dell’alloggio segreto.
La sorella di Bep Voskuijl, una delle segretarie di Otto Frank, era una simpatizzante nazista.
Il fruttivendolo Hendrik van Hoeve riforniva gli impiegati della ditta Opekta: quando venne fermato dalla Gestapo fu forse costretto a fornire informazioni.
Richard e Ruth Weisz, da mesi nascosti nella casa del fruttivendolo,  una volta arrestati, nel giugno del 1944, ottennero un miglioramento della loro posizione penale.

Ma anche queste quattro piste non erano sorrette da prove sufficienti. Tra tutti gli indagati rimaneva solo il notaio ebreo Arnold van den Bergh.

Sposato con tre figlie, era stato membro della commissione del Consiglio ebraico che, su ordine dei nazisti, doveva selezionare i nomi degli ebrei da inserire nelle liste di deportazione. Nato nel 1886, era riuscito a far sì che il tedesco Hans Georg Calmeyer ufficialmente dichiarasse la sua non appartenenza alla razza ebraica. Per questo, nonostante il decreto nazista che obbligava i notai ebrei olandesi a cedere la loro attività, Arnold van den Bergh poté svolgere il suo lavoro fino al gennaio del 1943, fino a quando un collega ariano, J. W. A. Schepers, lo denunciò alle SS e gli fece perdere i suoi privilegi. Nel gennaio del 1944, Arnold van den Bergh venne informato dall’ufficio di Calmeyer che da quel momento lui e la sua famiglia erano passibili di arresto. Dopo essere riuscito a mettere in salvo le figlie grazie a conoscenti che militavano nella Resistenza, come moneta di scambio per salvare se stesso e la moglie offrì alla polizia tedesca un certo numero di indirizzi di ebrei nascosti, senza sapere che al numero 263 di Prinsengracht c’erano i Frank.

Ebrei venduti ai nazisti da un ebreo: è una scoperta sconcertante, ma ormai da anni studiata dagli storici dell’Olocausto e dai sopravvissuti, tra i quali Primo Levi. Nell’elaborare il concetto di «zona grigia», Levi scrive: «È ingenuo, assurdo e storicamente falso ritenere che un sistema demoniaco, qual era il nazionalsocialismo, santifichi le sue vittime: al contrario esso le degrada, le sporca, le assimila a sé».

Rosemary Sullivan rivolge parole di pietà al colpevole, contagiato dal male, e non esprime un giudizio morale, perché – se la condizione di offeso non esclude la colpa e se questa è obiettivamente grave – non c’è tribunale umano «a cui delegarne la misura».