Cinque domande a Paola Rambaldi

Cinque domande a Paola Rambaldi – La nostra intervista all’autrice di Dalle nove a mezzanotte (clicca qui per leggere la nostra recensione), romanzo finalista al Garfagnana in giallo 2022.

D – Per chi ancora non la conoscesse, Paola Rambaldi ha un profilo social molto divertente, ricco di gag e post ironici, spesso autobiografici. Come nascono questi post? Quanto corrispondono alla tua identità “reale”?
R – I miei post nascono da piccoli aneddoti presenti e passati, tutti rigorosamente veri. Considera che sono sempre stata convinta di avere una vita noiosissima e che gli altri si divertissero un sacco. Ho memoria per le storie solo perché, per diversi anni, ho tenuto un diario di tutto quel che mi capitava. E dopo figlia, nipoti, un paio di divorzi, otto traslochi e tanti lavori cambiati… di cose ne capitano. Peccato non poter raccontare quelle più vivaci, ma mi sto impegnando a non farmi più castigare da Facebook e dai miei ex.

D – Veniamo a Brisa, protagonista dell’opera “Dalle nove a mezzanotte” e del precedente romanzo omonimo “Brisa”. Da dove nasce l’ispirazione per la costruzione del personaggio (“Vedete, Brisa ha gli occhi del diavolo… e può vedere cose che nemmeno immaginate”)? Quanto di te confluisce in lei?
R – Brisa è nata dalla stanchezza di leggere di personaggi bellissimi nei libri altrui. Nella maggioranza dei romanzi i protagonisti degli altri incontrano sempre gente di una bellezza mozzafiato. Sono tutti strafighi e strafighe. Cosa che raramente troviamo nella realtà. Quindi, sentivo il bisogno di cercare una tipa brutta, ma non troppo.  Brisa è alta 1,75 con un fisico da modella, ma è afflitta da un naso importante e da un’eterocromia impressionante. Anche se nel romanzo precedente aveva i baffi, non si capiva come fosse fatta perché vestiva vecchie palandrane e aveva i capelli lunghi fino alle caviglie, in Dalle nove a mezzanotte è leggermente migliorata.
Riguardo all’eterocromia, anni fa, sono rimasta colpita da una ragazzina in un negozio di Vignola: mi parlava guardandosi i piedi… Quando ho chiesto come mai, mi ha risposto la nonna dicendo che si vergognava un sacco dei suoi occhi. Uno azzurro acqua e l’altro quasi nero. Quando li ho visti li ho trovati di una bellezza impressionante, ma lei se ne vergognava moltissimo.

D – Tu credi nei tarocchi e nelle arti divinatorie (“Una carta come la morte doveva essere vista come il cambiamento che prelude una rinascita…”)? O sono soltanto un espediente “di genere”?
R – No, non credo nei tarocchi, ma mi hanno sempre affascinata. Quando mi sono separata a trent’anni, ero talmente angustiata per il futuro mio e di mia figlia e dall’idea di non farcela economicamente che un amico mi regalò un mazzo di Tarocchi marsigliesi per farmi vedere il futuro. Incuriosita, mi procurai dei libri per studiarli e li sperimentai a un paio di feste su degli estranei.  L’entusiasmo di pubblico fu tale che alle tre di notte avevo ancora una fila bestiale in attesa di farsi le carte, ma ero troppo stanca per accontentarli tutti. Il fatto di leggere le carte a perfetti sconosciuti e di azzeccarne il passato mi diede grande soddisfazione. Ma la risposta è NO, non ci credo, anche se adoro i tarocchi e le storie di fantasmi. Dietro casa mia, oltre che ai luoghi della battaglia della Secchia rapita, c’è la casa dove si tenne la famosa seduta spiritica del caso Aldo Moro e ci sono anche diverse abitazioni infestate dai fantasmi.

D – Dal romanzo traspare amore per la tua terra (“So cosa vuol dire brisa, vuole dire: Non farlo. Brisa tùcherum, brisa baserum”). e per la tradizione locale (“Ci sono anche le canocchie ripiene…”). Qual è il tuo rapporto con la terra emiliana?
R – È un rapporto di odio-amore. Sono cresciuta nelle valli tra: anatre, nutrie, pesci siluro e aironi. In posti dove la nebbia è così fitta che a volte mi toccava guidare con la testa fuori dal finestrino per cercare la riga di mezzeria, perché non si vedeva una mazzafionda. Ho odiato la Bassa per anni. Solo adesso ho imparato ad apprezzarne anche la bellezza.

D – Ci racconti qualcosa dell’esperienza al Garfagnana in giallo?
R – Intanto sono ancora grata di essere finita tra i finalisti del premio della giuria in mezzo ad autori e case editrici importanti. Il solo fatto di essere tra quegli otto per me era già un premio. Poi, sul posto ho passato due giorni davvero divertenti, ho conosciuto scrittori interessanti, visto bei posti e mangiato benissimo. Barga è un paese delizioso, anche se per arrivarci col navigatore della mia amica (io non possiedo un cellulare) siamo finite in una mulattiera tra i boschi che sembrava non finire più. Era a doppio senso di circolazione e ancora ringrazio di non aver trovato altri mezzi provenienti dalla parte opposta. L’appartamento, prenotato per una notte, stava in una via senza nome e senza numeri civici. Ogni volta che ci allontanavamo non riuscivamo più a ritrovarlo e, pur avvilite, venivamo colte da attacchi irrefrenabili di ridarella. Garfagnana in giallo è stata un’esperienza davvero elettrizzante.

Ringraziamo Paola per la simpatia e per essere stata con noi a www.i-libri.com
R – Sono io che ringrazio voi per la bella recensione e per l’intervista.

Bruno Elpis