Cinque domande ad Alessandro Moscè

Cinque domande ad Alessandro Moscè, autore del romanzo Le case dai tetti Rossi (a questo link puoi leggere il nostro commento all’opera)

D – Quanto lavoro di ricerca e di studio ha implicato la scrittura di Le case dai tetti rossi? Nello scrivere quest’opera ti sei sentito più romanziere o più saggista?
R – Ho effettuato un lavoro preliminare perché era necessario refertare le malattie psichiatriche, i sintomi e i trattamenti sanitari. Non si possono scrivere sciocchezze sui gesti tipici di un nevrotico o di uno schizofrenico: c’è bisogno di conoscenza. Mi sono affidato alla lettura di alcuni testi specifici e ad un paio di libri sulla costruzione e la gestione del manicomio di Ancona, che è il luogo dove si svolge gran parte della vicenda. Non sono un saggista, ma uno scrittore. Però a volte non basta affrontare alcune tematiche con l’ausilio della creatività. Bisogna approfondire dei contesti per entrare nel merito di una materia delicata, come in questo caso. Il lavoro preparatorio del romanzo è durato due anni, mentre la stesura del libro ha avuto una doppia versione: la prima che considero sempre una sorta di canovaccio e schema che riassume la storia, la seconda che è quella definitiva.

D – I personaggi dell’opera sono tutti reali (“Dopo due anni di manicomio suor Germana aveva forgiato profondamente il suo carattere. Le case dai tetti rossi erano diventate la sua residenza”)? In particolare, la tua amicizia con Luca, se reale, è rimasta tale nel tempo?
R – I personaggi sono tutti reali, ma trasfigurati, plasmati dal narratore, come sempre succede nei romanzi. “Uno scrittore inventa anche i fatti che vive”, disse una volta uno dei miei maestri, Giorgio Saviane. L’amicizia con Luca indica una relazione in parte commutata alle esigenze del finale del libro, dove non figurano personaggi ideali, bensì uomini e donne che hanno vissuto negli stabili dell’ex manicomio, tra cui il primario e il giardiniere, probabilmente le due figure più rappresentative.

D – Nell’opera si coglie un grande senso di immedesimazione nelle vite e nell’originalità dei personaggi. Quanto del tuo spirito artistico hai convogliato in loro?
R – Il processo di immedesimazione è l’unico possibile per vestire i panni dei tanti personaggi. Medico, malato, bambino ecc. Non sarebbe possibile ambientare un romanzo senza la capacità immaginativa, quella di chi si infila nella pelle di un altro. La letteratura, del resto, è soprattutto un’esperienza testimoniale. 

D – Che ne è stato della casa dei nonni di Ancona? Qual è il tuo attuale legame con questa città?
R – Il legame con Ancona, la città dove sono nato, è stato molto forte. Oggi molto meno. I miei nonni abitavano in corso Carlo Alberto, a due passi da via Cristoforo Colombo 106 dove c’era il cancello di entrata del manicomio. Ancona è stata soprattutto la casa delle vacanze estive e delle feste natalizie, dove ci si ritrovava con la famiglia, i nonni, gli zii, i cugini, intorno ad una grande tavola imbandita. La casa è stata venduta qualche anno fa ad una coppia di giovani sposi, ma rimane il perno della mia infanzia. Ancona è descritta come una città di scoglio, spigolosa, ma anche nei suoi rituali, come la processione al duomo di San Ciriaco, o la festa di San Martino e di san Martinella, con le donne che si vestivano da marinare, con la camicetta e il colletto che le faceva sembrare bambine cresciute in fretta. E ancora la festa del mare, quando di notte ci si tuffava in acqua dal Passetto, la spiaggia dei gabbiani. 

D – Nelle brevi note biografiche riportate nella cover del romanzo, leggiamo che sei un poeta. Come si caratterizza la tua poesia? Vorresti regalare una tua lirica ai lettori di www.i-libri.com ?
R – La poesia è un gesto primitivo, la prosa è un partito moderato. Nella poesia c’è istinto, nella prosa pianificazione. Il romanzo richiede senz’altro un maggiore impegno nel dipanare cronologicamente l’evoluzione delle vicende, delle situazioni. La poesia si annida nel senso del taciuto da altri linguaggi. Quando si sfidano le convenzioni sociali si mette a nudo se stessi e si fa cadere un tabù.

Svapora il fumo notturno
all’interno degli androni
per i sonnambuli della riviera
che hanno gli zigomi scavati
e un profilo più affilato.
Il grigio dell’aria non si riempie
per i sogni incorporei
degli uomini di mare,
schiusi come i gusci
delle vongole tra le reti

(testo inedito)

Grazie Alessandro: per essere stato con noi e per averci dischiuso la porta della tua sensibilità e del tuo mondo artistico.

Bruno Elpis