Come Bernardo Bertolucci interpretò “Il conformista” di Alberto Moravia

Il conformista” di Bernardo Bertolucci uscì nel 1970 e si avvalse della interpretazione di attori di successo, come Jean Louis Trintignan, Stefania Sandrelli, Dominique Sanda e Gastone Moschin.
Il film si ispira al romanzo omonimo di Alberto Moravia del 1951, ma non è fedelissimo al testo originale.

L’opera di Moravia inizia con un Marcello, il protagonista, adolescente, impegnato a sfogare con atti ora sadici ora vandalici un disagio affettivo radicatosi in lui per una colpevole trascuratezza d’una madre frivola e superficiale e per una severità paterna priva di indulgenza e comprensione. L’infanzia per Moravia, dunque, è già profetica di ciò che sarà il Marcello uomo. L’episodio di bullismo di cui è vittima e l’incontro con il pervertito Lino danno sin dall’inizio una connotazione particolare al personaggio che Moravia rappresenta come in bilico tra il bene e il male, desideroso di un riscatto sia pure solo di facciata. Sarà infatti la ricerca di quella normalità, così efficacemente propagandata e divulgata durante il ventennio fascista, la meta ambita di Marcello che intende conformare la sua vita ai principi sani e morali della patria, della casa e della famiglia. In questa prospettiva contrae un matrimonio di convenienza con una giovane donna di bell’aspetto, non particolarmente intelligente, ma accettabile per il ruolo di madre dei suoi figli. Il racconto insiste ripetutamente sul bisogno, sulla necessità di Marcello di crearsi quella vita normale che egli sa di non aver mai avuto. Il suo rapporto con il regime, il compito che accetta di svolgere, tuttavia, lungi dal riportarlo a quella integrità desiderata, lo allontanano dalla meta. Incontri con gente corrotta e pervertita, una missione odiosa rendono il personaggio sempre più sgradevole. L’aspetto politico è affrontato con chiarezza, anche se a Moravia stanno più a cuore l’aspetto umano e la rappresentazione della solitudine interiore scaturita dall’assenza di quei valori genuini lontani dai toni propagandistici dell’epoca. Ed è nella conclusione del romanzo che l’autore cala un velo pietoso sul personaggio, che non assolve e non condanna.

Il film di Bertolucci accentua molto l’aspetto politico del tema. Qui è la sostanziale differenza tra il romanzo e  la sua trasposizione cinematografica. All’infanzia si accenna con qualche flash back, ma la storia si concentra soprattutto sull’età adulta del protagonista. Il regista ne accentua il carattere spregevole, lo rappresenta come il fascista ambizioso e privo di scrupoli, che si conforma alla “normalità” più per opportunismo che per una esigenza interiore. Ogni personaggio è rappresentato nella sua luce peggiore. Egli sembra voler condannare in tutto il suo complesso l’umanità di quell’epoca sciagurata. Non si sofferma neanche a sottolineare quegli aspetti positivi, per quanto debolì, del personaggio Quadri, vittima del più basso tradimento da parte di Marcello.
Ma è nel finale la differenza più evidente tra romanzo e film, che travisa, io credo, lo spirito vero dell’opera di Moravia. Nel film la scena finale accentua al massimo il carattere odioso del protagonista, per sottolineare quella realtà indiscutibile che vide tanta parte di quella umanità  tradire ogni principio morale, ogni sentimento di lealtà, per opportunismo e per paura.

Nessuna pietà dunque per Marcello, nel film di Bertolucci: il suo protagonista è il fascista, il protagonista di Moravia è l’uomo.

di Anna Maria Balzano