Da Verga a Visconti: I Malavoglia e La terra trema

I Malavoglia” di Giovanni Verga dovevano essere parte di un ciclo intitolato “I vinti”, che non fu mai completato. L’opera è la massima espressione del verismo italiano. Essa risente profondamente della corrente positivista comtiana e del naturalismo francese di Emile Zola. L’attenzione rivolta ai più deboli, tuttavia, si esprime in maniera diversa nelle opere di Zola e di Verga. In Zola è il proletariato urbano al centro dell’attenzione, mentre in Verga lo sono i poveri derelitti pescatori della Sicilia di Acitrezza.
Nel racconto di Verga non c’è mai paternalismo, egli è partecipe degli eventi che scandiscono la vita dei suoi personaggi, senza commiserarli, descrive la capacità di alcuni di accettare la realtà e il senso di ribellione e la lotta per la sopravvivenza di altri.
La casa, simbolo dell’unità della famiglia, luogo di aggregazione, testimone delle speranze, delle delusioni e dei dolori dei Malavoglia, e la Provvidenza, la barca, strumento di lavoro, mezzo di sostentamento materiale sono i protagonisti silenti del romanzo.
Nonostante la “malasorte” perseguiti i Malavoglia è solo in ‘Ntoni e nella Lia che si annida ed esplode la ribellione. Ognuno accetta il suo destino, da Padron ‘Ntoni a Mena.
L’infelicità dei personaggi è diretta conseguenza della perdita della “roba”. Neanche il matrimonio è possibile in una famiglia che ha perso casa e lavoro.
La narrazione procede in un continuo di perdite e rinascite. L’ultimo capitolo tuttavia apre uno spiraglio di speranza. Ad Alessi e Nunziata il compito di ricominciare riacquistando ciò che si è perso.
Il linguaggio usato da Verga è quello vicino al popolo, ricco di detti ed espressioni proverbiali, che accentua la veridicità del racconto.

La famiglia Malavoglia diviene la famiglia Valastro ne “La terra trema” di Visconti. Girato nel 1948, fu il secondo film del regista dopo “Ossessione”. L’ambiente è quello di Acitrezza, ma la storia si discosta in parte dal romanzo di Verga a cui pure si ispira. C’è lo stesso senso della drammaticità del destino che si abbatte sui più deboli. Nel film, però, è molto più accentuato il conflitto sociale. Come negli altri film di Visconti, c’è un’impostazione politica che nel testo letterario manca.
“All’ingiustizia si fa l’abitudine e tutto cade sulle spalle dei poveri – dicevano i vecchi”.
La povertà è causa della disgregazione della famiglia, che diviene come un albero secco che perde i suoi rami. C’è chi si perde e prende la strada del malaffare e chi con coraggio ricomincia da capo.
Il realismo della rappresentazione viscontiana è accentuato dagli interpreti non professionisti e dal dialetto siciliano. Nelle didascalie iniziali infatti si legge: “L’italiano non è la lingua dei poveri”.
Il dialetto è diffuso nella cinematografia italiana. Il fine per il quale se ne è fatto uso è stato però diverso a seconda dei registi, dei soggetti e delle regioni.
L’esperimento di Visconti, nato da una posizione culturale in certo modo elitaria, è affine a quello successivo operato da Olmi ne “L’albero degli zoccoli”.
L’intento è di offrire allo spettatore personaggi credibili nell’aspetto esteriore e nel linguaggio.
La terra trema” fu premiato alla IX Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Rosi e Zeffirelli furono assistenti alla regia.