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Copertina di Ed è un poco la notte e un poco l'alba di Ilaria Tuti
Esplorazioni letterarie

Ed è un poco la notte e un poco l’alba di Ilaria Tuti

Ed è un poco la notte e un poco l’alba di Ilaria Tuti riporta alla luce una pagina poco nota della seconda guerra mondiale: l’arrivo dei cosacchi in Carnia nel 1944. Attraverso la storia di Serafina, custode di antichi riti legati ai santuari del respiro, il romanzo intreccia memoria, maternità, guerra e identità, raccontando l’incontro tra mondi divisi dal conflitto.

In Ed è un poco la notte e un poco l’alba Ilaria Tuti riporta alla luce una storia quasi rimossa, radicata nella sua terra friulana e nell’estate del 1944, quando un contingente cosacco viene insediato in Carnia durante la seconda guerra mondiale (nell’ambito della cosiddetta Operazione Ataman). In questo scenario di occupazione e convivenza forzata, il romanzo segue la traiettoria di Serafina, donna solitaria cresciuta nel solco di una tradizione antichissima, quella dei santuari del respiro, dove le custodi tentano di richiamare alla vita per un solo istante i neonati nati morti, così da strappare loro un battesimo e un destino oltre il Limbo.

La vicenda intreccia memoria collettiva e destino individuale, la grande storia dei cosacchi senza patria e la piccola storia di una guaritrice riluttante che abita il confine tra fede e superstizione, tra nascita e morte, tra paura dello straniero e riconoscimento di una comune fragilità. Il romanzo alterna scene di guerra e momenti dedicati alla cura, alla maternità e alla solidarietà, che si incarna in gesti minimi di cura e in sguardi capaci di scorgere, al di là dei ruoli di vittima e invasore, la persistenza dell’umano.

Ne risulta un racconto che tiene insieme la concretezza storica di una micro‑vicenda bellica e una dimensione quasi sacra, in cui i corpi, il paesaggio e i riti più arcaici dialogano costantemente con il mistero.

Serafina nasce già segnata da un confine, figlia di una donna morta di parto, venuta al mondo in un giorno di tempesta e considerata “mai nata” da una comunità che vede nella madre esaurita una fonte prosciugata di vita. Cresciuta dalla nonna Silva, ultima delle sacerdotesse del santuario della Madonna di Trava, apprende il linguaggio delle erbe, i gesti di una pietà che non si esaurisce nei dogmi religiosi e un sapere femminile che mescola sacro e stregonesco.

La sua casa nel bosco, ai margini del paese, è una tana più che un’abitazione; Serafina si protegge con calzoni, una pipa in bocca, una capra dal carattere ostinato come unico animale di compagnia, e un immaginario rivolto al cielo, popolato dagli aerei che sogna e da marchingegni che progetta senza avere studiato.

Agli occhi del paese è nipote di un’eretica, spirito indocile e figura liminale che si muove in quello spazio oscuro dove vita e morte si sfiorano durante il parto, e dove la comunità, pur temendola, la convoca per accompagnare le nascite. Quando la guerra incrina definitivamente gli equilibri, la sua posizione marginale diventa il punto di osservazione da cui attraversare l’arrivo delle truppe cosacche, il loro insediamento nelle case, i soprusi e la lenta trasformazione del nemico in qualcosa di più complesso.

L’invasione cosacca, parte della collaborazione tra la Germania nazista e parte delle comunità cosacche ostili al regime sovietico, spalanca una frattura violenta nel quotidiano friulano. I cosacchi sono percepiti come una cavalleria temuta e minacciosa incaricata di stanare i partigiani; si insediano nelle abitazioni requisendo risorse già scarse, portano una lingua diversa e una religiosità che vede convivere sacerdoti cattolici e ortodossi negli stessi luoghi di culto, dentro paesi improvvisamente divisi in due.

La comunità di Serafina, già abituata alla miseria e alle privazioni, li percepisce inizialmente come invasori e stranieri minacciosi, i lupi evocati nei moniti del paese, creature che appartengono al mondo di là. Con il tempo, però, tra le avanguardie di cavalieri inquietanti compaiono carovane con donne e bambini, famiglie stremate da anni di esilio, e lo sguardo degli abitanti è costretto a cambiare, a riconoscere in quei profughi qualcosa della propria stessa fatica, del proprio pellegrinaggio nella storia. Il romanzo lavora su questa trasformazione lenta, sull’attrito tra un’immagine iniziale di pura violenza e la progressiva scoperta di un popolo ferito, che porta con sé nostalgia, fede e una scala di valori diversa ma altrettanto inflessibile.

Serafina, abituata a non tracciare confini netti tra giusto e sbagliato, tra fede e scienza, tra mondo dei vivi e mondo dei morti, attraversa questa convivenza forzata da una posizione unica. Non fugge di fronte all’invasione, restando aggrappata al suo pendio come le donne delle generazioni precedenti, mentre gli uomini si nascondono nella macchia e la guerra chiede alle figure femminili la responsabilità della sopravvivenza quotidiana.

La sua storia personale è già segnata da una maternità mancata, un bambino nato morto in seguito a una violenza e sepolto insieme a una parte di sé, ma proprio l’incontro con un bambino orfano al seguito di tre cosacchi insediati nella sua casa riattiva in lei un sentimento materno profondamente radicato. L’istinto di protezione verso quel piccolo, che la segue come un animale fedele, diventa uno dei punti in cui il romanzo fa emergere la possibilità di un legame tra mondi avversi, tra inquilini forzati e padroni spossessati, tra nemici e simili.

Serafina si rivela così figlia della propria stirpe, erede di una lunga linea di guaritrice e di donne capaci di porgere la mano anche nel momento estremo, ma al tempo stesso personaggio fuori tempo, dotato di un ingegno che guarda avanti e di una inquietudine che la spingerebbe ad altrove se la storia non la bloccasse lì.

Le figure femminili, in questo universo narrativo, reggono il peso della memoria e della cura, ma sono anche il punto di contatto con un immaginario che non si lascia incasellare nelle categorie della religione ufficiale. La nonna Silva, con il suo ruolo di mediatrice al santuario della Madonna di Trava, incarna un tipo di spiritualità che unisce ex voto, speranza e un sapere tramandato più per esperienza che per dottrina, fino a essere percepita come strega da una comunità che fatica a nominare la propria paura.

Serafina raccoglie questa eredità, ma la vive come tensione, oscillando tra la vocazione di guaritrice e l’attrazione verso la meccanica, verso una razionalità pratica che non cancella il mistero ma lo interroga in altri modi. È circondata da donne chiamate a resistere durante l’occupazione, interpreti di una resistenza silenziosa fatta di gesti quotidiani, di corpi che tengono insieme famiglie, di sguardi che osservano il nemico da vicino e ne colgono crepe e vulnerabilità. La maternità, come tema, attraversa tutto il romanzo in forme diverse: maternità negata, recuperata, proiettata, spesso legata alla violenza del venire alla luce e alla concretezza fisica del parto, che l’autrice dichiara di avere rielaborato a partire dalla propria esperienza per restituirne la potenza quasi ancestrale.

Un altro asse fondamentale del libro è il paesaggio montano friulano, che accompagna ogni passaggio narrativo con la sua presenza insistente. La Carnia, terra di confine e crocevia di popoli, viene evocata attraverso sentieri, boschi, torrenti, vento, fango, odori e silenzi che partecipano alla percezione dei personaggi.

Questa geografia accidentata e sensoriale rispecchia la condizione interiore dei personaggi, ne amplifica paure e speranze, accoglie tanto la ferocia della guerra quanto il tentativo di piccoli atti di pietà, come se la terra stessa conservasse tracce di passaggi umani destinati a essere dimenticati. In questo scenario, i cosacchi appaiono come viandanti venuti da lontano, guerrieri a cavallo abituati a vivere ai margini degli imperi, ora costretti a una nuova erranza tra valli che non sono le loro e che tuttavia offrono una possibilità di incontro.

La guerra è la forza che deforma gli esseri umani, li “disfa e li rifà a metà”, secondo le parole tramandate da nonna Silva. I combattimenti, le occupazioni, i bombardamenti che mirano ai comandi militari ma cancellano intere porzioni di popolazione locale, come nel caso dello spezzonamento inglese su Osoppo, sono eventi che lavorano in profondità sui personaggi, mutandone gesti e percezioni.

L’autrice insiste sull’idea di una creatura imperfetta che, con il fango delle trincee e dei campi abbandonati, forgia esseri dalla ragione vacillante e dagli istinti brutali, mezzi uomini e mezze bestie che uccidono con la facilità di una divinità malata. E tuttavia, anche in questa deformazione, resta “sul fondo del pozzo nero nel petto” uno spazio minimo da cui può nascere un gesto di aiuto verso il prossimo, una mano tesa che non cancella la colpa ma afferma la possibilità della pietà. Il romanzo sembra muoversi proprio su questo crinale, tra il riconoscimento del male storico e la ricerca ostinata di una scintilla di umanità che non si lascia annientare.

Sul piano dei temi, il libro lavora soprattutto sui motivi del confine, della memoria e dell’identità. I confini sono quelli geografici di una terra di frontiera, quelli politici imposti dalle alleanze belliche, ma anche quelli invisibili che la comunità disegna per separare il proprio mondo da quello delle “bestie”, per nominare come fattucchiera chi sfugge alle regole e come nemico chi porta una lingua diversa. Serafina, creatura liminale, vive costantemente sulla soglia, capace di muoversi tra mondi che gli altri preferiscono tenere separati, con un legame indissolubile alla montagna e un rifiuto dei dogmi che pure la attraversano.

La memoria, a sua volta, riguarda sia la micro‑storia dei cosacchi in Carnia, raccolta fin dall’infanzia dall’autrice attraverso i racconti degli anziani, sia la memoria delle donne che hanno custodito le tradizioni dei santuari del respiro, ormai relegate agli ex voto e alle testimonianze dell’Ottocento e del primo Novecento. La vicenda di Serafina diventa anche una riflessione su ciò che resta delle credenze e delle pratiche comunitarie travolte dalle guerre e dalla modernità, e su come la narrativa possa restituire una voce a ciò che la storiografia ufficiale tende a lasciare “un po’ sottotraccia” (vi rinviamo all’intervista dell’autrice con Famiglia Cristiana).

Ed è un poco la notte e un poco l’alba offre così un’esperienza di lettura che chiede al lettore di sostare a lungo nei territori dell’ambivalenza, invitando a misurarsi con zone grigie in cui vittime e carnefici, invasori e invasi, santi e streghe condividono lo stesso paesaggio e, spesso, lo stesso dolore.

La storia dimenticata dei cosacchi in Carnia e il mito delle “evocatrici di respiri” diventano il tramite per interrogare il presente, per riflettere su come attraversiamo oggi le nostre notti collettive e quali valori siamo disposti a sacrificare pur di salvarci. Nel seguire Serafina, il lettore entra in un mondo dove la pietà è una forma di amore ostinato, capace di resistere alla guerra e all’odio e di riconoscere nell’altro, anche quando fa paura, una nostalgia simile alla propria. È una lettura che unisce la tensione del romanzo storico alla densità emotiva delle storie di maternità e di radici, lasciando in chi chiude il libro la sensazione di avere attraversato un paesaggio fisico e interiore insieme, tra buio e primo chiarore.

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