Equitalia, la crisi e “Cronaca di un suicidio” di Gianni Biondillo

Mentre i dati macroeconomici confermano che la crisi economica non se ne vuole andare; mentre la cronaca registra numerosi fatti che segnalano l’esasperazione di cittadini assediati dalle ganasce di un sistema impositivo famelico e vorace; mentre la cronaca – ancora lei! – registra casi di commercialisti infedeli (tutte le professioni annoverano nelle loro schiere individui che rovinano il buon nome della categoria) che approfittano di clienti ignari; mentre il legislatore ha emanato norme che dovrebbero attenuare l’inesorabilità di un agente della riscossione (la famigerata Equitalia) che stritola contribuenti anche incolpevoli in circuiti  kafkianamente perversi …
… mentre accade tutto questo …
… Gianni Biondillo confeziona il romanzo, intitolato “Cronaca di un suicidio”, attingendo a piene mani dagli eventi sopra elencati.

L’ispettore Ferraro è in vacanza a Ostia con la figlia adolescente, Giulia. Mentre nuotano al largo, i due s’imbattono in una barca alla deriva. Salgono a bordo e trovano il messaggio estremo di un suicida: sono frasi di Pavese. Una dichiarazione (“Perdono tutti e a tutti chiedo perdono”) e un’esortazione: “Non fate troppi pettegolezzi”.
Il suicida è Giovanni Tolusso, sceneggiatore.

La causa del suicidio?
Una busta bianca, in formato A5, gonfia di carta. Equitalia, c’era scritto sul lato del mittente”. Un’intimazione a pagare la bellezza di euro 32.415,27! Uno sproposito per un uomo oberato da due mutui,  che non viene pagato da cinque mesi (“Perché oggi in Italia nessuno paga nessuno, l’hai capito o no? Nessuno!”) e che, in sequenza, riceve un accertamento della Cassa Geometri (“Il vecchio e polveroso mondo degli ordini, dei collegi, delle professioni è incomprensibile”), l’avviso di una rata straordinaria di spese condominiali, la notizia che l’appartamento di Roma è stato devastato da una fuga d’acqua.

Lo scenario della crisi, sullo sfondo, è molto cupo: “… quest’anno – inutile girarci intorno – molti non erano proprio partiti. Era un segno evidente della crisi economica.
“Il giocattolo di un’intera società sembrava si fosse rotto.”
La crisi affossa gli individui: “Com’è che nel volgere di pochi mesi quella che sembrava una cavalcata verso un’alba splendente oggi sembrava un desolato tramonto.”
In un’Italia ove nessuno paga, nessuno “tranne quelle persone in fila allo sportello esattoriale … Quelli pagano, eccome se pagano, grattano il fondo del barile, si vendono tutto ciò che hanno raccolto nel corso di una vita pur di appianare i debiti.
In un’Italia ove i suicidi per motivi economici aumentano e alimentano “articoli gonfi di voyeurismo perverso, che parlavano di imprenditori o di operai suicidi, per colpa della crisi”.

Per concludere rimanendo tra i libri, come non citare “Il mestiere di vivere” di Cesare Pavese?
Saranno proprio le citazioni di Pavese a instillare un dubbio nella mente dell’ispettore Ferraro. Al suon di alcune domande: “Ė come scrivere una sceneggiatura, in fondo, no? Quante ne hai lette di storie così?” E con una convinzione: “Non facciamo che continuare a disseminare tracce, per quanto si cerchi di negarlo. Come nella favola, come Pollicino. Forse vogliamo essere trovati.

Bruno Elpis