Fatti e libri: Carlo Lizzani e L’ultimo ballo di Charlot di Fabio Stassi

La notizia della morte di uno dei più grandi registi del cinema italiano, Carlo Lizzani, la cui vita ha attraversato quasi interamente il ventesimo secolo, per connessione d’argomento mi suggerisce il commento a un’opera finalista del Premio Campiello 2013, che ha per protagonista un grande attore e regista. Il romanzo in questione è L’ultimo ballo di Charlot diFabio Stassi.

Da sei anni, ogni Natale, mi viene a trovare la Morte. Si siede davanti a me e mi aspetta. Io allora indosso i miei panni di vagabondo e le recito una delle mie antiche scenette. Se lei ride, mi concede un altro anno di vita. È il nostro patto. Non morirò finché continuerò a divertirla…”

L’autore alterna gli “Interno notte” del 24 dicembre 1971, 1972 … 1977 a capitoli intitolati “Primo rullo”, “Secondo rullo”… “Sesto rullo”.

Gli “Interno notte” sono immaginari dialoghi tra Charlot e “La morte” (appuntamento che gli fu profetizzato a San Francisco: “Morirai a Natale… all’età di 82 anni, per una broncopolmonite”), mentre i “Rulli” formano una lettera che Charlot scrive al figlioletto Christopher, il più piccolo, che nel 1971 – quando la signora ossuta e minacciosa si presenta per la prima volta – ha soltanto nove anni e rappresenta la ragione principale per la quale Charlot chiede alla Morte di ripresentarsi l’anno successivo.

L’opera ripercorre tappe mai raccontate delle esperienze lavorative (in un circo, come tuttofare in una palestra di boxe, imbalsamatore, tipografo,  scrittore di didascalie in un cinematografo…)  e del viaggio che portò Charlie Chaplin negli Stati Uniti, ove s’introdusse clandestinamente con un altro grande attore del secolo scorso: “un ragazzo magrolino dall’aria pasticciona, i capelli dritti e gli occhi perennemente sul punto di lacrimare. Allora usava ancora il suo nome: Arthur Stanley Jefferson, ma tutti l’avrebbero conosciuto come Stan Laurel”.

Sullo sfondo della narrazione, vi sono le due grandi “invenzioni” d’inizio secolo: innanzitutto il cinema (“La chiamano l’invenzione del secolo… è il cinematografo… Chi andrà più in un circo o in un teatro a vedere come si muove un mimo o un pagliaccio?”) con le prime dispute sui brevetti (“Un piccolo inglese sfida Thomas Alva Edison”). E poi l’aeroplano: “Si chiama aeronave… Gas, figliolo, gas e aria calda. È l’evoluzione delle mongolfiere”.

Il personaggio di Charlot, unico-struggente-originale (“Era il comune senso delle proporzioni che dovevo stravolgere. Scelsi così un paio di calzoni sformati, mi abbottonai a fatica un gilè e una giacca troppo stretti e calzai due scarpe enormi e logore. Mi guardai allo specchio. Non mi ero mai sentito così a mio agio. Il mio vestito era una disubbidienza. Ci aggiunsi una bombetta, un bastone, una cravatta a farfalla. Mancava solo un ultimo dettaglio: mi agitai i capelli e mi incollai sotto al naso un paio di baffetti neri e per la prima volta seppi qual era la mia faccia”), ripropone il gusto di una poetica artistica attualissima, ma – ahinoi – ormai dimenticata dallo star system: “A quasi settant’anni di distanza da quella mattina, continua a infastidirmi la confusione che si fa tra recitazione ed esibizionismo. Ho speso una vita a tentare di dimostrare che un attore è un’altra cosa, una cosa silenziosa e piccola, ma piena di espressione, senza forzature e senza protagonismo o mistificazioni”.

Una poetica tutta da riscoprire. Da reinventare. Nella quale credere.

Bruno Elpis