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Copertina del romanzo Gli anni in bianco e nero di Francesca Giannone pubblicato da Nord nel 2026.
Esplorazioni letterarie

Gli anni in bianco e nero di Francesca Giannone

Gli anni in bianco e nero di Francesca Giannone racconta la storia delle sorelle Elia nel Salento degli anni Sessanta, tra desiderio di emancipazione, tradizioni familiari e cambiamenti sociali. Al centro del romanzo ci sono il rapporto tra le donne, il cinema come strumento di scoperta della realtà e il difficile confronto con un mondo ancora dominato da regole patriarcali.

Dopo il successo di La portalettere e Domani, domani, Francesca Giannone torna in libreria con Gli anni in bianco e nero (Nord, 2026), un romanzo ambientato nel Salento degli anni Sessanta che mette al centro quattro sorelle e il loro percorso di emancipazione in un’Italia attraversata da profonde trasformazioni sociali e culturali.

La vicenda si concentra sulla famiglia Elia e sulla sartoria portata avanti dalla madre, un luogo sospeso nel tempo, ancora regolato da abitudini e valori tradizionali. A imporre le proprie regole è Pantaleo Elia, padre severo e autoritario, convinto che il futuro delle figlie debba restare entro limiti prestabiliti. Maria, Giovanna, Ada e Mimì, però, iniziano ad avvertire il richiamo del cambiamento e ad incuriosirsi sul mondo che le circonda.

Ognuna delle sorelle vive questa tensione in modo diverso. Maria sogna una realizzazione professionale al di fuori della sartoria familiare. Giovanna trova nella musica una forma di ribellione e di apertura verso il mondo fuori dai confini del paese. Ada si rifugia nei libri, in particolare nei romanzi, perhcè questi le permettono di immaginare modelli femminili differenti da quelli imposti dalla realtà che la circonda. Mimì, la più giovane, scopre invece nel cinema uno strumento capace di trasformare il modo di guardare il mondo.

Il cinema è uno degli elementi centrali del romanzo. Dalla cabina di proiezione del Cinema Apollo, dove riesce a vedere i film nonostante i divieti del padre, Mimì scopre che la realtà può essere osservata e raccontata attraverso uno sguardo personale. Il desiderio di diventare regista la spinge così a guardare con maggiore attenzione ciò che accade dentro e fuori la famiglia, facendo della cinepresa uno strumento per comprendere il mondo e raccontarlo.

La presenza del linguaggio cinematografico non appare casuale. In un’intervista rilasciata al Quotidiano di Puglia, Francesca Giannone ha raccontato che l’idea del romanzo è maturata dopo la visione del film Diamanti di Ferzan Ozpetek. L’autrice ha spiegato che proprio da quell’esperienza nacque la voce di Mimì, seguita poi da quella delle altre sorelle. Sempre nella stessa intervista, Giannone ha sottolineato come la scrittura del libro sia stata caratterizzata da un processo particolarmente fluido e immediato, diverso da quello sperimentato nei lavori precedenti.


Il rapporto con il cinema riguarda anche il percorso personale di Francesca Giannone. Dopo la laurea in Scienze della Comunicazione, la scrittrice ha studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia, un’esperienza che aiuta a comprendere l’importanza dello sguardo cinematografico nella costruzione del romanzo e del personaggio di Mimì.

Se il cinema rappresenta il filtro attraverso cui osservare la realtà, il vero cuore del romanzo è però il rapporto tra le donne. Gli anni in bianco e nero racconta infatti una forma di emancipazione che nasce all’interno delle relazioni femminili. Le quattro sorelle affrontano sfide differenti, ma tutte loro condividono il bisogno di avere maggiori spazi di autonomia in un mondo che ancora non vede le donne come libere dal controllo degli uomini.

Gli anni Sessanta vengono spesso ricordati come un periodo di crescita economica, di modernizzazione e di fiducia nel futuro. Nel romanzo, tuttavia, la realtà è più complessa. Mentre il Paese conosce il boom economico, nelle vite delle protagoniste restano presenti limitazioni giuridiche e culturali che riguardano soprattutto le donne.

Parallelamente alle vicende delle sorelle Elia si sviluppano le lotte operaie, le contestazioni studentesche e la nascita dei primi movimenti femminili. Queste trasformazioni arrivano anche nelle provincie del Sud e pian piano modificano il modo di pensare il lavoro, la famiglia, l’istruzione e le relazioni affettive. Al centro di questo cambiamento vi è proprio la ricerca dell’indipendenza economica e sentimentale.

Nell’intervista al Quotidiano di Puglia, Giannone ha altresì evidenziato come il romanzo sia probabilmente il più vicino alla sua sensibilità tra quelli pubblicati finora. L’autrice ha inoltre spiegato di aver voluto raccontare una stagione storica in cui la condizione femminile era ancora segnata da forti disuguaglianze, ricordando l’esistenza di norme che limitavano concretamente la libertà delle donne. Da qui anche il significato del titolo. Il “bianco e nero” non richiama soltanto l’immaginario cinematografico dell’epoca, ma diventa una metafora delle restrizioni che molte donne erano costrette a subire.

Giannone ha anche raccontato che l’ispirazione deriva anche da ricordi personali legati a una sartoria frequentata durante l’infanzia nel suo paese d’origine, Lizzanello. Nel romanzo questo posto è un ambiente di confronto, di solidarietà e di condivisione, nel quale le donne possono esprimersi con una libertà che altrove sarebbe negata.

Come già nei suoi romanzi precedenti, l’autrice continua a osservare la storia italiana attraverso personaggi che raramente occupano il centro della narrazione ufficiale. In questo caso l’attenzione si concentra su donne che vivono lontano dai grandi centri politici e culturali, ma che partecipano comunque ai cambiamenti del loro tempo. Il Salento è un osservatorio privilegiato da cui leggere le trasformazioni che attraversano l’intero Paese.

Attraverso la vicenda delle sorelle Elia, Francesca Giannone approfondisce temi come l’autodeterminazione, il lavoro femminile, il diritto al desiderio e la costruzione della propria identità. Sullo sfondo resta l’idea che raccontare la realtà significhi anche conservarne la memoria. È ciò che fa Mimì con la sua cinepresa e, in fondo, è anche ciò che il romanzo stesso si propone di fare, ovvero riportare al centro esperienze e aspirazioni che hanno accompagnato il cammino di molte donne nell’Italia del secondo Novecento.

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