Guerra nucleare: uno scenario di Annie Jacobson

Con il conflitto in Ucraina e tra Israele e Iran, torna centrale la paura delle armi nucleari, oggi ci sono nove potenze che le posseggono. Rischi e paura di un tempo incerto: ne parla il libro di Annie Jacobson

Guerra nucleare – uno scenario di Annie Jacobson

There is only one scenario other than an asteroid strike that could end the world as we know it in a matter of hours: nuclear war. And it could start in as little as 26 minutes and 40 seconds from now…** An edge-of-your-seat non-fiction thriller for readers of American Prometheus by Kai Bird or Midnight in Chernobyl by Adam Higginbotham. The first rule of nuclear war is that there are no rules. Up to now, no one outside of official circles has known exactly what would happen if a rogue state launched a nuclear missile at the Pentagon. Second by second and minute by minute, these are the real-life protocols that choreograph the end of civilisation as we know it. If a single nuclear missile is launched, it provokes two dozen in return. Frantic calls over secure lines work to confirm the worst as armoured helicopters are scrambled outside. Decisions over hundreds of millions of lives need to be made within six minutes, based on partial information, knowing that once launched, nothing is capable of halting the destruction. Because the plans for General Nuclear War are among the most classified secrets held by the United States government, this book takes the reader up to the razor’s edge of what can legally be known. Based on dozens of new interviews with military and civilian experts who have built the weapons, been privy to the response plans, and been responsible for the decisions that will be made, this is the only account of what a nuclear exchange would look like. Nuclear War is at once a compulsive non-fiction thriller and a powerful argument that we must rid ourselves of these world-ending weapons for ever. ©2024 Annie Jacobsen (P)2024 Penguin Audio

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Leggi l’articolo del Corriere online a questo link

«La guerra nucleare è una follia. Se un’arma nucleare venisse lanciata contro gli Stati Uniti, anche da una nazione canaglia dotata di armi nucleari come la Corea del Nord, la politica americana impone un contrattacco nucleare. Questa risposta darebbe quasi certamente il via a una serie di eventi che andrebbero rapidamente fuori controllo. “Il mondo potrebbe finire nelle prossime due ore”, mi ha detto in un’intervista il generale Robert Kehler, ex comandante del Comando strategico degli Stati Uniti». Annie Jacobson, giornalista investigativa americana, già finalista per il premio Pulitzer, in un intervento sul sito Mother Jones descrive così i rischi delle armi nucleari. L’articolo è un estratto del suo nuovo libro, appena pubblicato negli Stati Uniti e in Germania, Nuclear War: A Scenario («Guerra nucleare. Uno scenario». Il titolo tedesco, 72 minuti all’annientamento, è più inquietante) e ha dato vita a un ampio dibattito sui rischi della deterrenza nucleare. Cioè di quella strategia militare che «consiste nel predisporre misure tali per cui il nemico, in vista delle conseguenze di un suo attacco, sia dissuaso dal metterlo in opera. In tal senso essa si lega alla corsa agli armamenti iniziata nel secondo dopoguerra, e ne costituisce l’impalcatura concettuale e la giustificazione ideologica» (la definizione è della Treccani).

Negli anni 80, quando si è registrato il picco di 70.481 armi nucleari al mondo, i rischi di una guerra atomica erano ben presenti e ampiamente discussi dall’opinione pubblica. Con la fine della guerra fredda, il disgelo e la riduzione degli armamenti (oggi al mondo ci sono circa 12.500 armi nucleari divise tra nove Paesi) il pericolo di un conflitto nucleare è iniziato a sembrare sempre più remoto. Oggi non è più così: la guerra russa in Europa contro l’Ucraina e la minaccia di un conflitto tra Israele e Iran hanno reso quel rischio tremendamente più attuale. Anche se finora la deterrenza ha funzionato contro la Russia.

La cosa interessante e spaventosa del libro di Jacobsen è che mostra che basterebbe la decisione di una singola persona per scatenare l’apocalisse nucleare, non importa se è un dittatore imprevedibile e paranoico come Kim Jong-un, o dedito alle prove di forza come Vladimir Putin, o un presidente democraticamente eletto. È un fatto ben not0 agli addetti ai lavori: «Durante la crisi del Watergate, il Segretario alla Difesa James Schlesinger, preoccupato che un Richard Nixon ubriaco e pensieroso potesse decidere di lanciare un attacco nucleare, avrebbe detto ai dirigenti del Pentagono di consultare lui o il Segretario di Stato Henry Kissinger prima di seguire una direttiva della Casa Bianca» ricorda il New York Times nella sua recensione del libro. Jacobsen dal canto suo è convinta che molti esperti militari le abbiano parlato perché pensano che l’opinione pubblica debba sapere che una cosa del genere può accadere.

«Gli Stati Uniti mantengono una politica di lancio nucleare chiamata “Launch on Warning”. Ciò significa che se un satellite militare indica che la nazione è sotto attacco nucleare e un secondo radar di preallarme conferma tale informazione, il presidente lancia missili nucleari in risposta. L’ex segretario alla Difesa William Perry mi ha detto: “Una volta che siamo avvertiti di un attacco nucleare, ci prepariamo a lanciare. Questa è la politica. Non aspettiamo”. Il Presidente degli Stati Uniti ha l’autorità esclusiva di lanciare armi nucleari. Non chiede il permesso a nessuno. Né il segretario alla Difesa, né il presidente del capo di stato maggiore congiunto, né il Congresso degli Stati Uniti», spiega Jacobsen in un intervento su The New Scientist

«Quando il Presidente viene a sapere che deve rispondere a un attacco nucleare, ha solo 6 minuti per farlo. Sei minuti sono un tempo irrazionale per “decidere se scatenare l’Armageddon”, lamentava il presidente Ronald Reagan nelle sue memorie. “Sei minuti per decidere come rispondere a un segnale di disturbo su un radar… Come si può applicare la ragione in un momento come quello?”. Eppure, il Presidente deve rispondere. Perché un missile balistico intercontinentale impiega circa 30 minuti per arrivare da una rampa di lancio in Russia, Corea del Nord o Cina a qualsiasi città degli Stati Uniti, e viceversa. I sottomarini con armamento nucleare possono ridurre il tempo di lancio al bersaglio a 10 minuti o meno. Oggi ci sono nove potenze nucleari, con un totale di oltre 12.500 armi nucleari pronte per essere utilizzate. Gli Stati Uniti e la Russia hanno circa 1.700 armi nucleari ciascuno: armi che possono essere lanciate in pochi secondi o minuti dopo che i rispettivi presidenti hanno dato il comando», dice ancora Jacobsen. Gli Stati Uniti però hanno solo 44 missili per intercettare e far esplodere le testate nemiche. E il prossimo presidente americano potrebbe essere Donald Trump.

«Ho fatto una serie di interviste con il fisico Richard Garwin, che ora ha 95 anni. È probabilmente la persona più esperta di armi nucleari del pianeta, e probabilmente ne sa di più sulla politica nel lungo arco della storia, perché aveva 23 o 24 anni quando progettò la prima bomba termonucleare. Nel test “Ivy Mike”, la bomba esplose con una potenza di 10,4 megatoni, circa 1.000 Hiroshima. Garwin mi disse che la sua più grande paura era , ed era sempre stata, la teoria del pazzo. Ha usato l’espressione francese Après moi, le déluge – dopo di me, il diluvio – riferendosi all’idea che un leader pazzo, maniacale, egoista e narcisista possa lanciare un’arma nucleare per ragioni che nessuno potrà mai conoscere» dice ancora Jacobsen a Mother Jones

Nel 1983 gli Stati Uniti hanno fatto una simulazione dei possibili scenari di guerra in un gioco chiamato Proud Prophet, a cui hanno partecipato vari esperti. Tra questi c’era un professore di Yale Paul Bracken che, racconta Jacobsen, è stato autorizzato a parlarne in termini generali: «Ha scritto nel suo libro che tutti se ne sono andati molto depressi, perché non importa come inizia lo scenario nucleare — se la Nato è coinvolta o meno, se la Cina è coinvolta o meno — finisce sempre allo stesso modo, il modo più terribile, perché l’America ha una politica di “lancio su allarme”. Non aspettiamo di assorbire un colpo nucleare. Una volta che un missile è in arrivo e c’è una conferma secondaria dai radar di terra, al presidente viene chiesto di lanciare un contrattacco». 

Il punto è che non è possibile sapere se il missile contiene una testata nucleare. Ma il presidente deve comunque decidere subito se rispondere. E se decide di farlo con le testate nucleari l’apocalisse atomica diventa inevitabile. Partendo da questo assunto Nuclear War: A Scenarioracconta nel dettaglio e momento per momento cosa succederebbe se la Corea del Nord lanciasse un missile contro gli Stati Uniti.

«Il libro lascia aperta la questione di cosa abbia spinto la Corea del Nord a commettere questo atto di follia. Il dittatore Kim Jong-un sarebbe davvero così pazzo da attaccare gli Stati Uniti? Sta forse immaginando di sopravvivere all’inevitabile contrattacco? Secondo i servizi segreti americani, la Corea del Nord ha costruito per decenni il più grande sistema di bunker sotterranei del mondo. Si presume che la leadership del Paese abbia cibo, acqua e medicine sufficienti per trincerarsi sottoterra per anni. Oppure è solo un malinteso, un terribile incidente? Si tratta di un test missilistico sfuggito al controllo? In questo scenario fittizio, non è chiaro perché il missile sia stato lanciato. Pyongyang rimane in silenzio, proprio come nella realtà. Tra il gennaio 2022 e il maggio 2023, la Corea del Nord ha effettuato circa 100 test missilistici. Il Paese non ne ha annunciato nemmeno uno in anticipo. La cosa sconvolgente: per il resto dello scenario, non importa se il lancio sia stato intenzionale o accidentale» nota lo Spiegel.

Uno dei punti più problematici è che i leader hanno solo pochi minuti di tempo per decidere in caso che venga rilevato un potenziale attacco. È una responsabilità così gravosa che sia George W. Bush, che Barack Obama, che Joe Biden volevano cambiare la politica di «lancio su allarme». Ma non lo hanno fatto perché nessuno ha mai trovato un’alternativa alla politica di deterrenza nucleare. Un altro elemento problematico è il «sistema di allerta precoce» russo che è «inaffidabile»: secondo gli esperti americani c’è il pericolo che segnali come reali attacchi inesistenti, innescando una reazione a catena (un problema aggravato dal fatto che i presidenti degli Stati Uniti e la Russia attualmente non comunicano).

La descrizione della reazione a catena della deterrenza nucleare fatta da Jacobsen è così terrificante che Denis Villeneuve, il regista di Dune, ha comprato i diritti per farne un film. Paradossalmente potrebbe essere l’unica buona notizia portata dal libro. Il perché lo racconta Jacobsen, sempre nell’intervista a Mother Jacobsen: ha a che fare con il più famoso film di sempre sull’apocalisse nucleare,The Day After, che —uscito nel 1983, ha fatto capire a tutto il mondo i rischi della guerra nucleare. «Si tratta di una storia fittizia di una guerra nucleare tra l’America e la Russia sovietica, e metà del Paese lo guardò. È interessante notare che, dietro le quinte, la Abc ricevette molte pressioni per non mandarlo in onda — ricorda Jacobsen —. Ebbene, un americano molto importante lo guardò: Reagan assistette a una proiezione privata a Camp David. Il suo capo di gabinetto cercò di suggerirgli di non guardarlo, ma lo fece. Nel suo diario scrisse di essere “molto depresso”, prese il telefono e chiamò l’allora presidente sovietico Mikhail Gorbaciov, e i due leader si parlarono, il che è davvero l’unica soluzione a tutto questo. Grazie a quelle comunicazioni, alla loro conferenza e al trattato, l’arsenale nucleare folle è stato ridotto ai circa 12.500 esemplari attuali, una riduzione considerevole. Il Presidente prima di vedere “The Day After” aveva un approccio molto più duro e aggressivo. Ha cambiato posizione ed è diventato molto più prudente».