Il neorealismo italiano. Alla scoperta del fenomeno della resistenza in Calvino, Pavese e Vittorini

Cesare Pavese

L’articolo si prefigge lo scopo di analizzare il fenomeno della Resistenza partigiana all’interno di tre grandi capolavori della nostra letteratura: Il sentiero dei nidi di ragnoLa casa in collinaUomini e no. Calvino, Pavese e Vittorini presero parte al fenomeno resistenziale in maniera differente, ma riuscirono, attraverso le loro opere, a dare della Resistenza italiana un’immagine che fosse il più possibile confacente alla realtà. Stiamo parlando di tre grandi scrittori che contribuirono a fondare e diffondere la corrente neorealista in Italia: si prefissero cioè lo scopo di trattare argomenti che trovassero una piena corrispondenza nella realtà storica, utilizzando però un linguaggio che potesse giungere, per la sua immediatezza, ad abbracciare un pubblico di lettori nettamente più vasto rispetto a quello a cui solitamente la grande letteratura intendeva rivolgersi. 

Il fenomeno della Resistenza, pur non essendo circoscritto al solo nostro paese, è stato tuttavia ampiamente trattato dalla Nostra Letteratura. Calvino, Pavese e Vittorini sono solo alcune delle voci più significative che hanno contribuito a fare della Resistenza un vero e proprio tema letterario. Nel caso de Il sentiero dei nidi di ragno, Calvino sceglie di osservare la vicenda della guerra civile attraverso gli occhi del giovane protagonista Pin: un ragazzino, cresciuto praticamente da solo lungo i caruggi genovesi, che si ritrova improvvisamente calato in una realtà più grande di lui e alla quale guarda con meraviglia e stupore, ma anche con una sana inconsapevolezza.

Pavese elegge invece a protagonista del suo romanzo un intellettuale adulto, Corrado, che però non prende attivamente parte alle vicende belliche e osserva il mondo che lo circonda da lontano, quasi impotente di fronte alla vita.

Differente forse il caso di Vittorini: Enne2 è un giovane uomo che prende attivamente parte alla lotta di resistenza cittadina, combattendo concretamente una battaglia, nella quale troverà la morte.

Personaggi dunque molto diversi tra loro, ma che si trovano costretti a vivere una medesima esperienza di vita.

La scelta di un protagonista giovanissimo ed ingenuo offre a Calvino la possibilità di parlare del fenomeno resistenziale prendendo le distanze da un certo tipo di retorica, in voga soprattutto negli anni successivi al termine del secondo conflitto mondiale, che voleva a tutti i costi fornire dei partigiani un’immagine trionfalistica e, a tratti, quasi surreale. Il mondo descritto da Calvino vuole soprattutto essere un mondo di uomini che, come tali, si trovano costretti ad affrontare una realtà che, nei fatti, risulta spesso decisamente superiore alle loro capacità. Se, agli occhi di Pin, i partigiani assumono quasi le sembianze di eroi, a quelli di un lettore consapevole essi si offrono invece in tutta la loro umanità. L’abilità di Calvino è dunque quella di raccontare una storia che possa, attraverso lo sguardo di un ragazzo, portare l’io adulto a riflettere sulla realtà. Non supereroi, ma semplici individui, spesso disorganizzati, talvolta incompetenti ma, tuttavia, animati da una grande volontà.

Se Calvino sceglie di calare il protagonista completamente all’interno del mondo rappresentato, sul campo di battaglia per così dire, Pavese opta invece per una soluzione differente. Come spesso accade in diversi suoi romanzi, Pavese predilige l’immagine intimistica di un io che sceglie di starsene in disparte e di guardare la realtà che lo circonda da lontano. Il Corrado di Pavese è un uomo doppiamente lacerato e sconfitto, sia sul piano umano che su quello storico: non riesce a prender parte alle battaglie che si svolgono attorno a lui e non riesce a stabilire un rapporto umano stabile con la donna che ama e con il figlio, probabilmente avuto da questa anni prima. Forse però, proprio il fatto di non aver preso parte attiva alla vicenda storica della Resistenza, permette a Pavese di offrirci una tra le più grandi riflessioni sul fenomeno resistenziale che noi possediamo. Le ultime pagine de La casa in collina, senza dubbio tra le più belle, a mio avviso, della Nostra Letteratura, sono la prova di un grande senso civico da parte dell’autore. Il romanzo si conclude infatti con un grande interrogativo che, oltre a portare il lettore a riflettere sulla tragicità e sull’insensatezza della guerra in sé, intende superare quella dicotomia tra bene e male che la retorica sulla Resistenza aveva creato, per poter dare di questa un’immagine più fedele al vero. 

Il romanzo di Vittorini è notevolmente differente da quelli sopra citati: differente grazie alla presenza di un personaggio adulto e consapevole che assume un ruolo attivo nella vicenda resistenziale; differente è l’ambientazione che, per Vittorini, rimane costantemente legata alla città di Milano e quindi lontana dalla cosiddetta macchia; ma differente è soprattutto lo stile attraverso il quale Vittorini intende avvicinare il lettore a un argomento di così notevole rilevanza. L’influenza della grande letteratura americana e l’opera di traduzione alla quale Vittorini dedicò gran parte della sua vita, gli permisero di assimilare in toto lo stile degli scrittori che andava via via leggendo e traducendo. Alla prosa lineare egli sostituisce un serrato dialogo nel quale sono coinvolti non solo i personaggi, ma lo stesso autore/narratore, che sceglie di dialogare con il proprio protagonista, dando così vita a pagine cariche di lirismo simbolico tra le più affascinanti della nostra letteratura. Se, da una parte, il dialogo è senza dubbio frutto di interferenza da parte della grande letteratura americana (Hemingway, Melville, Lawrence), dall’altra esso esprime l’incapacità di fornire risposte adeguate alle grandi domande esistenziali tipiche del secolo scorso. Il finale aperto (spesso una costante dei testi novecenteschi) dimostra come non sia più possibile offrire un lieto fine che possa conciliare l’uomo con la realtà dell’esistenza. La stessa dicotomia tra bene e male, tra partigiani da una parte e nazifascisti dall’altra, così viva nell’Italia post bellica, viene qui superata, così come era avvenuto ne La casa in collina. Anche il titolo del romanzo, lungi dal voler esprimere una netta distinzione fra gli uomini e i non uomini, vuole invece portare il lettore a riflettere sul fatto che esista una sola specie, l’uomo, nel quale convivono ambedue le nature, quella benigna e quella maligna.

Tutti e tre i romanzi si concludono con un finale aperto e, nel caso di Uomini e No, anche piuttosto inquietante, con la voluta intenzione di portare il lettore a riflettere su un argomento storico preciso senza tuttavia volerlo costringere ad assumere una posizione ufficiale. La letteratura del Novecento, in particolar modo quella neorealista, non è più in grado di offrirci delle risposte concrete e positive; non è una letteratura che vuole ammaestrare, ma semplicemente illustrare il vero.