“Il postino suona sempre due volte” e “Ossessione”

Dalla California alla pianura padana: come Visconti trasformò “Il postino suona sempre due volte” di James M. Cain in “Ossessione”. 

La prima edizione del romanzo di James M. Cain “Il postino suona sempre due volte” uscì nel 1934, un’epoca in cui  un soggetto così scabroso e personaggi così sanguigni non potevano che suscitare tali perplessità e critiche, da far ricadere sull’autore un’accusa di oscenità . Il romanzo viene tuttora inserito tra le opere  del genere “hard boiled” da cui avrà origine la più moderna “pulp fiction”.

Il personaggio di Cora, quotidianamente umiliata e sfruttata nel suo ruolo di moglie serva nella bettola del marito gestita insieme al distributore di benzina, sulla strada per San Francisco, è la più eloquente espressione di un bovarismo perennemente frustrato. L’incontro con Frank riaccende le sue speranze di un cambiamento di vita. I due, insieme, però travolti dal desiderio e dalla passione, si trovano a scendere tutti i gradini della dignità e del rispetto di se stessi, fino al tragico assassinio del marito di lei, uomo rozzo e volgare. Una storia che non offre possibilità di riscatto, nonostante i protagonisti ne abbiano avuto l’opportunità. Da qui il simbolico titolo “Il postino suona sempre due volte”. Il testo,  carico di erotismo, risente certamente dell’influenza della letteratura francese, in particolare di Baudelaire. Frank e Cora altro non sono che due moderni fleurs du mal.

Il primo film di Luchino Visconti fu “Ossessione”, liberamente tratto dal romanzo di Cain. Fu un esordio difficile, discusso e ostacolato. Nel 1943, epoca in cui il film fu proiettato per la prima volta nelle sale, la stampa del regime fascista e quella cattolica trovarono l’opera dissacrante, diffamatoria e indecente per la morale e i valori vigenti. La storia é ambientata nella bassa pianura padana, e i protagonisti si muovono in una trattoria di campagna, circondati da una natura brulla e alquanto squallida. Sembra esserci una corrispondenza tra l’anima dei personaggi e ciò che è intorno a loro. Il linguaggio è povero e scarno, come solo poteva essere il linguaggio di esseri condannati a una vita di stenti, alla perenne ricerca del benessere. Frank e Cora sono qui Gino e Giovanna, legati da una passione destinata a travolgerli. Gino, bello e attraente, non rappresenta tuttavia l’ideale del maschio-eroe decantato dalla propaganda del regime. Egli è un vagabondo, un opportunista, un debole che si lascia attrarre dal miraggio di una vita facile. Un romanzo che non decanta i valori della famiglia, dell’amore coniugale, della fedeltà, non poteva riuscire gradito alla critica ufficiale dell’epoca. Eppure Visconti ebbe il grande inestimabile merito di aprire la strada al neorealismo nel cinema, di evidenziare la superficialità e la banalità delle storie fino ad allora rappresentate, ebbe il coraggio di presentare la realtà nella sua cruda essenza, senza edulcorarla. I suoi personaggi sono veri, sono gli stessi che si incontravano nell’immediato dopoguerra, gli stessi che, ahimè, ancora oggi, talora si incontrano nelle zone più depresse del nostro paese.

Fu proprio a proposito di questa sua prima opera che Visconti definì il suo cinema “antropomorfico”, in quanto al centro del suo interesse era l’uomo, con le sue debolezze, i suoi sogni, le sue frustrazioni e le sue speranze. “Al cinema mi ha portato soprattutto l’impegno di raccontare storie di uomini vivi: di uomini vivi nelle cose, non le cose per se stesse. Il cinema che mi interessa è antropomorfico.”

Il film, nella sua tristezza narrativa, si concentra soprattutto sulla lotta quotidiana dell’uomo per la sopravvivenza che non è più solo materiale, ma diviene necessità di sopravvivenza spirituale, in un mondo in cui l’ideologia ottimistica del fascismo creava falsi miti e negava la tragicità della realtà.