Il salice piangente e il ciliegio rosa

Esiste un vecchio orologio le cui lancette non si bloccarono per colpa dell’usura, o di una batteria scarica. Le due asticelle si fermarono per sudditanza verso il Tempo stesso, che per primo smise il palpito dei secondi, prostrando il capo al potere della più rovinosa arma letale.

6 AGOSTO 1945 – 8,15 ora del Giappone. La chiamavano Little Boy e fu la prima bomba atomica scagliata su di una città abitata.
La gente di Hiroshima ha rialzato il capo e ha ricostruito la sua città, che oggi è un frizzante centro ricco di verde e di fiori. La gente di Hiroshima ha raccolto le forze e perdonato la viltà di un atto illecito anche in guerra, se riconosciamo quella definizione di “crimine contro l’umanità” con cui viene definito oggi l’evento atomico.
Il cuore sanguinante ma propositivo della città è il Parco della Pace, dove il cenotafio ricorda il nome di tutti i caduti e in una riga scritta in ogni lingua riassume l’intento del popolo di Hiroshima “Che tutte le anime riposino qui in pace affinché il male non si ripeta“.
Nel Peace Memorial Museum lì accanto si diffonde il messaggio di pace, la missione che incita allo smantellamento di tutte le armi nucleari al mondo. Ė un luogo di una crudezza estrema, dove nulla è lasciato al caso e il cui impatto è irreversibile.
Non c’è spazio per colpevolizzare o urlare vendetta, è una culla di pace per l’umanità intera che non ostenta fazioni, bandiere,  non esige pietà. Ė dimostrazione, è emblema, vuole che l’orrore non si compia di nuovo, in nessuna parte nel mondo.
Qualsiasi sia la vostra opinione circa quell’ordine che impose al dito di pigiare il bottone, prima di ogni commento, ogni pensiero, ogni respiro, passate da Hiroshima e visitate il Museo della Memoria e della Pace, l’esperienza più forte e drammatica della mia vita, che ha sgretolato ogni parere, che mi ha tolto la voce, che non mi lascerà mai più diritto di negligenza.
Nel frattempo, basta poco per recarsi in Giappone e rivivere quei drammi, la letteratura è finestra che si affaccia sul panorama di ogni luogo e ogni tempo. Partiamo dunque, in un viaggio a bordo di parole e pensieri.

John Hersey, statunitense, premio Pulitzer nato nel 1914, corrispondente di guerra, nell’agosto del 1946 pubblicò per il New Yorker un lungo inserto di 31.000 parole; l’articolo diffuse una nuova versione dei fatti giapponesi al popolo americano ed ebbe tanto successo da essere poi riproposto in un volume: Hiroshima.
Il libro, di una bellezza e di un’utilità inestimabili, esordisce il giorno dello scoppio della bomba per poi proseguire nell’anno successivo. In esso Hersey raccoglie le testimonianze di sei persone che sopravvissero all’atomica: Miss Toshinki Sasaki, impiegata; dr. Masazaku Fujii, medico; mrs. Natsuyo Nakamura, vedova di un sarto; padre Wilhelm Kleinsorge, prete tedesco; dr. Terufumi Sasaki, chirurgo; mr. Kyroshi Tanimoto, reverendo.
Uomini e donne colti all’improvviso da un fenomeno sconosciuto, nessuno mai aveva usato in guerra uno strumento di tanta portata, nessuno, nemmeno chi la lanciò, sapeva esattamente quali potessero essere gli effetti.
Essere sepolti dalle macerie, camminare tra i morti viventi che implorano acqua, la pelle che cola dai corpi, madri che riconoscono i figli vivi da un anello, da un ciondolo, tanto i tratti somatici sono stati cancellati dal calore.
Il caos. La paura dell’ignoto. Il proliferare dei tumori, della leucemia, del rachitismo, delle malformazioni genetiche.
Della sterilità degli uomini, gli aborti delle donne. Nonostante tutto sembrava che la natura clemente volesse proteggere i suoi umani, fermare le nascite nel ventre di veleno.
Sterminio, non solo dei morti di oggi, ma anche di domani, anche dei prossimi decenni. Uccidere il futuro.
Consiglio vivamente l’edizione del 1989 che vede Hersey tornare in città per incontrare , dopo quarant’anni, i soggetti del suo reportage e chiudere il cerchio.

L'ultima estate di Hiroshima

Sopravvissuto alla bomba, Hara Tamiki dedicò la sua opera alla divulgazione di ciò che avvenne quel giorno maledetto.
L’ultima estate di Hiroshima” raccoglie tre dei suoi più famosi racconti: vista la continuità temporale potrebbero essere considerati un romanzo breve, che racchiude tre fasi consecutive. Inizialmente giorni qualunque in tempo di guerra, vissuti da ignari spettatori di quello che l’indomani sarà un tremendo boato, una luce accecante e poi il nulla di una città rasa al suolo. Infine il terzo capitolo che dalle rovine conduce a una nuova epoca, quella radioattiva.
Dalla prosa semplice, l’opera di Hara Tamiki colpisce per l’intimità e l’emozione di cui trasudano le righe. Commuove l’immagine di quell’iscrizione in giapponese su granito accanto allo scheletro dell’unico edificio che non si piegò completamente alla bomba:
“Inciso nella roccia tanto tempo fa
Perduto nelle sabbie mobili
Nel centro di un mondo che si sgretola
La visione di un fiore.”
Terminato il suo messaggio letterario, incapace di colmare il vuoto lasciato dalla morte della moglie e all’alba del conflitto di Corea, egli si suicidò il 13 marzo del 1951.
Questo suo unico libro tradotto in italiano è certamente la visione di un fiore, che a modo suo ha lottato, finché ha potuto.

La pioggia nera

Nato nel 1898 nei pressi di Hiroshima, Ibuse Masuji non visse in prima persona il dramma nucleare ma da esperto in romanzi storici si impegnò ad analizzare documenti ufficiali e testimonianze popolari. Vent’anni dopo lo scoppio pubblicò “La pioggia nera” che non vuole essere un reportage, ma una ricostruzione di quei giorni attraverso la memoria della gente, rielaborata dalla sua scrittura.
Il libro è asciutto, mortificante, agghiacciante come non poteva essere diversamente, l’orrore inferto dall’umanità all’umanità non merita alcuno sconto, Ibuse Masushi arriva direttamente al punto peggiore, quello in cui il nemico più letale dell’uomo è l’uomo stesso.
Torna il tema ricorrente e comune a tanti altri libri, ossia l’ignoto,  quello strumento di morte di cui nemmeno si conosceva il nome. “Bimbo, guarda che nuvola “.
Se la storia è sofferenza, anche la letteratura sa soffrire.
La vicenda di Sadako è comune a molti altri bambini giapponesi, eppure al Parco della Pace hanno saputo immortalarla come emblema di ciò che significa sterminare il futuro.
Sadako aveva due anni il giorno del fallout e sopravvisse alla bomba. Ma otto anni dopo l’atomica ripiombò nella sua vita, a cavallo della leucemia.

In questo breve libro per ragazzi Eleanor Coerr ci presenta una bimba malata, che con piccole mani dava corpo a minuscoli origami. Esiste infatti una leggenda che noi europei non conosciamo, essa dice che chi costruisce mille gru di carta ha diritto a realizzare un desiderio. Come guarire dalla leucemia.
“SEICENTOQUARANTAQUATTRO, fammi guarire.”
La sua ultima gru, Sadako morì a dodici anni. Nel museo di Hiroshima potete osservare tante piccole gru donate dalla sua mamma, all’esterno dell’edificio, vicino al monumento commemorativo, migliaia di gru per portare la pace, per incitare alla vita, create  da piccole mani di tutto il mondo.

Stilando una lista della Bellezza non posso non includere viaggiare e leggere. Che poi forse sono una cosa sola, riflettendoci: ecco allora il mio tributo a una città incontrata per caso, a un’esperienza di una potenza inenarrabile.
A Hiroshima i fiori di ciliegio sbocciano ogni anno con la stessa delicata intensità di un tempo, senza rancore, senza dolore, senza timore.
Eppure è una città, è una letteratura che apre gli occhi e fa male, strazia.
Poi mentre il turista e il lettore balbettano il loro pianto incredulo, un’anziana donna si avvicina, sorridente, così luminosa in mezzo a tanta morte.
Sorride teneramente a quelle lacrime incessanti e  ti prende la mano, chiude qualcosa nel pugno e sparisce dietro un inchino.
Una gru di carta, un augurio di lunga vita.
Grazie Hiroshima, grazie signora Chie, chiunque tu sia.
Sono Occidentale, non so come ritagliare un origamo, ma so leggere e questi libri sono la mia gru per te. Sayonara.

C.u.b.