Il suo odore dopo la pioggia: Io e Ubac, dieci anni d’amore

Cosa significa vivere con un cane? Tante cose tutte insieme. Felicità, amore,  complicità. A volte rabbia, a volte dolore. Come con un amico.

Io e Ubac, dieci anni d’amore.

Una pubblicità sul giornale locale cambia la vita di Cédric: i cuccioli di un bovaro del bernese cercano casa. L’idea di allontanare la solitudine con un nuovo compagno lo attrae e diventa una certezza quando incontra il cucciolo dal ‘colletto azzurro’. Solo la ricerca del nome è un’avventura. L’attesa è insopportabile, come quando due innamorati sono costretti a separarsi. Il suo arrivo è preparato con grande cura. Ubac, man mano che cresce, occupa, in ogni senso della parola, un posto sempre più essenziale nella vita del narratore. Un legame unico, naturale, assoluto in grado di far riverberare la gioia, il dolore, gli istanti irripetibili che cristallizzano i rapporti e l’inesorabile scorrere del tempo che li trasforma in ricordi. In alcune pagine, ci sembra di sentire l’odore tipico e riconoscibile del cane bagnato dalla pioggia, in quelle successive dimentichiamo persino che il protagonista sia lui e finiamo per assistere increduli e col cuore in gola allo stupefacente racconto della nostra stessa vita. È un libro ironico e commovente sugli incontri inattesi che ci regala il destino e che diventano legami indissolubili in grado di rivelarci chi siamo e quale sia la nostra idea del mondo e dell’amore.

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https://www.corriere.it/animali/24_marzo_19/un-uomo-un-cane-la-montagna-una-storia-di-vita-e-di-amore-all-ombra-delle-alpi-0514a4e4-16ec-406f-8676-9f36d6c8fxlk.shtml?refresh_ce

Cosa significa vivere con un cane? Tante cose tutte insieme. Felicità, amore,  complicità. A volte rabbia, a volte dolore. Come con un amico. Ma ce n’è una che si stacca dalle altre: l’insegnamento reciproco. Di solito a vantaggio nostro. Imparare a guardare il mondo da una prospettiva diversa. Da un’altezza diversa.  Non più dall’alto al basso, con la presunzione di sapere tutto e di potere dominare su tutto. Ma dal basso verso l’alto, con la voglia di imparare ogni giorno qualcosa in più. Guardare a 360 gradi, come fa un cane quando esplora un territorio, anche quello che ha già scandagliato mille volte e ogni volta vi ritrova qualcosa di nuovo. 

Per dirla con Cédric Sapin-Defour, scrittore e alpinista, autore dell’ultimo caso letterario francese – «Il suo odore dopo la pioggia», pubblicato in Italia da Salani e da oggi nelle librerie -, vivere con un cane significa «tornare ad imparare che un’ora è fatta di 60 minuti, ciascuno dei quali merita di essere considerato. E svolazzare dall’uno all’altro, rendersi disponibili alla sorpresa e all’incertezza, fonti inesauribili di speranza». Vale per qualunque cane, ma in questo caso il cane è Ubac, il protagonista del libro. Che è appunto una storia di felicità, amore, complicità, di rabbia e di dolore. Una storia di vita, insomma.

Una storia che inizia per Ubac il 4 ottobre 2003 in una una cucciolata di dodici Bovari del Bernese, in un allevamento dell’Alvernia-Rodano-Alpi. E per l’autore un mese dopo in un anonimo bar di un centro commerciale, dove l’occhio cade casualmente su un giornale di annunci. Che probabilmente mai in vita sua avrebbe preso in mano, se quell’incontro di destini non fosse già scritto da qualche parte. Se una foto non avesse catturato la sua attenzione. E se la voglia di uscire dalla solitudine del momento non avesse trovato in quel mucchio di musetti incollati l’uno all’altro l’incoraggiamento per saltare a bordo del furgone e dirigersi subito verso la casa di Madame Chateau, l’allevatrice, in un paesino che sorge nel mezzo di quella terra poco abitata che Oltralpe chiamano la «diagonale del vuoto». 

La  vita insieme di Cédric e Ubac ci ha messo sei anni prima di diventare storia. Sei anni da quando la malattia si è ripreso quell’ammasso di pelo tricolore che ha «animato» – le parole contano – l’esistenza dell’autore. «Quando si comincia a scrivere della propria vita – dice Sapin Defour, 47 anni, alpinista e già insegnante di educazione fisica – non si possono scegliere i ricordi, è la memoria che fa questo per noi. Non si può negoziare. Nella maggior parte dei casi si tratta  di rivivere momenti felici. Ma la perdita di un amico è un colpo che ti stende. E non si può fuggire dai ricordi spiacevoli. Bisogna farci i conti, vivere il lutto. Ho iniziato a scrivere quando è ritornata in me la gioia perché non volevo che fosse un libro triste». 

E infatti non lo è, anche se è accompagnato fin dall’inizio da uno strano ossimoro: Ubac in francese indica il versante all’ombra della montagna, il suo lato oscuro; il cagnolone che ci accompagna nelle 254 pagine del racconto è invece quanto di più solare ci possa essere. «È un piccolo paradosso gioioso che mi porto appresso – ammette lo scrittore -, ma sono sempre stato attratto da quella parte della montagna in cui non sei ancora troppo lontano della valle, ma  lo sei già abbastanza per nasconderti un po’». 

In Francia il libro è diventato velocemente un best seller: già 300 mila copie vendute, traduzione e ripubblicazione in 16 Paesi. Una storia che ha conquistato tutti. Inviti in trasmissioni e festival. Un sacco di citazioni. Non sempre a proposito. Per illustrare un articolo che citava un sondaggio da cui emerge che i francesi fanno meno sesso di un tempo, un giornale ha scelto una foto in cui una coppia a letto non si scambia coccole e si ignora alla grande: lui maneggia un tablet indossando delle cuffie, lei legge la storia di Ubac. «E io che pensavo di aver scritto un libro sensuale che suggerisce l’incontro dei corpi. Potrebbe essere questo il mio contributo ecologico? Del resto siamo già in tanti su questa Terra». 

L’autore in questi giorni è in Italia, Paese che conosce bene visto che vive subito al di là delle Alpi, non lontano da Chambery, in Savoia. E nelle sue ascensioni raggiunge spesso le vette che guardano al di qua, verso il Monte Bianco e il Gran Paradiso,  le valli di Piemonte e Valle d’Aosta. Ma all’Italia è legato anche un episodio strettamente connesso con la pubblicazione del libro: un incidente sulle Dolomiti che ha visto la moglie Mathilde finire in coma. Giorni difficili trascorsi in un camper davanti all’ospedale di Bolzano, mentre i medici non davano grandi speranze. Ma poi Mathilde ha riaperto gli occhi e le prime sue parole sono state proprio per Ubac e per il libro che proprio in quel momento Cédric stava scrivendo: «Avevo pensato di mollare tutto, quel giorno la vita è ricominciata. Il libro ci ha salvato».  Ecco perché è particolarmente emozionato nell’essere in questi giorni in Italia, tra presentazioni e incontri e con il libro tradotto nella nostra lingua. La prima di tante traduzioni che verranno nei prossimi mesi. «Che il primo debutto internazionale di Ubac sia qui non è certo un caso – ci dice Cédric – e sto anche iniziando a studiare l’italiano».  

Sapin-Defour è al suo debutto nel nostro mercato, ma in Francia ha pubblicato diversi libri, soprattutto di montagna. Un genere che sta incontrando particolare successo. «La montagna è un’esperienza diversa da tutte le altre – spiega -, genera sogni. E i libri che ne parlano sono essi stessi portatori di sogni. Ci sono due modi per portare qualcuno in vetta: il primo è che lo leghi alla tua corda e lo conduci fin su. Oppure condividi con lui la tua esperienza attraverso le parole». Che servono non soltanto a far viaggiare la fantasia, ma anche a riportare alla realtà di un ambiente sempre più minacciato dall’espansione antropica, da strutture che trasformano luoghi incontaminati in luna park o centri sportivi, dai cambiamenti climatici. 

Un tema su cui  Cédric  non lesina prese di posizione pubbliche, perché  le terre alte le porta nel cuore e le vive con passione. Del resto sono quelle che lo hanno trasformato in scrittore. «Quando finivo un’ascensione in montagna non riuscivo a trovare niente di meglio della scrittura per prolungare quel momento che avevo finito di vivere. In francese parliamo di rimembranza, quando resta l’effetto di qualcosa che ci ha fatto stare bene. Tornavo a casa, posavo gli sci o i raponi e iniziavo a scrivere: era il mio modo per tenere accesa la fiamma della felicità vissuta sulle vette». Con Ubac è stata la stessa cosa:  «Lui era morto, scriverne non lo avrebbe riportarlo in vita, ma le parole potevano prolungare i nostri momenti insieme. Uso la scrittura perché la gioia vissuta possa tornare con me». 

Ed è durata dieci anni la gioia che questo cane  ha portato nella vita di Cédric – ma anche della compagna Mathilde e di altri due quattrozampe che incontriamo nel corso della narrazione – e che lì poi ce l’ha lasciata per sempre.  «Un cane è un  amore immarcescibile – mette in chiaro Sapin Defour già nelle prime pagine -, non ci si separa mai, ci pensa la vita. La morte di un cane è contro natura». Perché lo si vede cucciolo, quando cresce si è fratelli e coetanei, ma lo si vede poi invecchiare e deperire lasciandoci sopravvivere. Ma ne varrà sempre la pena. Cédric ne è convinto: «Un cane può animare la tua esistenza. E animare significa fare del bene all’anima. E se un cane è una fotografia, due cani sono un film».   

Il suo odore dopo la pioggia. Io e Ubac, dieci anni d’amore, Cédric Sapin-Defour, Salani