Il tempo dell’orologiaio di Maurizio de Giovanni (Feltrinelli) chiude la vicenda iniziata con L’orologiaio di Brest e lo fa scegliendo un terreno scivoloso, dove la memoria degli anni di piombo non è mai davvero archiviata e continua a esercitare il suo peso sulle vite dei sopravvissuti e dei loro eredi.
Al centro c’è un ex terrorista costretto a uscire dal proprio rifugio e a rientrare nel flusso del tempo che aveva tentato di congelare, trascinato in una caccia che attraversa decenni di storia italiana. Il romanzo intreccia thriller e noir politico, alterna piani temporali e geografie, e mette in scena un conto alla rovescia che sembra riguardare tanto una donna scomparsa quanto un intero Paese che non ha mai davvero fatto i conti con il proprio passato. Ne nasce una storia cupa e tesa, dove l’azione è costantemente attraversata dall’ombra di colpe antiche e di verità rimaste a lungo inaccessibili.
Il punto di partenza è la vita nascosta di Carlo Malavasi, nome di battaglia “Sergio”, per decenni primula rossa della lotta armata, maestro di esplosivi e congegni, artista di meccanismi capaci di fermare la vita in un istante esatto. La lunga latitanza a Brest, la copertura anonima, la scelta di scomparire per proteggere chi ha amato sembrano averlo sospeso in un limbo in cui il presente è sopportabile solo tenendo il passato in uno stato di ibernazione.
A spezzare questa immobilità sono due figure che appartengono a un’altra stagione: Andrea Malchiodi, il figlio che non sapeva di avere, e Vera Coen, giornalista ossessionata dall’assassinio del padre in un attentato del 1984. Il loro arrivo non è solo l’innesco della trama investigativa ma anche la fine di quell’equilibrio precario che aveva permesso a Carlo di sopravvivere a se stesso.
La traiettoria dei personaggi nasce da una ferita originaria che riguarda tanto le scelte politiche di Carlo quanto le omissioni che hanno costruito le vite successive. Andrea è un professore universitario abituato a maneggiare il passato come materia di studio, protetto da una biografia ordinata dove il padre era solo un morto in mare e la famiglia un racconto lineare. La scoperta che quell’uomo non solo è vivo ma è un assassino incrina tutto. La funzione rassicurante della storia come oggetto di ricerca si rovescia e il passato diventa qualcosa che lo riguarda in prima persona, un peso che non può più essere delegato agli archivi.
In questo movimento forzato dal ruolo di storico a quello di figlio di un terrorista, il romanzo trova uno dei suoi nuclei emotivi più forti, perché la ricerca di Vera trascina anche lui dentro una zona in cui le categorie morali si fanno sdrucciolevoli.
Vera Coen è il motore segreto del libro, anche quando scompare dalla scena. Non ha conosciuto suo padre, un magistrato ucciso insieme a un giovane poliziotto in una cava isolata, e la sua vita è interamente segnata dall’urgenza di dare un senso a quella morte. Più che prove, Vera cerca fili sottili, connessioni, memorie contraddittorie, frammenti di frasi che rimandano a qualcosa rimosso troppo in fretta.
La sua inchiesta, che si muove ai margini dei fascicoli ufficiali, interroga una stagione di stragi, di servizi segreti opachi, di compromessi indicibili, ma sempre mantenendo al centro gli effetti di tutto questo su una storia privata. Nel momento in cui sembra avvicinarsi al cuore di ciò che è accaduto, Vera scompare, e il romanzo si incarica di trasformare l’ossessione di lei in missione di chi le è rimasto vicino.
A quel punto il tempo accelera e la caccia che coinvolge Carlo e Andrea si allarga fino a comprendere Martina, la figlia di Andrea e nipote di Carlo, giovane donna dal carattere spigoloso, vicina al nonno più di quanto vorrebbe. Tra i tre si crea un’alleanza fragile, segnata da diffidenza, irruenze generazionali, tentativi di protezione reciproca, che li porta a muoversi in un’indagine quasi senza tracce, guidati da pochi appigli e da una pista che affonda nelle vicende di un decennio considerato chiuso ma che in realtà non è mai stato davvero elaborato.
Il rapporto tra Carlo e Andrea è segnato da un’asimmetria radicale. Un padre che ha sacrificato tutto a una guerra finita male, un figlio cresciuto dentro un racconto falsificato, entrambi condannati a misurarsi con ciò che non è stato detto. Il libro insiste sulla difficoltà di costruire una relazione quando il fondamento stesso dell’identità è stato costruito sulla menzogna. Lo stesso vale per il legame tra Andrea e Martina, e per quello ideale tra Vera e il padre mai conosciuto. L’idea di eredità attraversa l’intera vicenda, non tanto in termini di beni quanto come lascito di colpe, di omissioni, di scelte compiute da altri che pesano sui discendenti come un debito da saldare.
Sul piano tematico, Il tempo dell’orologiaio lavora in modo costante sul rapporto tra memoria e oblio, colpa e fedeltà, fallimento delle ideologie e impossibilità di chiudere davvero i conti con il passato. Il romanzo guarda agli anni di piombo come a una materia incandescente che continua a bruciare sotto la crosta, producendo silenzi, archiviazioni troppo rapide, zone d’ombra in cui poteri diversi si sono incrociati. Le dinamiche del terrorismo, le ambiguità dei servizi, le interferenze del Vaticano emergono attraverso la vicenda di chi ha perso qualcuno, di chi ha scelto di sparire, di chi vorrebbe solo capire.
La dimensione simbolica del tempo attraversa il libro in modo evidente. L’orologio fermo, che dà il titolo alla saga, è la sospensione in cui Carlo ha tentato di collocarsi, fuori dal flusso, nella speranza che l’immobilità potesse neutralizzare il peso del passato. Ma ogni volta che il meccanismo riprende a girare, presente e passato si mescolano e il protagonista torna ad essere il giovane idealista che fu, costretto a rivivere la propria storia.
Accanto alla vicenda personale dei protagonisti agisce una dimensione più ampia, quella dei poteri che si muovono dietro le quinte. L’Entità, organo interno al Vaticano incaricato di occultare scandali e ricomporre equilibri, incarna il volto impersonale di un sistema capace di intervenire sulle vite individuali per cancellare le tracce di ciò che non può essere reso pubblico. La sua presenza non è tanto l’occasione per un complotto spettacolare quanto un modo per mostrare come, dietro la storia ufficiale, operino strutture che decidono chi debba sparire, quali verità siano accettabili, dove debbano fermarsi le indagini. In questo intreccio di forze, la testarda ricerca di Vera appare tanto più fragile quanto più necessaria.
Il romanzo è un thriller e una spy story dal ritmo serrato, costruito su una tensione costante che però non sacrifica la densità emotiva. L’autore alterna scene di azione, colpi di scena e momenti di suspense a passaggi più introspettivi, in cui emergono i turbamenti interiori, le disillusioni e le paure dei personaggi. La lingua è veloce, scorrevole, poco incline ai virtuosismi lessicali, e proprio per questo in grado di sostenere un crescendo narrativo che non si interrompe. Allo stesso tempo, l’autore conserva una certa capacità lirica, una vena poetica che affiora nel modo in cui restituisce le ferite, i rimpianti, la fatica di abitare un presente infettato dal passato.
Un tratto riconoscibile è il rifiuto di costruire eroi o mostri monolitici. De Giovanni si mantiene lontano dal giudizio esplicito. Carlo resta un assassino, ma anche un uomo amputato della propria vita, Vera una figura luminosa ma vulnerabile, Andrea il più esposto alla frattura tra ciò che credeva di essere e ciò che scopre di dover diventare. La narrazione lavora sulle sfumature, sui grigi che dominano un paesaggio in cui nessuno è completamente innocente e nessuno è totalmente perduto. È in questa ambiguità controllata che il noir trova la sua forza, usando il dispositivo del genere per interrogare le responsabilità, i tradimenti, le fedeltà residue di un’epoca che non smette di risuonare.
Il tempo dell’orologiaio offre così un’esperienza di lettura intensa e coinvolgente, che unisce la tensione del conto alla rovescia alla profondità di uno sguardo rivolto alle zone più oscure della storia recente. Il lettore si muove accanto ai personaggi in un percorso circolare, dove ciò che è stato torna di continuo a chiedere attenzione, e dove la ricerca della verità non garantisce né giustizia né consolazione, ma resta l’unica forma possibile di resistenza.

