Incontro con l’autore: Niccolò Ammaniti e “Anna”

Non vi è dubbio, la temerarietà e la tenacia vengono ripagate. Dopo anni e anni di vani inviti, la determinazione delle libraie di una piccola libreria di una cittadina di modeste dimensioni nel centro-nord della Toscana – unica meta, tra l’altro dell’autore – è stata premiata proprio nel giorno della festa delle donne. Un regalo? Certamente una grande conquista per chi ama lo scrittore e per chi gestisce un’attività che, ai nostri giorni, è sempre più complessa.

Ma veniamo ai fatti. Come nasce “Anna”? Quali sono stati i fattori che ne hanno consolidato l’idea e portato allo sviluppo? A differenza di quello che molti posso pensare, “Anna”, è un progetto partorito ben nove anni fa quando la coincidenza, o comunque la concomitanza di fattori, ha portato l’autore romano e l’amico storico Antonio Manzini – noto al grande pubblico per il suo disincantato vicequestore Rocco Schiavone – a visitare Creta, luogo dove Niccolò Ammaniti era stato invitato dal suo editore greco e dove la coppia si è recata per affrontare la nuova condizione di singletudine in cui entrambi, dall’alba al tramonto, avevano finito col ritrovarsi.

Sull’isola – a suo dire – cupa, grigia ed impersonale, Niccolò assiste in un pomeriggio al gioco di un gruppo di ragazzi che, privi del controllo degli adulti, si lasciavano trasportare dal senso di libertà. Naturale è la domanda: “Cosa accadrebbe se quel gruppo di giovani si trovasse definitivamente solo, senza il controllo di alcun individuo in età matura?”.  Il quesito inizialmente si circoscrive all’insieme dei giovani cretesi, poi si estende successivamente all’ipotesi di un mondo abitato totalmente da bambini.

E per quale motivo, di punto in bianco, il pianeta blu si ritrova senza adulti? Cosa può provocare una tale carneficina? Un virus”, prosegue l’autore, “va bene. Ma sarà possibile?”. Avendo conseguito una laurea in un complesso e impronunciabile ramo della biologia, lo scrittore si è accertato della plausibilità della “causa scatenante” ed è arrivato alla conclusione che a questo punto l’unico elemento mancante è rappresentato dall’inconsistenza di un protagonista, figura che questa volta, e a differenza di tutti i precedenti lavori, sarebbe stato una donna. “Che fare”,  si chiede, “ la lascio sola, la mia eroina, o le offro qualcuno con cui condividere la solitudine, qualcuno di cui occuparsiLa munisco di un fratello, Astor, perché per creare qualcosa di nuovo è necessario conservare, preservare quello che è stato.

 “E vi chiederete per quale ragione l’attenzione si deve focalizzare sugli adolescenti? Perché  il romanzo – un po’ come tutti i miei precedenti scritti – si incentra su di loro? Perché solo gli adolescenti sono capaci di prendere decisioni con la caparbietà e la freddezza disarmante proprie dell’adulto, salvo poi lasciarsi sopraffare dalle emozioni con l’ingenuità tipica dell’infanzia.

Ecco perché la quattordicenne sente la necessità di seguire le linee guida lasciate dalla madre, ecco perché è così importante che il fratello cresca con un’educazione seppur sommaria e soprattutto impari a leggere, ecco perché è indispensabile andare avanti nel ricordo dei giorni in cui gli adulti erano ancora le colonne portanti della società, o ricostruire il rapporto con gli animali che un tempo erano addomesticati. Da qui la speranza, così insolita in Ammaniti, così inconsueta eppure così necessaria per imparare, per non cadere negli scenari de  “Il signore delle mosche” di Golding. Per giungere a un inconsueto finale di attesa, di fiducia nel futuro, che rappresenta una crescita personale per il narratore, una riscoperta per il lettore.

di Maria Darida