Inganni e speranze della seconda chance: Colazione da Tiffany

Nessun libro è più moderno e sincero, nella descrizione degli sbandi e delle avventure di una giovane donna alla ricerca della propria strada sentimentale superata l’avventura del primo amore e uscita dalla strada lineare e rassicurante del matrimonio, dell’opera di Truman Capote.

Possiamo dire che Colazione da Tiffany sia una versione molto meno di massa, originale e primordiale di Sex & the city, ma raccontata molto prima che si potesse parlare tanto apertamente di sesso e vita da single in una grande città.

Per immergerci meglio nello spirito del libro, potremmo ribattezzare la rubrica “Ho scritto mi piaci sulla carta”: nessuna illusione troppo significativa di innamorarsi, si parla di sopravvivenza, profonde solitudini e momenti di disincantata vicinanza con un’altra persona che per un attimo scorre su una strada parallela all’amore romanticamente inteso, e sfiora l’intimità più pura.

Sfatiamo un mito: se le aspettative dall’amore si abbassano, la sensibilità si alza. Se l’illusione viene derisa dal realismo, l’ottimismo – quando sboccia – è ancora più incredibile. Cioè: non stiamo parlando di un’albachiara che non ha idea di cosa sia la vita, la delusione e il mondo; parliamo di una donna indipendente ed egoisticamente coraggiosa, che è scappata dal primo matrimonio e ha fatto un strappo nella sua anima da cui si torna difficilmente indietro, scegliendo di abbandonare l’uomo con cui stava costruendo il suo mondo, fuggendo lontana dalla famiglia. Holly non si lascia incantare, e quando ama – seppure a modo suo – è un mezzo miracolo che la sconvolge: per un attimo, ma fino al profondo. Sensazioni non per tutti.

Se avete visto solo il fantastico film tratto da Colazione da Tiffany, non vi ritroverete pienamente nella descrizione che sto facendo. Ma il libro, in realtà, è molto diverso dalla sua versione cinematografica.

Più bello? No, in questo caso no: direi di pari altezza. Per diverse ragioni, che in fondo ci spiegano anche che non possiamo fare a meno di cercare un lieto fine, e credere che alla fine, la persona giusta per noi, da qualche parte ci sia e la troveremo.

Un grande merito del romanzo di Capote è il drappo di allegro realismo con cui avvolge la protagonista e la storia: molto più moderno del film, il libro racconta di una donna dalle abitudini piuttosto libertine, che a un certo punto rimane anche incinta, sceglie gli amanti in base alle utilità e il divertimento che ne potrà trarre, non si risparmia dall’immischiarsi in vicende più grosse di lei (da buona letterina della situazione si accompagna anche a certi ambienti poco puliti e porta messaggi in carcere a un noto malavitoso), è piuttosto disinibita e forse bisessuale (non si capisce bene: negli anni Cinquanta, per quanto moderni, c’erano molti tabu, ma in certi passaggi sembra alludere a una sua relazione “diversa” con una modella). Non a caso, la descrizione della fisicità di Holly personaggio del romanzo è ben lontana da quella scelta per il grande schermo, elegante e sobria come solo Audrey Hepburn sa essere: Capote non nasconde che la donna alla quale ha ispirato, anche fisicamente, la protagonista originale, fosse la passionale e formosa Marilyn Monroe.

Ma il vero motivo per cui tutti (o quasi) – innamorati, single, ottimisti, disperati, realisti, disinibiti, moderni o tradizionali – preferiamo le scelte cinematografiche sono racchiuse nel finale: la stessa ragione che spinge, nel libro e nel film, Holly a cercare uno spazio nel mondo in cui sentirsi al caldo e rassicurata (lei, appunto perché disincantata e non così fiduciosa nelle persone, va da Tiffany!), ossia la magia e l’inganno della “seconda chance”.

Non importa quanto possiamo sbagliare, restare delusi, giurare che non accadrà mai più: siamo geneticamente programmati per credere nella seconda possibilità, e vogliamo credere che porterà con se un lieto fine.

E quindi nessuno stupore che la fine della storia molto meno immaginifica e poco aperta del film, con Holly (mai stata incinta e che sembra che i ricchi accompagnatori li blandisca con la chiacchiera, senza neppure sfiorarli, perché la sessualità femminile è ancora un tabu) che corre indietro dal suo scrittore, lui pure alla seconda chance dopo essersi fatto mantenere da una donna sposata come gigolo (di questo, invece si parla chiaramente…), immancabilmente sotto la pioggia, la preferiamo a quella vera, abbandonata e riservata al minor numero di lettori del libro.

Nel romanzo, infatti, lei perde il bambino ma parte da sola per il Brasile, abbandonata dal riccone di turno in seguito al suo coinvolgimento in uno scandalo socio/politico, riconoscendo il forte legame col suo gatto (qui secondo me c’è una strizzatina d’occhio alla seconda chance: seguendo la lettura, sembra quasi che lei pensi al suo amico scrittore, ma nulla mi toglie il dubbio che sia invece un’allusione alla scelta di restare sola… si sa che le gattare…) e rinunciando al lieto fine con il coprotagonista che in certi passaggi del romanzo sembra, oltre tutto, omosessuale.

Lungi dallo sconsigliare la lettura del libro, vi suggerisco anzi di riprenderlo e di vedere subito dopo il film: avvertirete una piacevole sensazione di calore e sicurezza, e gioirete profondamente dell’appagamento da sindrome della “seconda chance”.

di Nicoletta Scano