Insegnare a pensare di David Foster Wallace

Ci sono due pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua?

Inizia così Questa è l’acqua, brano di trascrizione del discorso che Wallace tenne al Kenyon College nel maggio del 2005 in occasione del conferimento delle lauree.

Sulla consapevolezza, e sulla capacità di scelta.

Perché l’ovvio non è poi così ovvio. Perché la vera “Libertà” si acquisisce ed è la capacità di saper scegliere. Perché la laurea che stanno per prendere quegli studenti ha un valore, non solo materiale, ma esistenziale. E perché lo scopo di una cultura umanistica è non tanto l’erudizione, quanto imparare a pensare.

La cosa rischia di sembrare pura retorica ma, spogliata da interpretazioni di carattere morale e religioso, sta esattamente così.

E poi parte con un’altra storiella, due tizi in Alaska, un credente e un ateo, che discutono sull’esistenza di Dio.

L’ateo dice di avere le prove che Dio non esiste: una volta aveva perso la strada e stava per morire di freddo, così aveva fatto un tentativo e aveva pregato perché Dio l’aiutasse. Ora, l’ateo era lì a raccontare la storia, e questa era una prova inconfutabile dell’esistenza divina per il fedele, mentre l’ateo aveva sbuffato dicendo che non era successo niente, a parte l’arrivo di due tizi che gli avevano indicato la strada.

C’entra l’arroganza, dice Wallace, il fatto che quando si tratta di problemi dogmatici, schierarsi da una parte o dall’altra presuppone la convinzione cieca di essere nel giusto.

“«Imparare a pensare» di fatto significa imparare a esercitare un certo controllo su come e su cosa pensare.”

Perché il vero problema è la scelta. Saper operare una scelta consapevole è una questione di vita o di morte, di sopravvivenza alla frustrante ripetizione del giorno dopo giorno. E qui inizia a ipotizzare una scenetta di un uomo-lavoro-casa-cibo-sonno-lavoro, il quale, a lavoro finito, non vede l’ora di superare il traffico tornarsene a casa, mangiare e dormire, solo che non può, perché non ha niente da mangiare e allora è costretto ad andare al super, spingere su e giù il carrello per i reparti, incolonnarsi alla cassa e cercare di fare prima possibile. Solo che esistono gli altri, che stanno in coda, lo intralciano, i vecchi lentissimi, i bambini che urlano, tutto congiura contro di lui. La faccio breve, ma la descrizione dell’assurdità del quotidiano che fa Wallace è particolareggiata, appuntita e tagliente.

Perché il traffico congestionato ti fa incazzare col mondo e perché il mondo si mette in mezzo tra te e il soddisfacimento dei tuoi bisogni/desideri. E qui entra in campo la tua capacità di dare un significato piuttosto che un altro alla situazione assurdamente caotica e insopportabile. Un significato di compassione, amore, sdegno. Perché la tua prima scelta automatica sul come pensare dipenderà dalla “modalità predefinita naturale” che ti farà vedere gli altri come gente che ti intralcia, oppure come tanti pecoroni schiavi di un circuito.

E allora qual è la verità?

“L’unica cosa Vera con la V maiuscola è che riuscirete a decidere come cercare di vederla. Questo, a mio avviso, è la libertà che viene dalla vera cultura, dall’aver imparato a non essere disadattati; riuscire a decidere consapevolmente che cosa importa e che cosa no. Riuscire a decidere cosa venerare…”

Perché ognuno sceglie cosa o chi venerare, un dio, il danaro, il corpo, l’intelletto. E la cosa insidiosa è che sarà una scelta automatica, inconsapevole. Mentre il genere di libertà vera, quella che non mette in automatico me stesso al centro dell’Universo, ha bisogno “di attenzione, consapevolezza, disciplina e capacità di tenere davvero agli altri e di sacrificarsi costantemente per loro…“.

La religione, la morale, il dogma non c’entrano niente, dice Wallace, si tratta di “toccare i trenta, magari i cinquanta, senza il desiderio di spararsi un colpo alla testa,” e di diventare consapevoli “di ciò che è così reale e essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringerci a ricordare di continuo a noi stessi: Questa è l’acqua, questa è l’acqua…“.

Questo accadeva nel 2005, tre anni dopo David Foster Wallace si è suicidato. E mi viene da pensare che, delle volte, nemmeno la consapevolezza della scelta può aiutare a sopravvivere a se stessi.

Le parti in neretto sono tratte da Questa è l’acqua, di David Foster Wallace.

di Francesca Marzia