Intervista a Marco Di Marco, editor Marsilio

Marco Di Marco

Marco, ti ringrazio innanzitutto di averci concesso questa intervista.

Dal 2009 lavori come editor presso la casa editrice Marsilio. Prima di intraprendere questa esperienza, hai lavorato per molti anni con minimum fax, dove hai fatto la cosiddetta “gavetta”. Alla fine, comunque, hai certamente avuto grandi soddisfazioni dalla tua carriera, sia pure a costo di innumerevoli sacrifici. Come è nata l’idea di lavorare nel mondo dell’editoria?
     


Sarò banale, ho sempre letto tanto, fin da piccolo, e la passione per i libri, non solo per il loro contenuto ma anche come oggetti, è cresciuta negli anni, nonostante i miei studi procedessero in direzioni diverse. Sono uno di quelli che frequenta le bancarelle in cerca di vecchie edizioni, di chicche introvabili. Al di là del testo in sé amo «sondare» il libro nelle sue componenti fisiche (la carta, la rilegatura) ed estetiche (copertina, carattere usato per il testo, composizione del frontespizio e dei diversi paratesti). Ho pensato che forse c’era un modo per rendere questa passione qualcosa di più che la soddisfazione di un bisogno, così mentre stavo per laurearmi, ho fatto un corso per redattori editoriali e lì ho incontrato Marco Cassini, editore di minimum fax, ci siamo riconosciuti come animali molto simili, e subito dopo la laurea ho iniziato uno stage nella sua casa editrice, e lì sono rimasto per circa otto anni (tranne una piccola parentesi in cui ho lavorato ad Arcana). Se oggi sono quello che sono una gran parte del merito va sicuramente a quel fortunato incontro.

Avendo letto altre tue interviste, ho appreso dei tuoi studi universitari in legge. Cos’è che non ti ha convinto di quella cha avrebbe potuto essere la tua carriera nel settore legale?
     

Il fatto che studiassi per l’esame, senza pormi grandi domande su quello che avevo di fronte. Osservando alcuni dei miei compagni, il loro modo di porsi sulle questioni giuridiche che studiavamo, la loro voglia di sviscerare, analizzare, risalire la china logica del legislatore, mi ha fatto capire che non sarei mai stato un vero giurista. Quei miei amici oggi sono avvocati di grido, magistrati, notai. Io al massimo sarei potuto essere un avvocatucolo di provincia nello studio legale di un amico di mio padre, e questo non mi andava bene. Ho capito che la mia ambizione doveva dirigere il passo altrove.

Veniamo ora alla tua attività. Immagino riceviate un incredibile numero di manoscritti ogni giorno. Leggete tutto il materiale che ricevete o fate subito una scrematura iniziale? In caso positivo, quali sono le caratteristiche che cercate in un manoscritto o meglio, quali sono le caratteristiche che vi spingono ad accantonare immediatamente un testo?
   

Sì, la mole di manoscritti che riceviamo è sempre abnorme rispetto alle energie lavorative. Cerchiamo di leggere sempre tutto quello che ci arriva, certo, in molti casi non è necessario arrivare in fondo a un romanzo per capire che non è pubblicabile, tutt’altro, oggi con dieci anni di lavoro alle spalle, posso dire serenamente che spesso bastano venti pagine, anche meno: questo è il caso dei romanzi davvero brutti – un buon numero del totale – ma ci sono anche diverse volte in cui leggi gran parte del testo, perché qualcosa sembra esserci, si insinua la speranza che andando avanti la storia e la scrittura reggano o migliorino addirittura, e poi invece si resta nel limbo tipico del «sì, carino, ma niente di che», e in questi casi io sono per non pubblicarli.
Non c’è qualcosa che cerco in particolare, ogni libro va preso per quello che è, ci sono romanzi che ti catturano per la loro letterarietà, altri che sono ben scritti ma che ti seducono per la storia che raccontano, altri che hanno una spiccata originalità di voce. È poi ovvio che ognuno ha dei gusti letterari propri e che preferisce alcune storie ad altre, alcune scritture ad altre, ma a prescindere da questo è sempre una questione di forza del romanzo, della sua capacità di trascinarti (da una prospettiva o dall’altra) nell’arena della narrazione. E nella valutazione, sempre, almeno per me, la componente emotiva ha un grande ruolo. Ma d’altronde mentre un romanzo che emoziona è quasi certamente ben scritto, non è vero il contrario.

Dal tuo punto di vista è utile, per un giovane scrittore, farsi seguire da un’agenzia letteraria?
   

Non lo so, io credo che se un «giovane scrittore» (e qui si potrebbe aprire una lunga parentesi su cosa questa espressione voglia dire) ha scritto un bel romanzo, troverà sempre l’editore che lo pubblicherà. Detto questo, le agenzie fanno, o dovrebbero fare, quella prima scrematura che tu citavi all’inizio, e dovrebbero rappresentare solo quei romanzi e quegli autori per cui davvero valga la pena, ma non sempre è così, anzi in diversi casi non è così. Ci sono bravi agenti, cattivi agenti, finti agenti. Occorre sapersi districare nella giungla, e magari per chi non conosce alcuni meccanismi non è semplice.

Oltre al materiale che ricevete, vi muovete anche per individuare nuovi talenti sul web? Prendo ad esempio il caso di Federico Baccomo, che ha iniziato a scrivere sul proprio blog, diventando poi un caso editoriale.
   

La rete sicuramente ha aperto un canale di ricerca in più, e oltre ai blog dei singoli ci sono alcuni litblog (da NazioneIndiana al Primo Amore) e riviste letterarie on line (che magari poi escono anche in cartaceo) che pubblicano racconti o estratti di esordienti, diventando a volte delle belle vetrine da monitorare. Va però anche tenuto presente che le scritture della rete e per la rete sono qualcosa di diverso dalla letteratura e dalla narrativa in senso proprio, perché nascono da esigenze di utilizzazione e consumo legate alla velocità, al tempo reale. Credo sia difficile trovare sulla rete un romanzo (mettiamo il caso di fare un romanzo da un blog), credo sia possibile individuare talenti per poi capire se quei talenti sono o possono essere degli scrittori. Con Baccomo siamo stati fortunati, dietro il blog c’era un talento e una voce originale che dovevano solo essere scoperti. E personalmente questo talento e questa voce la si vedono ancora di più in questo suo secondo e intensissimo romanzo, «La gente che sta bene», una commedia molto più amara e una storia ancora più solida del fortunato «Studio illegale».

Ti andrebbe di parlarci di qualche manoscritto su cui hai lavorato da quando sei in Marsilio e che ti ha dato particolare soddisfazione?
   

Per me sicuramente il 2011 è stato l’anno di «Tu sei il male», il romanzo noir di Roberto Costantini, che sta avendo un grandissimo successo di critica e di classifica. È stata una bellissima sfida lavorare sul suo libro, per la complessità dell’intreccio – che si dipana lungo 700 pagine – e per la varietà di personaggi messi in campo dall’autore. Per fortuna non è ancora finita, proprio in questi giorni sono al lavoro sul secondo romanzo della trilogia di cui «Tu sei il male» è il primo episodio. Mi sono poi divertito molto nel lavorare su «Il fiuto dello Squalo», romanzo dello scrittore napoletano Gianni Solla, che  pubblicheremo a fine marzo, una commedia nera d’ambientazione partenopea e atmosfere sorrentiniane, per una storia sulla incapacità di sfuggire alla propria natura.

Quanto è importante al giorno d’oggi l’utilizzo di nuove tecnologie per un editore? Mi riferisco sia al pubblicare il proprio catalogo in formato digitale che al promuoverlo sul web. Il lettore italiano si appoggia sempre di più ad internet nelle proprie scelte di spesa. Si leggono recensioni di hotel prima di prenotare una stanza, si valutano i giudizi del pubblico prima di recarsi al cinema o prima di acquistare un qualsiasi prodotto. Lo stesso avviene per il settore editoriale. Sono sempre più diffusi i blog letterari ed i siti dove si parla di libri, così come aumentano in modo esponenziale le discussioni sui social network. Sommando tutti questi canali si giunge ad un audience di milioni di persone. Ritieni sia una realtà che gli editori possono ignorare? Te lo chiedo perché mentre Marsilio ha un approccio molto aperto, ci sono ancora molti editori che si mostrano refrattari ad avvalersi dei nuovi strumenti, continuando ad appoggiarsi ai canali (di sicuro sempre validi) “tradizionali”.
   

Sono dell’idea che ignorare gli strumenti delle nuove tecnologie, tanto la pubblicazione digitale quanto la promozione del proprio catalogo attraverso le «vie social» (anche qui da Facebook a Twitter, da Anobii agli arcipelaghi di litblog), sia un atto di miopia. Da un lato l’ebook è una realtà editoriale ormai non più trascurabile che  sta gradualmente guadagnando fette del mercato, dall’altro l’amplificazione del passaparola sui libri attraverso la rete e i suoi nuovi strumenti è non solo un nuovo canale di promozione ma anche un luogo in più di dibattito culturale, quando – come accade a volte – da possibilità democratica non diventa il lettino dello psicologo su cui sfogare le proprie frustrazioni da scrittori o intellettuali falliti.
Non credo che si possa guardare a tutto ciò con scetticismo reazionario, credo invece che il digitale ci offra molte possibilità, complementari agli strumenti e ai canali tradizionali, ma ormai necessarie.

Come sta sviluppandosi il mondo dell’editoria? Sono sempre di più le case editrici a pagamento, accompagnate ora dai numerosi siti che offrono servizi di print-on-demand, alcuni dei quali di proprietà di importanti gruppi editoriali. Considerati gli alti costi necessari per la pubblicazione e distribuzione di un libro, ritieni sia ancora possibile intraprendere un’attività di editore non a pagamento?
  
Lo scrittore non dovrebbe mai essere editore di se stesso, è una delle cose peggiori che possa capitargli. Credo che il self publishing sia una grossa bufala, non esiste nella realtà, perché si viene sempre pubblicati da qualcuno, è solo il tentativo che la distribuzione sta facendo di spostare su se stessa anche la figura editoriale. Chi mette i suoi libri autopodotti su Amazon di fatto viene pubblicato da Amazon, lo stesso vale per quella cosa orrenda che è l’operazione ilmiolibro.it, in cui si illudono le persone di valere qualcosa come scrittori e li si convince che qualcuno si accorgerà di loro.

Il mercato dell’editoria a pagamento raccoglie moltissime critiche. Non si può però ignorare il fatto che  la schiera degli aspiranti scrittori cresce sempre piu’, superando sicuramente la capacità di assorbimento degli editori che non chiedono contributi (e probabilmente anche quella dei lettori). Può quindi effettivamente generarsi la situazione in cui autori di talento non riescono a pubblicare le proprie opere, dovendo necessariamente ricorrere a delle soluzioni alternative. Non si tratta certamente di una novità: lo stesso è accaduto con Moravia, che ha esordito coprendo le spese di pubblicazione de “Gli indifferenti”. E’ anche vero che queste situazioni isolate si accompagnano poi ai molti casi di scrittori che vogliono pubblicare ad ogni costo, non essendo in grado di valutare obiettivamente il proprio lavoro. Ritieni che un’editoria a pagamento ma ” di qualità”, che dietro contributo lavori seriamente sull’editing e sulla promozione, possa essere una soluzione valida?
   

Per me l’editoria a pagamento semplicemente non è editoria. Non esiste che l’autore debba pagare per vedere la sua opera pubblicata (Moravia non credo sia stato tcontento di pagare le spese di pubblicazione de «Gli indifferenti», credo che sia stata l’extrema ratio), nel rapporto editoriale l’autore ci mette il testo che ha scritto e l’editore ci mette il rischio di impresa, altrimenti vada a fare il tipografo.
Tutto quello che tu dici è vero: troppi aspiranti scrittori, e minore capacità di assorbimento degli interlocutori editoriali. La soluzione c’è ma non piace a nessuno: dovremmo pubblicare tutti meno e pubblicare meglio. Ma resto dell’idea che i bei libri vengono sempre a galla, gli autori bravi, gli scrittori veri, trovano sempre un editore, magari piccolo, di ricerca, ma lo trovano. Poi il romanzo successivo lo pubblicano con i grandi gruppi. Grazie per la pazienza e per la cortesia nel rispondere alle nostre domande e complimenti per l’eccellente lavoro che fate in Marsilio.

di Diego Manzetti