Intervista a Paolo Pasi, autore de Il sabotatore di campane

Lo scrittore e giornalista Paolo Pasi ha risposto ad alcune domande che la Redazione di i-Libri gli ha rivolto in occasione della recente uscita, per Edizioni Spartaco, del suo ultimo originale lavoro, Il sabotatore di campane, il cui tour di presentazione – come ci ha ricordato l’autore – riprenderà in autunno.

1)Leggo nel quarto di copertina de Il sabotatore di campane: “Sindaco e assessori sono preoccupati: la popolazione diminuisce di anno in anno e loro rischiano la poltrona se il comune verrà declassato a frazione. Un orologiaio anarchico, meglio conosciuto come il “sabotatore di campane”, accenderà i riflettori su Roccapelata. Da tempo Gaetano Gurradi è in cammino per spegnere la voce di Dio in ricordo di un eccidio dimenticato. Stavolta, proprio quando sta per mettere a segno il “colpo”, viene scoperto sul fatto dal parroco che, dopo una colluttazione, scivola giù per le scale e muore. L’anarchico si costituisce. Nessuno gli crede. Uno dopo l’altro i paesani sfilano davanti all’ambizioso magistrato che coordina le indagini, Astolfo Carugis, autoaccusandosi e svelando scheletri nell’armadio pur di ottenere notorietà. Gli aspiranti colpevoli richiamano così l’attenzione dei media sul paese moribondo. Ridotto a una comparsa di se stesso, Gaetano dovrà riattraversare il territorio della sua memoria per sfuggire alla follia, ripercorrendo il viaggio che dai primi anni Sessanta lo ha portato fino all’ultimo campanile e al fatale, insensato epilogo. Ogni significato affiorerà nella riscrittura dei suoi ricordi, tra i quali un posto speciale è riservato a Emma.” Puoi spiegarci il perché di questa storia così originale e del tuo “viaggio” a ritroso nel pensiero anarchico degli ultimi ottant’anni?

Difficile spiegare come l’idea di una storia si affermi e diventi un romanzo. Talvolta l’ispirazione nasce quasi per caso, o per un atto inconsapevole, ma nel caso del Sabotatore ci sono alcuni temi di fondo che hanno alimentato lo spunto di partenza. Sicuramente c’è il tema del tempo misurato in modo convenzionale, e il gesto simbolico di ribellione di un vecchio anarchico che decide di boicottare orologi e campanili, rallentando le lancette e neutralizzando i rintocchi delle campane. Tutto questo per ricordare le vittime innocenti di un eccidio consumatosi nell’estate del 1944 nella zona appenninica tra Toscana ed Emilia Romagna. C’è dunque anche il tema della memoria che si salda con la storia personale del protagonista.

L’idea, poi, prende le mosse da una domanda: che cosa potrebbe accadere se un personaggio in apparenza strampalato e anacronistico si trovasse suo malgrado intrappolato in una vicenda regolata dai tempi e dalle priorità della televisione? Volevo in particolare mettere a confronto la storia personale e irripetibile di Gateano Gurradi, la densità del suo viaggio, con la vicenda umana di tante persone che ruotano attorno a un paese immaginario, Roccapelata appunto, e che in breve tempo si trovano al centro di un’attenzione mediatica senza precedenti. La morte del parroco, di cui l’anarchico si assume la responsabilità, alimenta un giallo inesistente, fatto di indizi risibili e tenui, che danno immediata notorietà al paese e alle sue comparse diventate protagoniste: sindaco, magistrato, cronisti locali, abitanti che si autoaccusano. Tutti sono interessati a cavalcare l’onda di un mistero che non c’è, mentre la versione dell’anarchico chiuderebbe subito la vicenda e condannerebbe Roccapelata al suo destino di isolamento. Semplicemente la storia di Gurradi non interessa, non è televisiva, e qui vengo alla tua seconda domanda. C’è una storia poco conosciuta, quasi invisibile che segue in parallelo la storia “ufficiale” scritta a caratteri maiuscoli, ed è la storia del movimento libertario e anarchico. Raccontare il viaggio di Gaetano Gurradi, attraverso i flash back della sua memoria, è stato un modo per scoprire un pezzo di questa storia, sicuramente poco nota ma affascinante.

Con una narrazione parallela, fatta di capitoli alternati, il romanzo mette a confronto gli sviluppi del giallo di Roccapelata, proiettato in avanti come un programma di successo a puntate, e la vita di Gaetano Gurradi, riscritta attraverso i ricordi. Da un lato le luci dei riflettori, dall’altro un personaggio sempre più ripiegato sul suo passato all’ombra della detenzione. Eppure la sensazione graduale è che la vera prigione sia quella dello schermo.

2) La storia è scritta in modo molto personale e con una struttura inedita. Ci sono, tuttavia, “Cattivi Maestri” che ti hanno ispirato? Romanzi di altri autori che hanno avuto qualche importanza nella stesura finale de Il sabotatore di campane?

Sicuramente i Cattivi maestri non mancano, e ce n’è più di uno che ha influito sul mio modo di immaginare e scrivere. Se penso al Sabotatore di campane, però, non mi viene in mente un riferimento immediato e diretto, se non per un romanzo letto molti anni fa, Omaggio alla Catalogna di George Orwell, che è una splendida nonché tragica testimonianza sulla guerra civile in Spagna e sul ruolo degli anarchici. Quelle pagine hanno nutrito il mio interesse e la mia passione per la storia dei movimenti libertari. Un altro testo che mi ha ispirato, peraltro citato nel romanzo, è L’autobiografia mai scritta di Errico Malatesta, esponente anarchico la cui profondità di pensiero ho conosciuto ai tempi dell’università, a un seminario di Storia dei movimenti sindacali del professor Antonioli.

3) Sei molto critico con la visione globalizzata e massmediatica occidentale. La tua analisi ha avuto stravolgimenti dopo il lavoro di ricerca storica sul movimento anarchico o è un pensiero che avevi già elaborato prima di intraprendere lo studio per il materiale da inserire nel romanzo?

Leggere è un’avvincente forma di scoperta, a patto di incontrare i libri giusti, ed è quindi normale che la ricerca su un tema così vasto e appassionante mi abbia portato a vedere le cose in modo diverso. Il fatto, però, è che spesso scegliamo argomenti e libri in sintonia con la nostra sensibilità e i nostri orientamenti. Dunque è difficile capire il ruolo delle reciproche influenze.

Di sicuro non mi piace un contesto sociale che tende ad accreditare solo alcuni fatti, spesso seguiti come filoni alla moda, e a raccontarli con un linguaggio stereotipato e uguale. Globalizzazione potrebbe significare diritti riconosciuti a tutte le persone, senza barriere di confine, ma mi sembra che quella attuale porti solo a uno stile di vita prevalente e omologato che non intacca nazionalismi e conflitti. Il consumo dei prodotti prevale sul tempo di non lavoro e sui momenti di ozio creativo. Non ho risposte, ma mi limito a una domanda: è davvero questo l’unico mondo possibile?

4) La figura di Gaetano Gurradi, del suo padre putativo Libero, dell’orologiaio Otello sono molto belle e struggenti. Cosa ti ha ispirato?

In tutti e tre i casi si tratta di personaggi che vivono le proprie esistenze a cavallo di un sogno, e che vorrebbero condividere la propria esperienza, pur tra delusioni e disincanti. Sognatori che, in punti diversi del romanzo, sono invecchiati e hanno ancora storie da raccontare. Gaetano ha amori irrisolti e sabotaggi compiuti, Libero è uno dei testimoni dell’eccidio e vuole preservarne la memoria, Otello è un poeta che crede negli anarchici inconsapevoli. Ciò che ha ispirato questi personaggi, credo, è il desiderio di riconoscere in loro la fantasia dell’esperienza, di rigettare la semplicistica analisi secondo cui ci sono generazioni in guerra tra loro, con gli anziani considerati ormai un ingranaggio debole del processo produttivo che, perlaltro, stenta a ripartire su queste basi puramente anagrafiche.

5) Nel libro compare la figura di Piero Ciampi, uno dei migliori cantautori liberi e indipendenti italiani. Cosa pensi della sua musica e della sua arte?

Penso che Ciampi sia stato un poeta straordinario, e che abbia saputo tradurre in canzoni memorabili la sua vena artistica. La sua ironia va di pari passo con la disperazione e la lucida consapevolezza. Le sue armi sono la chitarra e i testi che parlano di persone alla deriva, ma ricche di umanità: ribelli da rinchiudere in un manicomio, giocatori che affidano i propri sogni a una puntata, vagabondi innamorati del vino e della libertà, figli da portare a cena sulle stelle. Le canzoni e la poesie di Ciampi sono ricche di immagini evocative del silenzio e dello svuotamento che spesso ci sentiamo addosso nella vita quotidiana. Alla moglie perduta dice “tu precipitasti nella mia anima”, a un’altra donna scrive “la tua assenza è un assedio”. E poi c’è la grande vena ironica del cantautore, come ad esempio nel brano Andare, camminare e lavorare, scritto nei primi anni Settanta, ai tempi dello shock petrolifero, e ancora oggi attuale. L’anarchismo di Ciampi è scritto nelle sue canzoni. Più che politico, lo considero esistenziale. È l’impronta di un uomo che credeva nella libertà sua e degli altri.

5) L’Italia è il mondo hanno qualche speranza di salvarsi da questa imperante globalizzazione senza scrupoli?

Spero proprio di sì, ma non so risponderti. Credere nei sogni è quanto di più arduo ci sia oggi, perché il mercato dei sogni indotti e artificiali porta molte persone a comprimere la propria immaginazione. Forse una salvezza esiste, ma fatico a vedere la linea dell’orizzonte. Penso, poi, che un romanzo non debba fornire risposte, ma alimentare al massimo dubbi su ciò che riteniamo a torto indiscutibile. È un po’ quanto ho provato anche con il mio precedente romanzo, Memorie di un sognatore abusivo, che racconta la storia di un uomo perseguitato da uno Stato che ha scelto di tassare i sogni.

6) Edizioni Spartaco è senza dubbio uno degli editori indipendenti più interessanti e coraggiosi del panorama nazionale. Annoverano tra le loro pubblicazioni romanzi di autori molto bravi, penso a Azra Nuhefendić, Walter Campos de Carvalho, Albert Cossery, Dan Fante, Ben Fountain. Come ti sei trovato con loro?

Benissimo, e non è un caso che siamo al terzo libro insieme. L’incontro con Spartaco risale a circa sei anni fa, quando a Napoli, nel corso della rassegna Galassia Gutenberg, parlai loro di un romanzo che stavo cominciando ad abbozzare e che aveva per protagonista un anarchico sabotatore di campane… È bello pensare che un editore abbia avuto la pazienza di aspettare tutto questo tempo. Ricordo comunque che fui subito attratto dai titoli della casa editrice, dalla scelta di autori e classici che infiammarono la mia curiosità. Prima ancora che un autore, mi considero dunque un lettore accanito delle collane della Spartaco.

7) Quale è stato il metodo di stesura del libro? Hai scritto tutti i giorni? Hai un metodo di lavoro quotidiano?

Il ritmo di lavoro si è intensificato negli ultimi due anni, ma la stesura è proceduta per ondate. Ogni tanto mi immergevo nella storia, e poi ne uscivo per qualche giorno, come per rifiatare e riprendere le giuste energie creative. Ho scritto almeno metà del libro su carta, per poi ricopiare i capitoli sul pc e fare così una prima revisione del testo.

8) Hai in cantiere nuovi libri? Come sta andando la promozione de Il sabotatore di campane? Stai avendo un riscontro positivo dal pubblico italiano?

Sto lavorando a un soggetto storico che riporta all’Italia di oltre un secolo fa, periodo che ho sempre considerato appassionante e coinvolgente. Così alterno la stesura del nuovo libro alle presentazioni de Il sabotatore di campane, che spesso propongo in chiave musicale: brevi letture inframmezzate da canzoni in tema: ballate anarchiche e, naturalmente, un omaggio a Piero Ciampi. Quanto al riscontro del pubblico, mi sento appagato da tutti gli incontri avuti finora nel corso dei reading nelle principali città. Ad autunno il tour riprenderà nel centro-sud, con una doverosa sosta nella libreria dell’editore, a Santa Maria Capua Vetere.

di Lucilla Parisi