Intervista ad Angelo Favaro – seconda parte

Intervista ad Angelo Favaro, curatore dell’opera “Pier Paolo Pasolini – 6 domande a giovani poeti” – seconda parte

Come promesso nell’intervista che potete leggere a questo link, dialoghiamo ancora con Angelo Favaro, curatore di un interessante volume che connette Pasolini alle nuove generazioni di poeti.

D – È per me inevitabile porre al curatore dell’opera (poeta egli stesso e docente universitario di letteratura italiana): come risponderesti alle domande che hai rivolto ai giovani poeti? Te ne propongo alcune: qual è stato il tuo primo incontro con Pasolini?
R –  Ecco, una bella domanda. Il mio primo incontro con Pasolini è stato televisivo: ne sentivo parlare al telegiornale, e ogni volta che scorrevano le immagini dei servizi sul poeta barbaramente massacrato, i miei genitori spegnevano la tv. Non era il caso di far vedere ad un bambino quel che era accaduto e come procedevano le indagini. La curiosità tuttavia si era ormai accesa. Successivamente, ma avevo ormai 16 anni scoprii nella Biblioteca di Sabaudia i volumi pasoliniani delle edizioni Garzanti e un poco alla volta li lessi, fino a quando nella libreria dell’amico Piermario De Dominicis, a Latina, non trovai l’edizione Garzanti dell’autoantologia pasoliniana, e felicissimo lo acquistai. Il mio primo incontro con Pasolini fu con la poesia di Pasolini, in particolare la raccolta che più amai fu L’usignolo della chiesa cattolica.

D – Come giudichi la tecnica poetica di Pasolini?
R – Direi che non si può parlare di una tecnica poetica, ma di un laboratorio costantemente aperto sulla scrittura in poesia. È lo sguardo innamorato di un uomo rifiutato dalla sua donna: l’uomo è Pier Paolo e la sua donna è la Realtà, seducente e vibrante di desiderio. Pasolini vive e scrive assorbendo la poesia del reale, facendola propria, assaporando il bene e il male. È l’ultimo poeta maledetto della civiltà occidentale. Conosce la versificazione, ha studiato la metrica, ama la poesia e i ritmi pascoliani, ma poi è come un bambino ingordo che vuole mangiare il barattolo di nutella fino in fondo, così mentre gioca con i versi li destruttura, li interrompe, crea variazioni, non sempre riuscite. È difficilissimo fra interpretare ad un attore i testi poetici di Pasolini a memoria, più semplice la lettura.

D – Per te, Pasolini è sempre poeta in qualsivoglia manifestazione creativa, dunque anche nella prosa, nella saggistica, nel cinema e perfino nella pittura (ndr: alcune sue opere sono state recentemente presentate in una mostra)?
R – Sì, per me Pasolini è sempre poeta, perché il “poetico” come categoria scorre nelle sue vene, inebria la sua scrittura e ogni genere espressivo nel quale si è messo alla prova. Semplice: si apre a caso una pagina di Ragazzi di vita e si entra in una borgata, ma non si coglie la borgata in quanto tale, bensì quella poesia della borgata che Pasolini aveva provato nelle sue passeggiate. Così, prendi una sequenza di Comizi d’amore: Pasolini tiene un microfono e fa domande a giovani e giovanissimi, ma sembra che la macchina da presa assuma il punto di vista affascinato e curioso del poeta. Con Pasolini anche il male, penso a Salò, diviene poetico, e non vuol dire lirico o elegiaco, ma c’è un poetico che è tragico.

D – A un potenziale, nuovo o giovane lettore della poesia di Pasolini potresti fornire qualche consiglio anche bibliografico o indicazione?
R – No, invero credo che il giovane lettore debba semplicemente avere il coraggio di avventurarsi nell’Opera di Pasolini. Entrare in una biblioteca, possibilmente a scaffale aperto, e provare a prendere un volume a caso, quello che richiama la sua attenzione. Un volume sulla cui costa sia il nome Pier Paolo Pasolini e provare a leggere… provare a immergersi nella scrittura di Pasolini è un’esperienza unica, fastidiosa e meravigliosa. Nessuno mi ha mai detto cosa leggere, o peggio perché leggere Pasolini, da solo ho scoperto la poesia, poi i romanzi, poi il cinema, infine gli scritti polemici, Corsari e Luterani. Ricordo l’emozione fortissima che mi fece leggere, per caso, in un volume che acquistai in una bancarella a Roma, a duemila lire, il discorso che Pasolini aveva scritto, e mai pronunciato, per il Congresso del Partito Radicale, ne riporto un passaggio:
«Paragrafo primo
A) Le persone più adorabili sono quelle che non sanno di avere dei diritti. 
B) Sono adorabili anche le persone che, pur sapendo di avere dei diritti, non li pretendono o addirittura ci rinunciano. 
C) Sono abbastanza simpatiche anche quelle persone che lottano per i diritti degli altri (soprattutto per coloro che non sanno di averli). 
D) Ci sono, nella nostra società, degli sfruttati e degli sfruttatori. Ebbene, tanto peggio per gli sfruttatori. 
E) Ci sono degli intellettuali, gli intellettuali impegnati, che considerano dovere proprio e altrui far sapere alle persone adorabili, che non lo sanno, che hanno dei diritti; incitare le persone adorabili, che sanno di avere dei diritti ma ci rinunciano, a non rinunciare; spingere tutti a sentire lo storico impulso a lottare per i diritti degli altri; e considerare, infine, incontrovertibile e fuori da ogni discussione il fatto che, tra gli sfruttati e gli sfruttatori, gli infelici sono gli sfruttati.
Tra questi intellettuali che da più di un secolo si sono assunti un simile ruolo, negli ultimi anni si sono chiaramente distinti dei gruppi particolarmente accaniti a fare di tale ruolo un ruolo estremistico. Dunque mi riferisco agli estremisti, giovani, e ai loro adulatori anziani. 
Tali estremisti (voglio occuparmi soltanto dei migliori) si pongono come obiettivo primo e fondamentale quello di diffondere tra la gente direi, apostolicamente, la coscienza dei propri diritti. Lo fanno con determinazione, rabbia, disperazione, ottimistica pazienza o dinamitarda impazienza, secondo i casi. E dato che non si tratta solo di suscitare (negli adorabili ignari) la coscienza dei propri diritti, ma anche la volontà di ottenerli, la propaganda non può non essere soprattutto pragmatica.»
Ecco, questo discorso scoperto per caso, per la prima volta mi aveva insegnato quale fosse il vero ruolo di un intellettuale! E da allora non ho più abdicato a questo compito.

D – Potresti indicare – tra le sue meno note – alcune poesie di Pasolini che hai nel cuore, motivando le tue scelte?
R – Voglio citare una poesia, che riporto qui, la trascrivo: si intitola L’illecito.

L’illecito

Ormai tu mi hai capito,
e, non incoerente,
mio cinico innocente,
gusti il frutto proibito.

Sei un crudo fanciullo
che, ancora, ha meraviglia
tradendo la famiglia
nei suoi ingenui trastulli!

No, non ti rassegni
a saperti per sempre
nelle appartate tenebre
dove non hai ritegni.

(A uno dei tuoi sogni
pensa… a Bologna, a Idria…
il sogno in cui tua madre
infila i tuoi calzoni…

Pensa alla precoce
pena di te fanciullo
fisso nel folle azzurro
d’asiatici oceani.

Ma oggi stesso, o m’inganno?
vedendo d’improvviso
un corpo, un caldo viso
morivi al cieco affanno.)

È inutile: non vedi
lo smorto compromesso?
Sii dunque l’ossesso
che non cerca rimedi.

L’illecito t’è in cuore
e solo esso vale,
ridi del naturale
millenario pudore.

In questa poesia, tratta dall’Usignolo della chiesa cattolica, io trovo esserci tutti gli impedimenti ad essere sé stessi della nostra civiltà, e al contempo il bisogno di trasgredire, di commettere “l’illecito” che ognuno di noi prova fin dalla più tenera età. Nulla di male o di perverso, ma è il gesto liberatorio di presa in carico di sé stessi, di assunzione di responsabilità, ovvero il passaggio, la crescita. Essere sé stessi e smettere “lo smorto compromesso”. Liberarsi da convenzioni e falsi pudori.

D – Adesso una domanda al critico/professore di letteratura: in un sommario inquadramento storico-letterario come si colloca la poesia di Pasolini?
R – Ecco, è una produzione poetica quella pasoliniana che attraversa dagli anni Quaranta gli anni Cinquanta e giunge fino alla morte di Pasolini avendo perso molto lirismo e divenendo sempre più cerebrale, senza mai cedere all’ermetismo, che il poeta aborre, ma tentando di sperimentare in un’officina sempre attiva le possibilità del verso. Pasolini oltre all’ermetismo detesta le forme poetiche della neoavanguardia sanguinetiana. Possiamo certamente riconoscere ne Le ceneri di Gramsci del 1957 il capolavoro di Pasolini ormai entrato nel canone della poesia italiana del Novecento. Uno sforzo ulteriore bisognerebbe effettuarlo per cominciare a rileggere invece Trasumanar e organizzar, che è una straordinaria prova di poesia del secondo Novecento, ancora quasi ignoto.

D – Nella precedente intervista, avevamo lasciato in sospeso una domanda molto impegnativa: che spaccato trai sui giovani di oggi rispetto ai giovani descritti da Pasolini nelle sue poesie, nelle sue opere e nei saggi (come nel celebre articolo “Contro i capelli lunghi”)?
R – I giovani e giovanissimi odierni sono molto differenti da quelli conosciuti, incontrati, amati e criticati da Pasolini. Sono molto più fragili e molto più forti al contempo, ormai perfettamente inseriti nel mercato e fatti merce essi stessi. Consumano e si fanno consumare. Attratti dalle merci, non disdegnano, per denaro, di farsi merce. Sufficiente pensare ai social, ad Instagram, o ancora ad OnlyFans, e alle miriadi di siti nei quali si espongono. Quel che distingue i giovani e giovanissimi odierni da quelli conosciuti e frequentati da Pasolini è il grado di inconsapevolezza. Oggi, giovani e giovanissimi sono più immaturi, più impreparati ad affrontare il mondo, praticamente incapaci di lottare per i loro diritti, quasi avviliti da una condizione che sembra loro irrimediabilmente immutabile. Ecco sono degli esclusi: esclusi dal potere, esclusi dalla società, esclusi dalla finanza, esclusi dai diritti. E sono spaventati, hanno imparato a vivere mentendo e dissimulando, prendendosi i loro spazi. Compiacciono gli adulti per non aver problemi, per evitare i conflitti. Pasolini aveva critica il ’68… oggi un ’68 sarebbe impensabile! Cosa avrebbe detto dei giovani odierni Pasolini? Avrebbe scritto e detto di loro che ormai erano figli e preda di un conformismo invincibile. Conformisti con i loro tatuaggi, con le loro sigarette elettroniche, con le collanine e gli orologi, le borsette di Gucci o di Louis Vuitton.

D – I poeti – e i veri artisti in senso lato – sono spesso profetici e anticipano i tempi futuri con le loro intuizioni. Cosa è stato della critica pasoliniana alla società dei consumi? Cosa è stato della critica pasoliniana al potere politico?
R – Ho già risposto nella precedente domanda. Tutto è andato letteralmente a puttane grazie al Berlusconismo e al fallimento del messaggio di una sinistra che ha lasciato correre su tutto, soprattutto sulla denuncia! Ormai siamo al “si salvi chi può” e si aspira al “reddito di cittadinanza” senza più sogni, sani desideri, la realizzazione di sé per e con gli altri. Hanno vinto il conformismo capitalista e la mercificazione. Forse bisognerebbe ricominciare a leggere Herbert Marcuse… o Guy Debord… ops ma forse non li capirebbe nessuno!

D – Puoi aggiungere una tua personale conclusione a questo nostro dialogo su temi così importanti e delicati anche per il futuro e la cultura dei nostri giovani?
R – La nostra civiltà è sull’orlo di un abisso, e questo Pasolini lo aveva profetizzato veramente, in Petrolio o in Salò, nelle sue ultime prose polemiche, e quel che ci sorprende è la delusione, la perdita di senso, la sconfitta sociale e la fine dei diritti civili, insieme alle catastrofi ecologiche. Io ritengo che la consapevolezza, l’educazione alla consapevolezza dei giovani e dei giovanissimi, la formazione di una coscienza civile e la spinta all’assunzione di responsabilità saranno le chiavi per il futuro. I giovani e i giovanissimi non sono preparati perché noi li vogliamo inetti, ignoranti, pure macchine per il consumo e impegnati a consumare inopinatamente, distratti da videogiochi o prodotti inutili, così non danno fastidio e non possono ostacolare le mire di anziani, che non demordono dalla gestione del potere e dagli affari.
Pasolini ha scritto una tragedia complessa, Pilade, in questa tragedia dimostra che anche la ragione si è sottomessa al consumismo neocapitalista, ne è divenuta una fautrice e sostenitrice, così ha capovolto i suoi fini: la ragione non è più un bene, ma è ciò che sostiene e si fa artefice di quella che Pasolini aveva chiamato “mutazione antropologica”. Pilade rimane solo alla fine della tragedia e maledice tutto e tutti, anche dio. Noi dobbiamo imparare a non rimanere e a non lasciare solo nessuno, a benedire perché la civiltà che ci consente non solo di competere, ma soprattutto di collaborare, ma soprattutto dobbiamo continuare ad amare e ad amarci così come siamo, fuori da ogni ragione mercificata, oltre l’oggetto c’è il soggetto. La vita vince sempre, può vincere sempre.

Leggi la prima parte dell’intervista a questo link

L’opera “Pier Paolo Pasolini – 6 domande a giovani poeti”, curata di Angelo Favaro e con prefazione di Giulio Ferroni, edizioni Delta3, collana Aeclanum, può esser acquistata a questo linkhttp://www.delta3edizioni.com/bookshop/aeclanum/357-pier-paolo-pasolini-6-domande-a-giovani-poeti-9791255140191.html