Intervista ad Armando Minuz

Armando Minuz commenta con noi alcuni aspetti del suo romanzo d’esordio, “Ho portato sulle spalle mio padre“.
Emilio, insegnante di successo, ritorna a casa nei boschi dell’Appennino, dopo un’assenza di dieci anni. Lì ritrova suo padre e il fratello Leone, e fa i conti con il tempo che è passato, ma che non ha cancellato la sua storia. Sullo sfondo, ma con un ruolo potente, c’è la montagna, con la durezza del bosco. I tre, come tanti anni prima, si immergono in una battuta di caccia con il loro destino.
I più curiosi troveranno altri dettagli interessanti nella presentazione.Ringraziamo l’autore per la condivisione.

La Redazione di i-libri.com

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D – “Ho portato sulle spalle mio padre” ricorda Enea che si carica il vecchio genitore per portarlo in salvo di fronte alle rovine di Troia. Come mai questa citazione classica nel titolo?
R – Parlando anni fa con un amico, restammo entrambi affascinati dalla potenza che l’immagine di Enea e Anchise trasmette ancora oggi, un’immagine che il Bernini ha immortalato alla perfezione nella sua opera. È un’immagine che ti passa allo stesso tempo forza e fragilità, amore e rabbia. Anni dopo, quando ho iniziato a scrivere un romanzo che parlava dei legami di sangue e del rapporto fra padre e figlio, oltre che della ricerca del padre (uno dei temi più classici in assoluto), mi sono ricordato di quell’immagine e l’ho inserita nel romanzo, mi sembrava perfetta per descrivere il rapporto ambivalente fra padri e figli, che è come dire fra le vecchie generazioni e le nuove. Poi, da lì, la citazione è passata anche nel titolo.

D – Emilio è in cerca di una liberazione da un’angoscia che lo turba nel profondo. Il peso è qualcosa di cui Emilio vuole liberarsi o è un tesoro che impara ad apprezzare?
R – Il peso è sempre qualcosa che ti schiaccia o ti rende più forte, non c’è altra scelta. Nessuno matura nella bonaccia. Noi vorremmo sempre la calma e la tranquillità, perché il cambiamento ci spaventa, ma la verità è che cresciamo soprattutto nella difficoltà, ci evolviamo quando qualcosa ci spinge a cambiare. Così spesso è la vita, o Dio, o il destino, o il caso, a prenderci per i capelli e a trascinarci verso le difficoltà, verso l’uragano da cui volevamo scappare. Subito lo rifiutiamo, ci opponiamo, ma passata la tempesta ci rendiamo conto che riemergiamo nuovi, con una nuova pelle e una nuova anima. Spesso ci scordiamo che quella ferita che ci aveva terrorizzato ora è una cicatrice che se ne sta lì, quieta, sulla nostra pelle, ci ricorda la nostra forza di reduci, di sopravvissuti alla battaglia. Anche per Emilio, che è il protagonista del libro, è così. Non vorrebbe cacciarsi nei guai tornando dal padre (lui sa da subito che ci saranno guai, perché sa che il padre porta soprattutto guai, ha sempre fatto così). Anche perché, vista dal di fuori, la vita di Emilio a inizio romanzo è quasi perfetta: ha un lavoro sicuro, fa il lavoro che ha voluto fare per tutta la sua vita. Però se guardi da vicino vedi che è solo, è un genio della mente ma nel cuore è poco più di un bambino. Dunque qualcosa lo spinge a rimettersi in viaggio. Come si dice, la nave in porto è al sicuro, ma non è per questo che sono state costruite le navi. E nemmeno gli uomini.

D – La vicenda si svolge nel bosco, e si ha la sensazione che il paesaggio sia interiore e contemporaneamente influenzi i personaggi: perché la scelta di questa foresta desolata e selvaggia?
R – Innanzitutto perché sono nato e ho passato l’infanzia sulle Dolomiti. Poi perché il bosco riassume tutto quanto. La necessità di adattarsi e combattere, di capire la terra per non farsi schiacciare da essa, e capire il bosco alla fine vuol dire capire se stessi, perché il bosco ti porta il silenzio. Anche perché la foresta non è quasi mai “desolata”, è essenziale, e se ci predisponiamo all’ascolto l’essenzialità ci aiuta a purificarci. Ci sono periodi in cui anch’io vado “in ritiro” nei boschi, appena posso, fuori stagione. Il silenzio dei boschi ti riporta alla dimensione umana, alla corporalità e, in un certo senso, alla spiritualità, perché lo spirito non può esistere se prima non c’è l’accettazione del corpo. La foresta per me è anche questo, dunque era lo scenario ideale per tre uomini che, in fin dei conti, cercavano se stessi.

D – In questo contesto solitario e riflessivo spicca la caccia e le vittime da inseguire: hanno un ruolo simbolico?
R – Non necessariamente. Perché la caccia, le vittime e i carnefici sono qualcosa di concreto e reale nella vita di tutti i giorni. Oggi le cacce si fanno non più con i fucili e le trappole ma con le parole, gli sguardi, l’aggressività, spesso latente, e per questo ancora più appuntita. Soprattutto, oggi la caccia si fa esercitando il potere, che “logora chi non ce l’ha” e andrà sempre peggio, perché la libertà di cui oggi tutti parlano è più uno slogan pubblicitario che un dato di fatto. La sfida è restare umani, anzi diventare ancora più umani nonostante il cacciatore sia sulle tue tracce. Questo è quello che cerca di fare Emilio, ma a ben vedere tutti e tre i personaggi sono inseguiti da un cacciatore. E tutti e tre lottano per non soccombere.

D – Dalle pagine che scorrono piacevoli si avverte un grande amore per la montagna e per il bosco: c’è qualcosa di personale e autobiografico anche nella vicenda?
R – Sì, come dicevo sono un grande amante dei boschi e della montagna. Mi piace anche il mare, ma deve essere un mare spoglio, poco colonizzato, dove sia possibile sentire anche i propri pensieri e non solo quelli altrui. Il mare in agosto è uno spettacolo deprimente, così come lo sono le montagne sovraffollate di gente che sporca e urla e si comporta come se fosse nel salotto di casa propria. Se non hai rispetto per il posto in cui ti trovi non hai rispetto per niente.

D – “Ho portato sulle spalle mio padre” è un libro d’esordio, ma ha uno stile maturo e rivela una passione molto forte: ci sono autori che ti hanno ispirato? Se sì, a chi di loro potresti “dedicare” letterariamente il tuo romanzo?
R – Qui torna, ancora, il tema del padre. Ho sempre letto molto, e l’ho sempre fatto in un modo viscerale, appassionato, lasciando che le parole mi arrivassero sottopelle, senza alzare barriere. Ecco perché faccio fatica a leggere libri o autori che non mi convincono del tutto. Un libro raramente mi lascia indifferente. Se non mi piace lo abbandono dopo poche pagine, se mi piace lo metto in una sorta di Pantheon e magari lo rileggo più volte, anche solo poche pagine, di tanto in tanto, ed è come concedersi una piccola vacanza o incontrare un amico. In questo senso credo molto nei “padri fondatori”, i primi uomini di una ideale repubblica delle lettere. Questi padri fondatori sono, guarda caso, quelli che tutti riconoscono (o dovrebbero) come tali. Sono tanti, troppi, da citare, e per fortuna sono così tanti. Dante, Dostoevskij, Hemingway, Céline, Faulkner, Parise, giusto per citare i primi che mi vengono in mente. Idealmente, dedicherei il mio libro a tutti loro. Insieme a tanti altri, e alla mia famiglia, mi hanno nutrito e allevato, dunque questo è il mio insignificante e microscopico atto d’amore nei loro confronti. Perché un altro tema del romanzo, forse il tema principale, è che prima o poi dobbiamo renderci responsabili (nel senso etimologico del“saper rispondere”), vale a dire disponibili a restituire ciò che abbiamo ricevuto. E dobbiamo saper dire grazie.