Intervista al poeta Marco De Carolis

Marco De Carolis

Intervistiamo oggi Marco De Carolis, poeta finissimo, in grado di rendere la Liguria centro d’ogni sentimento, nodo focale della condizione umana.

Gentile Marco innanzitutto grazie per l’opportunità che ci offri nell’intervistarti. Partiamo con le domande, volte, ognuna di esse, a restituire al lettore un tuo fedele ritratto.

1) Dopo la lettura di “Vorrei raccontarti”, pregevole esempio di poesia lontana dagli strilli e dagli urli della società contemporanea (e di tanta sua narrativa), vorrei chiederti di parlarci un po’ di questa raccolta poetica, di quali temi tratta, di quali immagini ne hanno partorito i versi.

“Vorrei raccontarti” uscì nel dicembre 2004. Era stato voluto da alcuni amici, tra cui Alberto Cane che, infatti, produsse il libro. Ugo Giletta lo illustrò con alcuni acquerelli e Nico Orengo disse la sua in una generosa prefazione.

Tre testi sarebbero poi migrati in plaquette per i tipi di Pulcinoelefante e Smens.

La matrice della raccolta fu senz’altro l'”ossessione”amorosa. Del resto, collocai in esergo un verso di Neruda: “I libri si scrivono con i baci”.

Ma ogni ossessione ha, per così dire, la sua ossessione. In questo caso, almeno visibilmente, il paesaggio. Mi muovevo, e in gran parte ancora è così, in uno spazio relativamente ristretto: il paese, qualche bar periferico, il porto. Luoghi leggermente consolatori ma per me, al tempo, insostituibili.

Il porto è una accoglienza che ha in sé l’addio.

A ripensare, non scrissi per liberarmi dall’ossessione ma per conservarla. Quanto in questo il discorso poetico sia riuscito non saprei. Forse qualche parola, solitaria, ne porta ancora il profumo, la luce.

2) Il libro si apre con una prefazione di Nico Orengo. Breve, icastica, finissima, questa prefazione è già specchio dei versi che il lettore si troverà di fronte una volta che sotto i suoi occhi si paleserà il primo componimento.

Ti chiedo dunque, quanta consonanza c’è tra la tua voce e quella di Orengo, tra i vostri “luoghi” letterari e poetici?

“Marco, se lasci la Riviera, chiudi la porta della cucina. Ciao. Nico”. Scritto in verde, sull’ultima pagina di un libro di poesie di Fargue, questo messaggio di Nico mi è capitato sotto gli occhi per caso in questi giorni. A fine estate, trascorrevo sempre qualche giorno con lui nella sua casa di Mortola. Poi, come è nel mio costume, un mattino mi alzavo presto e, senza congedi, me ne andavo. Ma io abitavo a San Remo, quindi a due passi. Bene, lui aveva trovato un modo affettuoso di donarmi il libro su cui ero il giorno prima e di dirmi, ancora una volta, che la Riviera, la Liguria, era solo lì, striscia di terra apolide, sospesa sui giardini Hanbury, a ridosso del mare silenzioso.

Da micromondi Nico era capace di stendere grandi superfici, coloratissime, senza sbavature. Era un uomo curioso, raffinato, di umanità profondissima.

3) Pensando a te e alla tua poetica non posso non far riferimento anche a un altro grande ligure, Francesco Biamonti. Qual è il rapporto che intrattieni con la sua Opera, con tutto quello che è stato e continua a essere?

Avevo conosciuto Francesco prima che diventasse propriamente famoso. Vale a dire che io ero un ragazzino. Era un socialista “civile”, coltissimo. Difficile non subirne il fascino. Da un certo momento prese a farmi leggere, tre o quattro cartelle per volta, quanto stava scrivendo. Ma uscito il volume, era come leggessi per la prima volta. Leggevo lentamente, parola a parola, come per procrastinare all’infinito l’ultima pagina. Ancora oggi ne sento periodicamente la necessità. Cito a memoria il finale di “Vento largo”: “Veniva scuro, tornavano già i gabbiani dalle rumentiere; sorvolavano rocce. Intonacati d’aria andavano al mare come a un letto di pace.” Stupendo. A partire da Italo Calvino, tutti hanno ricondotto l’opera di Biamonti al tema della frontiera: il confine italo-francese, i passaggi clandestini, il passeur… Io aggiungo che tale tema, per Francesco, fu pure metafora della sua letteratura: egli riuscì certamente a eludere i confini spazio-temporali; riuscì a dare cittadinanza nelle sue pagine alle più diverse esperienze del Novecento letterario europeo e non solo. Ricordo che mi disse di scrivere”Attesa sul mare” ascoltando Debussy. E non c’era tonalità di cielo che non scivolasse dalle mani di Morlotti. Il suo ultimo libro, incompiuto, è stato pubblicato con il titolo “Il silenzio”. Credo sia un titolo massimamente biografico. Francesco fu davvero, nella vita, un uomo di silenzi, come perascoltare sempre la scrittura d’ogni parola.

4) Vi sono componimenti, in “Vorrei raccontarti”, che sembrano riecheggiare voci di altri grandi letterati liguri, penso a Montale ad esempio. Ti sembrerà dunque strano, ma mi viene spontaneo chiederti, di contrasto, quanto ci sia di non-ligure in questa tua poesia. Quanto Essa possa essere considerataespressione non solo della Liguria.

Non mi è facile rispondere. Io scrivo per lo più quello che vedo; e quello che vedo sono i luoghi che abito. Può essere che talvolta un lessico generico sottragga un paesaggio, un luogo alle sue coordinate. Un bar, per esempio, è un bar a Sanremo come a Napoli. Del resto, il soprannome di un compaesano, lo scarto di luce in un vicolo, una festa patronale, il porto raramente mi parlano in quanto familiari ma piuttosto perché capaci di riflettere mondi diversi. Non di rado mi capita di immaginare, rapidamente,come i luoghi cui appartengo possano essere visti, vissuti da chi arriva o da chi se ne va. E comunque devo confessare che non trovo la natura ligure piùmetaforica d’altre nature. Mi attrae di più l’umanità, anche quando è dolorosa.

Infine mi viene in mente Verga: “…perché il mare non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole…”

5) Stupenda è la quarta lirica del libro: Vorrei raccontarti/ tante cose,/ ma così piccole/ e d’ogni giorno/ che ne ricordo poche. Puoi dirci due parole su questi versi davvero icastici, quasi espressione di una precisa dichiarazione poetica?

Ripeto: in “Vorrei raccontarti” l’autobiografismo è fortissimo. Non per niente Nico Orengo volle trovare nella raccolta “una sincerità esistenziale e linguistica inattesa”. In tale prospettiva, certo questo breve testo esprime tutta l’ineffabilità del sentimento e quindi il limite stesso della mia capacità espressiva.

Se lo si vuole leggere anche come una implicita dichiarazione di principi, direi di sì: non sono capace di liberarmi dal quotidiano, dalle cose; e neppure da un certo timore di dimenticare. Sento di non appartenere alla poesia filosofica, declamatoria, fluviale. Mi piacerebbe fare, qualche volta, della poesia sommessamente “narrativa”, ma temo di non avere la tempra necessaria. Volente o nolente, in tasca mi ritrovo sempre la macchina fotografica, quasi mai la cinepresa. E questo pure spiega l’utilizzo di versi e strutture per lo più brevi.

In ogni caso, io penso che il poeta resti un creatore, un fabbricatore ma senza responsabilità di approvvigionamento. Quando si scrive non ci si può sottrarre alla magia del caso; in un certo senso, ne vale la vita.

6) Mi piace concludere ogni intervista lasciando un piccolo spazio all’intervistato per parlare dei suoi progetti futuri, per far sì che lui possa farci capire a cosa sta lavorando, per far sì che lui possa lasciarci intravedere quali saranno le sue nuove pagine che potremo leggere.

E io invece non amo parlare di me. O meglio, quando lo faccio mi vien da dire il meno possibile. Mi può capitare di parlare di me anche a lungo, ma, poiché non amo mentire, di me dico cose che stimo irrilevanti. Tuttavia posso dire che mi piacerebbe veder fallire il mio causale “progetto” pessimistico: mi piacerebbe accadesse qualcosa di buono, vicino a me e, soprattutto, nel mondo.

Quanto alla scrittura, non sto propriamente lavorando, anche se, negli ultimi due anni, per la mia misura, posso dire di aver scritto molto; e, non senza ingenuità, credo d’averne dato pubblico conto: molti dei miei versi sono andati, senza limatura, sui cosiddetti social network; convinto come sono che la poesia sia di tutti. Da qui anche un ulteriore impulso,alla forma breve, il tanka e l’haiku per esempio, peraltro, come già ho detto, a me più congeniale.

Auden diceva che il poeta ha il dovere di difendere la propria lingua dalla corruzione, perché quando il linguaggio è corrotto la gente perde fede in quel che sente. Io, in un cantuccio, cerco di fare la mia parte,per quel che mi riesce, serenamente.

di Stefano Costa