Intervista al regista Livio Galassi, in occasione della pubblicazione di “Notturni randagi”, Diamond Editrice

Livio Galassi è un regista dai trascorsi artistici importanti; con un presente creativo ricco, interessante, degno dei Maestri con i quali ha lavorato; con un futuro denso di entusiasmi e aspettative. Intervistarlo è per noi un’avventura: come ogni avventura, ne siamo sicuri, le sue risposte – passionali e imprevedibili – riserveranno più di una sorpresa: un bel viaggio, accompagnati da un personaggio che l’arte la conosce, perché la pratica e la crea…

D – Nel ringraziarti per aver accettato di rispondere alle nostre domande, non ci lasciamo sfuggire l’occasione per ripercorrere brevemente alcuni momenti della tua carriera. Ci regali un tuo ricordo della collaborazione con Andrej Tarkovskij in “Nostalghia”?
R – Solo un piccolo ruolo di attore; ma erano tutti piccoli ruoli, e anche grandi attori accettarono per l’immensa stima che meritava. Tra i “maestri” il rapporto più lungo e reiterato è stato con Rossellini: “Pascal” “Agostino d’Ippona” “Cosimo de’ Medici”. Di Tarkovskij ricordo la signorilità, il rigore pacato e sapiente con cui dirigeva. La sua intelligenza contagiava il set, attentissimo e responsabile. Mi chiamava per nome nel dirigermi, sempre. Molti ti si rivolgono con “Tu” o con il nome del personaggio: non è grave, forse è normale, però è “diverso”. Peccato che la sua creatività, nobile e poetica, sia mancata così presto; vivono a lungo tanti imbecilli!…

D – Come nasce la scelta di rappresentare un classico come Menecmi di Plauto?
R – C’era una volta… “la cultura”… e prima del suo tracollo, gli splendidi teatri romani di cui è disseminata l’Italia, si esaurivano di folle – che a volte neppure riuscivano a contenere – interessate ai classici tragici o comici. Ora sono vuoti o profanati dall’ultimo comico televisivo o da qualche patetico allestimento d’opera dell’est, con orchestre bandistiche, voci strazianti e fondali che sbattono al vento. Così dei tanti Plauto che avevo diretto mi mancavano i “Menecmi”, esilarante meccanismo genialmente congegnato e, se vuoi, pure stimolante di psicanalitiche introspezioni, una ricomposizione del proprio “io” nell’avventurosa ricerca del gemello smarrito, dell’altro “se stesso”. Senza troppo intellettualizzare, però, sennò sarebbe tradire l’autore: Plauto è ludicità fine a se stessa, libera e disimpegnata, pura e dispiegata intelligenza.

D – In “Nuda e cruda” vengono affrontati i temi della diversità, del luogo comune, dell’ironia e dell’autoironia. Il soggetto è fornito da un testo scritto da Anna Mazzamuro. Quali sono gli elementi di forza e di richiamo di un spettacolo imbastito su un’opera contemporanea?
R – Quelli di sempre: la teatralità. Che trova senso ed energia nei dislivelli emotivi, e questi sentimenti “teatrali” sono immutati e immutabili: cambiano solo i contesti: le lacrime delle “Troiane” bagnano i volti delle sopravvissute alle stragi e agli stupri dell’Isis, il crimine di Medea si specchia in tanti agghiaccianti fatti di cronaca, le risate beffarde e dissacranti provocate da Aristofane scaturiscono con identica sonorità dalle satire contemporanee. Il vecchio o il nuovo per me non sta nelle parole, ma nel modo in cui vengono dette. In un testo classico o moderno non cerco ciò che è contemporaneo ma ciò che è assoluto. E anche i personaggi di Anna, di comune accordo, hanno superato l’ ”oggi” per traslocare nel “sempre”.

D – Quale legame si crea tra un regista e gli interpreti della rappresentazione da lui diretta? Come è stato il tuo rapporto con Tato Russo?
R – Se non si stabilisce – o non si inventa – con gli attori un legame d’amore, non si può fare teatro. Ti donano il corpo e il cervello; nei momenti più impegnativi sono animali scuoiati, hanno i nervi scoperti, vanno protetti: devi trasmettere a loro serenità e sicurezza. Io la mantengo, non per virtù, ma perché so i limiti del nostro mestiere, evanescente, dimenticato, non lasciamo tracce né segniamo la storia: io lo so, ma non glielo dico. Ci sono attori intelligenti, capaci di superare anche le tue intenzioni, altri limitati e confusi che si rifugiano dietro “ma io pensavo che…” “Non pensare: pensa di riuscire a fare quello che ti dico e vedrai che ti impegna ogni pensiero”. Amo i primi e amo anche gli altri: l’unico valore nel teatro è lo spettacolo e tutti, tutti, contribuiscono al risultato. Il rapporto con Tato? Fecondo, duraturo –dopo tanti anni di collaborazione – e fedele, visto che ancora continua. Teatralmente ormai siamo “coppia di fatto”. Devo alla sua fiducia gli sfolgoranti anni del meraviglioso “Bellini”, le regie che mi ha affidato, la direzione dell’Accademia teatrale… e le collaborazioni nei suoi allestimenti più complessi e creativi sono stati sono e saranno un doveroso segno di gratitudine.

D – E il rapporto con Anna Mazzamauro?
R – Triplice: stima, amicizia, gratitudine. La sua grandezza, soprattutto quella drammatica, meno conosciuta, non ha bisogno di conferme. Molti lavori con lei hanno cementato un’amicizia reciproca, leale e complice, favorendo nelle prove simbiosi creative simultanee che sbalordivano entrambi. Grato perché lei, letto un mio vecchio romanzo, contagiò del proprio entusiasmo il suo editore, Simone Di Matteo, che aveva appena pubblicato il suo testo “Nuda e cruda”. Lui condivise il giudizio, si incuriosì ai precedenti, ed eccoci qui con la trilogia, appena rivisitata e riunita in “Notturni randagi”. Perciò grazie Anna e grazie Simone!

D – Nel bipolarismo tra tragedia e commedia, quale intonazione drammatica senti più nelle tue corde?
R – Ho diretto entrambe con lo stesso coinvolgimento e con la stessa fascinazione: la commedia rimuove, sbeffeggiandola, la tragica fragilità dell’esistenza, e la tragedia ci regala il piacere del coinvolgimento emotivo, il compiacimento dell’analisi critica, ed anche etica, e – se proprio vogliamo – la dolcezza della catarsi. Sia l’una che l’altra rimandano a memorie coinvolgenti, si intrecciano, si alternano e si confondono nella vita di ognuno.

D – E adesso parliamo di “Notturni randagi”. Ci fornisci qualche anticipazione sul contenuto?
R – Tre notti romane, oscurate di dubbi, accese di sensualità, lacerate di violenze, innocenti e perverse, oltraggiose e oltraggiate, tre protagonisti diversi ma traditi ugualmente dalla stessa fiducia, tre tragitti che dolorosamente portano a sé, a cercare una luce di chiarimento in attesa di un’alba che non sa arrivare. Così carichi di ‘segni’ e coincidenze che li rendono improbali, un po’ astratti, esoterici, questi racconti attingono invece a fatti e personaggi reali, naturalmente strutturati a comporre il piccolo mito che ogni esistenza, anche la più derelitta, sacralmente racchiude.

D – Come sgorga l’esigenza di scrivere? E da dove origina l’idea di scrivere proprio “Notturni randagi”?
R – Innanzitutto dalla consapevolezza di saperlo fare: non si può sottoporre agli altri la propria vanità, sprecare tempo della loro vita. E poi dalla necessità di espressione: per se stessi prima che per gli altri; è un percorso interiore che si conclude e trova senso. Il primo è maturato inavvertitamente, piano piano: percorrevo i miei dubbi, le mie delusioni, le mie speranze e mi sono accorto che si erano articolati in una trama di vita che, con pochi ritocchi, era già romanzo: la penna non ha fatto altro che seguire il dettato di uno scritto già composto nella mente. Gli altri avevano già un precedente a cui riferirsi: ne hanno approfittato.

D – Ci regali un aforisma o un pensiero tratto da quest’opera?
R – Due. Due pensieri. Il primo per tutti: “…Se tutti accettassimo di essere quello che siamo! e non la propria astratta sublimazione che dall’alto giudica e condanna: evanescente è il limite tra il controllo e l’abbandono, tra santità e perversione”. Il secondo per “quasi” tutti quelli del mio ambiente, e dico “quasi” per regalare a ciascuno la facoltà di autoassolversi: “…Povere vanità feroci e disperate, illuse di dare un volto all’eternità e che invece sbiadivano meste tra le pagine stropicciate dei giornali sfogliati distrattamente dal barbiere, sostituiti l’indomani e accumulati per lavare specchi e vetrine”.

D – Che appuntamenti indichi ai futuri lettori di “Notturni randagi”?
R – Ancora con me: voglio essere possessivo, esclusivo, amare riamato. Voglio folle di lettori in fila dall’alba in attesa che aprano le librerie con il mio prossimo romanzo. E “se per caso una maga” mi dicesse che sarà così… le crederei.

D – Considerate le precedenti domande sugli attori, cosa ci dici del tuo rapporto con l’editore (ndr: Diamond editrice) di “Notturni randagi”?
R – Esclusivo. Come il più passionale degli amori: ha abbracciato tutto il mio passato e ipotecato il futuro. Mi ha stimolato la voglia di scrivere ancora: lo sto facendo. Mi ha impegnato e fissato la data di consegna: obbedirò, e gli affiderò puntuale “SE PER CASO UNA MAGA…”. “Come fai, maestro, ad essere sempre così giovane?” chiese il mio amico Franco Meroni a Giancarlo Menotti, già anziano. “Frequento i giovani” sentii che gli rispose. E il mio editore è giovane.

Ringraziamo Livio Galassi per l’intervista intensa che ci ha rilasciato e per la disponibilità che ha dimostrato nel rispondere alle nostre curiosità. Diamo appuntamento ai lettori con i suoi “Notturni randagi”, che oggi presentiamo a i-libri.com a questo link.

Livio Galassi e Bruno Elpis