Gaia Rayneri – intervista in esclusiva per i-LIBRI

Questa volta in esclusiva per i lettori di i-LIBRI un’intervista con Gaia Rayneri, autrice del romanzo “Pulce non c’è” (Einaudi).

Ciao Gaia, innanzitutto vorrei ringraziarti per aver accettato di rispondere ad alcune domande per i lettori del sito i-LIBRI.

Oltre a riscuotere un grande successo di pubblico, il tuo romanzo d’esordio “Pulce non c’è”, edito da Einaudi, ha recentemente vinto il Premio Letterario Edoardo Kihlgren Opera Prima – Città di Milano. Immagino la tua vita sia molto cambiata da quando hai pubblicato la tua opera. Tra presentazioni, interviste ed eventi pubblici, il tempo a disposizione per te dev’essersi molto ridotto, e così anche il tempo da dedicare alla scrittura. Ti piace questa tua nuova realtà?

Per me si è trattato di una realtà totalmente nuova, ed è ed è stato interessante esplorarla. Ci sono state esperienze che mi hanno dato moltissimo, come per esempio i premi, le presentazioni nelle scuole (è sorprendente come i “piccoli” riescano sempre a fare domande o osservazioni infinitamente più geniali dei “grandi”), alcuni incontri con scrittori, scrittrici o lavoratori della cultura davvero interessanti; altre cose mi hanno stressata, o delusa, come le apparizioni televisive: sono senza dubbio una buona opportunità per dare visibilità al libro, ma trattandosi di una storia vera spesso il romanzo è stato totalmente deprivato di qualsiasi valenza letteraria, e tutto si è ridotto al “caso umano della povera ragazza giovane che ha scritto un libro sulla povera sorella handicappata”. In ogni caso, ha significato vedere una fetta di mondo in più, e ne sono contenta. Per mia grande fortuna, scrivendo ho l’opportunità di convertire in materiale narrativo anche le esperienze che nella vita reale mi sono risultate difficili, dolorose o fastidiose.
La difficoltà che sto incontrando è quella di riuscire a mediare tra gli impegni “letterari” e i miei desideri, come per esempio quello di vivere all’estero. Ho avuto delle opportunità che raramente la mia generazione riceve, e voglio sfruttarle al massimo, senza che tuttavia questo significhi appiattire tutta la mia esistenza sul lavoro, per quanto meraviglioso, che faccio.
Ora Pulce diventerà un film, ed è stato davvero stimolante, per esempio, collaborare alla sceneggiatura e cominciare a capire, sebbene solo vagamente, il mondo del cinema, che non conoscevo se non da assidua spettatrice.

Trattandosi di un romanzo che si ispira alla realtà, mi chiedo se il successo che ha riscosso abbia anche in parte cambiato le vite degli altri personaggi coinvolti, inclusa tua sorella ed il resto della tua famiglia.

Non credo che il romanzo abbia davvero alterato lo svolgersi quotidiano delle vite degli altri “personaggi”; tuttavia credo e spero che sia servito da riscatto per la nostra famiglia, che non ha mai ricevuto un risarcimento per il macroscopico errore da cui è stata travolta. Mio padre ora gira per le strade del paesello in cui vive, e dove si è svolta la vicenda, presentandosi, bonariamente, con il libro in mano e dicendo “Piacere, pedofilo”; Pulce gongola ogni volta che la riconoscono per la strada, e mamma Anita ha potuto servirsi del libro per raccontare una sua testimonianza di dolore, insieme alle amiche di un gruppo di preghiera di cui fa parte, davanti alla Sindone in persona.

Come hai detto in un tuo intervento, Giovanna (la voce narrante) non vede la sorella come una persona incompiuta, ma semplicemente la accetta per come è, in ogni aspetto della sua esistenza. Diversamente, le altre persone con cui Pulce viene a contatto (insegnanti, psicologi ed assistenti sociali) cercano di riempirla di contenuti che non le appartengono. Mi rifaccio ad un tuo esempio: è come se queste persone volessero riempire ad ogni costo le nuvolette vuote di Pulce, le nuvolette con cui si esprimono i personaggi dei fumetti, riempirle anche solo per ottenere un pò di visibilità. Ritieni che Giovanna fosse troppo giovane per poter comprendere veramente la realtà di Pulce, o forse era proprio la sua giovinezza e semplicità a permetterle di capirla molto meglio di tutti gli altri?

Non era tra le mie intenzioni fare di Giovanna un personaggio interamente positivo, e per questo credo che neanche lei, per quanto sia quella che più ci si avvicina, capisca interamente Pulce (anche perché, purtroppo, l’universo dell’autismo è destinato, almeno per ora, a restare in gran parte incompreso). Tuttavia, la forza di Giovanna è quella di essere abituata, fin quasi dalla nascita, a coesistere con Pulce, e quindi con la differenza, e per questo, nonostante la sua diversità, non la vede come altro da sé, ma sviluppa di fatto con lei un rapporto quasi paritario (e, in un certo senso, anche lei condivide alcune caratteristiche di sua sorella e degli autistici, come la tendenza alla distrazione quando il termometro emotivo si alza improvvisamente, o la rivendicazione del diritto alle “emozioni distorte”, ovvero proprie, intime, e non quelle attese dal contesto sociale). Mi permetto di citare Foucault, quando dice che occorre “estirpare il fascismo dalle nostre teste”: essere abituati alla convivenza con un tipo di “diverso” (in questo caso disabile, ma può valere anche per molte altre categorie, che siano migranti, minoranze sessuali o quant’altro) è, a mio parere, una delle condizioni che permette di farlo. Solo in questo senso Giovanna è “migliore”.
Per quanto riguarda invece chi tenta di “interpretare” Pulce, volevo cercare di decostruire, almeno in parte, la rappresentazione comune dell’autismo, per intenderci “alla Rain Man”: credo che, in soldoni, l’idea dominante sia quella che si tratti di persone apparentemente tonte che però nascondono un universo interiore geniale, superiore alla media. E’ evidente come entrambe le cose non corrispondano a verità, ma siano proiezioni delle categorie dei “normali” su un universo che a dette categorie sfugge continuamente: gli autistici, come tutti i diversi, hanno una grande dignità in quanto persone, punto.

Questo articolo verrà letto da molti aspiranti scrittori che vorrebbero conoscere un pò meglio la tua esperienza di scrittrice. Come sei riuscita a pubblicare un romanzo d’esordio con una casa editrice del calibro della Einaudi? Ti sei proposta direttamente a loro?

Credo che il mio caso sia stato particolare: io lavoravo, o meglio lavoricchiavo già all’Einaudi come lettrice (dovevo valutare i manoscritti che arrivavano in casa editrice e redigere una scheda-libro per un’eventuale pubblicazione, o lettera di rifiuto/consigli di scrittura). Ho semplicemente chiesto che il mio manoscritto venisse letto per avere dei consigli di scrittura e, con mia grande sorpresa, mi hanno invitata a finirlo in fretta, perché sarebbe stato pubblicato.
In ogni caso, e mi rivolgo agli aspiranti scrittori, Einaudi ha l’abitudine, anche se magari con tempi un po’ lunghi, di prendere in considerazione tutte le proposte editoriali che arrivano: credo di poter dire con una considerevole certezza che non serva, in questo caso, “essere raccomandati”.

Stai già lavorando ad un altro romanzo?

Sì, sto scrivendo con molto impegno, anche perché al momento è la mia unica attività. L’uscita è prevista per il 2011, sempre con Einaudi. Questa volta si tratterà di una storia di invenzione, anche per proteggermi dai cacciatori di autobiografismi e casi umani, anche se, come credo valga per chiunque scriva, i sentimenti e le visioni che voglio veicolare sono per forza di cose quelli di cui ho fatto esperienza diretta e che conosco a fondo. Questo romanzo vorrà essere una riflessione sulla società di oggi (italiana ma non solo), e sull’idea di identità e travestimento, differenza e integrazione.

di Diego Manzetti