“Io sono fatto di letteratura”, vita di Franz Kafka

Vita di Franz Kafka
La biografia di Franz Kafka, curata da Reiner Stach, è un'opera monumentale che esplora la vita e l'opera dello scrittore con rigorosa ricerca storica.

“Io sono fatto di letteratura”, vita di Franz Kafka

La biografia monumentale di uno scrittore, come ammette Mauro Nervi nella prefazione all’edizione italiana dell’opera, è destinata al lettore che riconosce implicitamente il proprio interesse e anche il proprio amore per le pagine di quell’autore. Quindi un lettore esigente e, forse, anche emotivamente coinvolto.

Il genere biografico, poi, è sempre una scommessa. Una ricerca rigorosa può tentare di ricostruire una vita, il profilo di un uomo immerso nel suo tempo, ma può anche capitare che il biografo si innamori di un’idea, di una visione, finendo per leggere un’esistenza a una sola dimensione. Un rischio di tradimento, questo, che paradossalmente si verifica proprio per personalità complesse, per le quali anni di narrazione e di critica hanno prodotto modelli di lettura spesso molto diversi tra loro e da cui è difficile affrancarsi.

Ancora più difficile è scrivere la biografia di uno scrittore che con terribile nettezza dice di sé: “Io non ho interessi letterari. Io sono fatto di letteratura, non sono nient’altro e non posso essere nient’altro che letteratura”. Questo è il caso di Franz Kafka, a cui Reiner Stach ha dedicato 12 anni lavoro e tre volumi (Kafka. I primi passiKafka. Gli anni delle decisioniKafka. Gli anni della consapevolezza), tradotti in italiano da Mauro Nervi per Il Saggiatore, con la collaborazione del Goethe-Institut.

Gentile, fine umorista, nevrastenico, ansioso, quasi asociale, eccentrico rispetto a ogni corrente letteraria, di esasperata sensibilità, insonne, insofferente alle regole piccolo borghesi della Praga asburgica, vegetariano, lettore intransigente e scrittore notturno, appassionato cercatore di verità. La vita di Kafka raccontata da Stach sembra seguire il percorso di una progressiva e inevitabile lacerazione: quella tra vita vera – con una moglie, una famiglia, dans le vrai, come indicato dal venerato Flaubert – e scrittura.

Stach, con quella che egli stesso definisce “sintesi di sintesi” di altri lavori su Kafka, invita i lettori a ripercorrere le ragioni di una scrittura limpida ed esemplare con lo sguardo a una vita vissuta sempre al confine tra desiderio e rinuncia, sensualità e ascetismo, estenuante tensione intellettuale e tentazioni di lavoro manuale.

Il biografo squaderna fatti, tutti documentati, da cui emerge la complessità di un uomo singolare: quasi inetto nella vita pratica di tutti i giorni eppure così stimato sul lavoro, eccellente giurista dell’Istituto di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro per il Regno di Boemia, esperto nella classificazione dei rischi, mediatore instancabile nei conflitti con i datori di lavoro, ghost writer per i superiori in pubblicazioni specialistiche e importanti occasioni ufficiali.

Stach segue la misteriosa cartografia dei cunicoli scavati da Kafka nella costruzione della sua tana (“Alla fine si fanno di nuovo nuovi cunicoli, si fanno, vecchia talpa”) non tralasciando nulla, neanche piccoli episodi che concorrono a illuminare la costruzione della sua personalità e della sua scrittura. Perché la meta è proprio questa per un autore che afferma di sé “Io sono fatto di letteratura”: arrivare all’interpretazione di un testo estraendone carne viva, dolorose emicranie e insopportabili insonnie.

Forse l’autore coglie in quel “Io sono fatto di letteratura” echi, chissà quanto consapevoli, di impronta cabalistica, in cui la lettera si pone come fondamento della creazione. In questo caso, la lettura dell’opera kafkiana è necessariamente legata alla vita del suo autore tanto quanto, con doppio senso di marcia, la stessa vita appare costruita a partire da un’idea radicale di letteratura e di arte. E la porta da cui passa questa corrente alternata si chiama metafora, parabola, apologo come ricorda Stach forse a partire dalle intuizioni contenute nei lavori di Giuliano Baioni, uno dei tre italiani citati nella ricca bibliografia (gli altri sono Roberto Calasso e Guido Massino).

Lo spunto per questa interpretazione è fornita dallo stesso Kafka, non a parole – sa essere reticente quando le cose toccano le sue corde più profonde (come, per esempio, l’idillio amoroso con una donna più matura al sanatorio di Zuckmantel), ma con i fatti: quando chiede all’editore Kurt Wolff di unire in un volume intitolato Figli, poi mai realizzato, La condannaIl fuochista e La metamorfosi. Attraverso la metafora della figura del figlio, della sua esperienza di figlio come anche del suo desiderio di essere ben altro figlio, Kafka presenta la sua concezione del vero scrivere, corpo e anima, di getto, in una sorta di totale rapimento che attinge a verità sommerse e che richiede una rinuncia a una vita piena, operosa, da marito, da padre.

Da questo scrivere, dopo la rivelazione notturna de La condanna, sono nati i capolavori che hanno rivoluzionato la storia della letteratura del Novecento (“In confronto a lui poeti come Rilke o romanzieri come Thomas Mann sono nani o santini di gesso”, Vladimir Nabokov) e la cui costruzione è ripercorsa passo passo nella biografia: tra gli altri Il dispersoIl processoIl castello, i racconti di Un medico di campagna e quelli degli ultimi anni come Un digiunatoreLa tanaJosephine la cantante, ovvero il popolo dei topi. Lo stesso scrivere che ha consentito di trasformare in letteratura l’epistolario con Felice prima e con Milena poi, lettere grazie alle quali nella biografia si scopre l’efficienza dei sistemi postali degli imperi centrali.

Questo anche perché Stach racconta l’esistenza di Franz Kafka dando largo spazio a una ricca ed efficace ricostruzione storica di quegli anni. Così il lettore è informato sul nazionalismo ceco, sulla prima guerra mondiale entrata nelle case dell’Impero asburgico con entusiasmo prima di rivelarsi carneficina, fame e malattia, sul mai sopito antisemitismo, sulla tubercolosi e sulla fiorente attività dei sanatori, sul conflitto tra assimilazione ebraica e sionismo. Allo stesso modo è raccontata la cultura dell’epoca, l’arte, l’industria, la burocrazia, la stampa, la scuola, la formazione e il lavoro delle donne.

Tutto ciò narrato in parallelo alla vita dello scrittore, alle sue ritrosie, alla nevrosi, all’umorismo, alla sensibilità, all’ossessione per la scrittura e alla mania di perfezionismo, allo straniamento, all’attesa e, infine, alla malattia.

La proposta per la conoscenza dell’uomo e dell’opera è ricchissima; è cauta, quasi sommessa, nell’interpretazione. Con questa scelta, il biografo pare ricalcare il narratore Kafka, sempre reticente, che descrive ma non disvela, che allude ma non indica, che racconta ma non spiega, con quella restrizione di campo che lascia il lettore libero di addentrarsi, godendone, nella complessità. Anche le citazioni apposte come epigrafi a ogni capitolo partecipano alla creazione di tracce su una mappa in cui non è segnato il luogo da scoprire. Forse perché, come ricorda lo stesso Stach nell’introduzione all’opera, Kafka insegna soprattutto l’umiltà.

di Anna La Marca