Jack Frusciante è uscito dal gruppo & co. – L’amore ai tempi della scuola

Jack Frusciante è uscito dal gruppo

Vivevano il loro strano sogno e si raccontavano tutto e camminavano e parlavano e ridevano e camminavano e parlavano contro tutto il già visto proprio come in un lungo sogno, quei matti. E poi, e poi

e poi, un brutto giorno, le parole, fra loro, erano state fonte di malintesi. Anzi fonte di un malinteso, uno solo, ma che era la cosa più triste che il vecchio Alex avesse mai provato in tutta la vita
un sabato sera freddo gelido, in piazza Maggiore, il vecchio Alex le aveva chiesto di mettersi con lui. Era la cosa più ovvia a quel punto, no?
Solo che.
Solo che lei gli aveva stretto forte la mano, detto che ci avrebbe pensato su, ma aveva un’ombra triste negli occhi…

Jack Frusciante è uscito dal gruppo è molto più che un romanzo d’amore, è una storia che ha segnato una generazione e forse più di lettori, proprio come ai tempi fece Il giovane Holden di Salinger, Due di due di De Carlo e qualche anno fa Tre metri sopra il cielo di Moccia (a ognuno i suoi miti).

In comune questi grandi successi editoriali hanno ben poco, eppure è inevitabile metterli a confronto per aver raccontato un momento del loro tempo in modo magistrale, interpretando sogni, paure e aspirazioni di giovani e adolescenti loro contemporanei.

Anagraficamente, Jack Frusciante è uscito dal gruppo è il mio libro: lo lessi per la prima volta a 15 anni (in edizione Baldini & Castoldi, che aveva acquistato prontamente i diritti dopo la prima, ormai mitica, edizione di Transeuropa) e in seguito almeno un’altra dozzina di volte negli anni. Quando un libro mi piace lo riascolto come un bel disco.

La storia d’amore di Alex e Aidi ci ha rappresentati un po’ tutti, ma soprattutto ha messo su carta le nostre vite di quegli anni con grande maestria, intessendo con una prosa assolutamente originale e al contempo vicinissima al linguaggio giovanile dell’epoca le emozioni più belle dei tempi della scuola.

Gli anni di scuola superiore per molti di noi sono stati indimenticabili, e ogni volta che leggiamo un libro come questo, soprattutto se è il nostro libro generazionale, ritroviamo quel nostro io sepolto sotto tutto quello che è venuto dopo, almeno per un attimo.

E i nostri primi amori sono quasi sempre nascosti là dentro, pronti a restituirci, forse solo per il tempo di un sorriso o di un sospiro, il profumo e la spensieratezza di quegli anni.

Quelle storie d’amore raccontano molto delle persone che li hanno vissuti, ed è incredibile come nel raccontarli sembrino perdere la magia che mantengono restando rinchiusi nella memoria per come sono stati vissuti, intensi e unici, seppure uguali a mille altri e a volte molto brevi.

Pensate al vostro grande amore dei tempi della scuola, chiudete gli occhi e poi rileggete queste parole della fine del libro di Enrico Brizzi. Descrivono Alex D. nella consapevolezza della fine della sua maestosa storia d’amore e di «rock parrocchiale» (cit.): “comunque, no, mica piange. Ha solo gli occhi un pochino lustri per via dell’enorme velocità, è chiaro. Okay. E’ anche perché quel figlio di puttana del piccolo principe ha addomesticato la volpe. E poi, forse, perché magari sta pensando che dei due pirati, adesso, qualcosa si è perso per sempre. Sapete come ragionano certi ciclisti sentimentali, alle volte. Magari sta giusto pensando che determinate cose, nella vita dell’Uomo, possono succedere una volta sola. Sì, insomma, potrebbe farlo. Di sicuro ha in mente questa ragazza che crede ancora che le persone siano quasi tutte buone. Vive praticamente in una casa in mezzo al bosco ed è venuta a salutarlo all’aeroporto, un giorno. E poi ha in mente quella volta al telefono, che il vecchio Alex credeva che fosse la tal persona invece era la madre. Di quella tale, intendo. E ci sono anche tutti i pomeriggi passati sull’erba del giardino di una certa ragazza, una mezza pirata, ad ascoltare musica e parlare e. Comunque no, non piange mica”.

Lui non piange, ma forse noi ci siam commossi un po’.

Dall’archivio digitale di Alex D. una ventina di anni dopo

E’ che quando scopri per la prima volta che cos’è l’amore, com’è guardare una ragazza e vederci dentro un universo intero, forse ancora di tutto il resto non hai capito niente

niente di tutto quello che ti tormenterà davvero dopo, quando di quei pomeriggi con le maniche di camicia arrotolate a passeggio con lei, le birre mezze tiepide negli scantinati con i soliti due o tre, le fughe da scuola, non ti rimangono che un paio di foto scolorite (non c’era ancora il digitale) e qualche biglietto dei concerti infilato tra le pagine di un libro

ma dovendo tirar le somme, sissignore, dovendo proprio, allora potrei proprio dire che sì, quei momenti se chiudo gli occhi li sento ancora, e in un certo senso nei miei ricordi ci sono ancora solo io con lei, e forse la mia Identità non è mai stata più vera di così

tanto che mi chiedo se oggi sarei quello che sono senza quei giorni, e mi rispondo  che no, probabilmente no, sarei molto simile ma non proprio questa persona in fondo in fondo sempre pronta a sognare e a credere in qualcosa

Aidi forse non l’ho più vista, forse sì, forse siamo stati davvero insieme, forse l’ho sposata ed è di là a mettere a letto i bambini mentre registro questo file (niente a che fare con la poesia di quando registravo su nastro) ma tanto non cambierebbe niente a voi saperlo

La storia mia e di Aidi che rimarrà per sempre è quella incastonata tra i giorni di scuola, tra gli sfottò dei miei amici che non capivano e volevano dettagli erotici che non c’erano e le interminabili ore a parlare di noi  proprio a quell’età e poi della vita e della morte e delle Scelte e di musica e di impegno sociale e di immaginario e di viaggi.

Ecco credo che quell’Aidi e quell’Alex D. non ci siano più eppure vivano per sempre, e che non abbiamo vissuto una storia d’amore ma più un momento che un sentimento, un attimo che resterà sempre lì sospeso a ricordarci cosa siamo stati e come siamo diventati.

di Nicoletta Scano