In Kolchoz, Emmanuel Carrère torna alla materia più incandescente della propria scrittura, quella di famiglia, e la affronta nel momento in cui la madre, Hélène Carrère d’Encausse, non c’è più ma continua a occupare il centro della scena. Il libro prende avvio da un funerale di Stato e da un rito privato, l’ultima notte in hospice in cui i tre figli vegliano la madre ripetendo il gesto infantile del dormire tutti insieme nella stessa stanza, “fare kolchoz”, come lei diceva quando il padre era in viaggio.
Da quella camera, e da quel corpo che il figlio ha chiuso per ultimo, si apre un romanzo familiare che abbraccia quattro generazioni, dalle aristocrazie russe e georgiane travolte dalla Rivoluzione d’Ottobre alla Francia del presente segnata dalla guerra in Ucraina. Il tono è quello di un libro di lutto e insieme di indagine, attraversato da una tristezza ammirevole più che da una lamentazione, in cui Carrère cerca di capire chi è stata davvero sua madre e che cosa significa essere suo figlio. Ne esce un racconto che è allo stesso tempo saga genealogica, ritratto di una figura pubblica e regolamento di conti con una storia privata fatta di devozione, ombre, silenzi e segreti.
Ora veniamo alla trama. Dieci giorni prima di morire, Hélène raduna i tre figli e annuncia che deve lasciare il grande appartamento del quai Conti, simbolo del suo ruolo all’Académie française, per entrare in cure palliative e che la malattia è giunta allo stadio terminale. In quel momento il figlio capisce che il tempo è finito e che le domande rimaste in sospeso dovranno trovare un’altra forma di risposta, non più nel dialogo ma nella scrittura.
La madre, storica dell’URSS e poi della Russia, ha fatto della discrezione una regola di vita, riassunta nel motto “never complain, never explain”, e ha costruito una carriera folgorante parlando sempre alla terza persona, con una voce accademica che non ammette intrusioni dell’io. Il figlio prende la traiettoria opposta e sceglie il racconto in prima persona, la confessione, la messa in gioco continua del proprio vissuto, fino alla rottura che aveva seguito Un romanzo russo, quando la rivelazione del passato del nonno collaborazionista aveva provocato anni di gelo.
Con Kolchoz Carrère torna su quel terreno minato, consapevole che sta aprendo archivi e ferite che la madre aveva preferito ricoprire con un velo di silenzio, ma lo fa quando lei non può più intervenire, tentando di restare fedele a una forma di pietà filiale che non coincida con l’agiografia.
Al centro del libro si staglia dunque questa donna nata Zourabichvili, cresciuta nella povertà e nell’apatridia della diaspora russa bianca, capace di farsi strada fino ai vertici delle istituzioni francesi senza rinnegare del tutto l’impronta originaria. Il romanzo ricostruisce il suo percorso attraverso il materiale accumulato dal marito, Louis, economista francese che, quasi nell’ombra, ha trasformato la genealogia della moglie in una vera ossessione, riempiendo dossier di alberi genealogici, mappe, fotografie, documenti d’archivio.
Quei fascicoli, ordinati come monografie, diventano la base della prima parte del libro, in cui sfilano aristocratici dell’Impero russo, servitori dello zar, esuli che a Parigi guidano taxi o cuciono abiti per grandi maison, famiglie che portano con sé, in una sola valigia, titoli perduti e lingue diverse accumulate dall’infanzia.
Hélène emerge da questo paesaggio come una figura eccezionale per energia e volontà di ascesa, pronta a far propria la causa della Russia sovietica da storica e commentatrice, a dialogare con Eltsin e a guardare a Putin come a un autocrate pragmatico prima di restare stupefatta dall’invasione dell’Ucraina. Il libro non censura il suo gusto per il potere, i salotti, le cerimonie, le relazioni con le élite politiche e culturali, ma insiste anche sulla sua disciplina ferrea, sulle levate all’alba per scrivere, sul patriottismo francesissimo maturato dopo una naturalizzazione vissuta come troppo burocratica e poco solenne.
Intorno a lei si dispiega un coro di figure che definiscono, per contrasto o per alleanza, l’identità del narratore. C’è il padre, Louis, che vive decenni in una sorta di separazione domestica, continuando a dare del “voi” alla moglie e spostando il desiderio di intimità su quella lunga indagine genealogica che gli permette di restare vicino alla donna senza riuscire davvero a trattenerla. Ci sono le sorelle, Marina e Nathalie, con cui il bambino di un tempo condivideva le notti del kolchoz familiare e con cui l’adulto oggi divide l’esperienza del lutto nell’hospice e poi quella, più sorda, della gestione delle eredità simboliche e materiali.
Ci sono i rami più inquieti della genealogia, a partire dal nonno Georges Zourabichvili, emigrato incapace di integrarsi, sedotto dai regimi autoritari, arruolato come interprete nell’esercito tedesco e scomparso senza tomba dopo la Liberazione, nodo di vergogna e di mistero già affrontato in Un romanzo russo e qui ripreso da un’angolatura diversa. C’è infine la cugina Salomé, che nella Georgia contemporanea occupa ruoli di spicco e diventa, per Carrère, uno specchio possibile in cui guardare un destino familiare declinato al femminile e in un’altra lingua.
La famiglia, in Kolchoz, è insieme un gruppo reale di persone e un laboratorio in cui si sperimenta il rapporto con la Storia. Le vicende dei bisnonni e dei nonni, travolti dalla Rivoluzione d’Ottobre e dal decreto che privava della cittadinanza chi era fuggito, si incrociano con le traiettorie dei loro discendenti, che nella Francia del Novecento e poi del nuovo millennio si muovono tra miseria, integrazione, nostalgia e ambizione. La genealogia è dunque la griglia attraverso cui l’autore prova a leggere il presente, fino a includere gli eventi più recenti, come la guerra in Ucraina e il destino incerto della Georgia, in quella stessa linea verticale che parte da Lenin e dai bolscevichi e arriva alle odierne catastrofi geopolitiche.
La Russia, con il suo doppio volto di terra amatissima e di potenza aggressiva, resta un punto fisso del libro, ma non più nella forma della fascinazione esclusiva che aveva guidato le scelte della madre, bensì come oggetto di un amore diviso, sospeso tra linguaggio, letteratura, legami personali e rifiuto della violenza esercitata sui vicini. Il kolchoz del titolo rimanda allora sia alle collettivizzazioni forzate dell’URSS, simbolo di un progetto storico disumano, sia a quel cerchio di materassi accostati attorno a un letto materno, in cui un gruppo di bambini sperimenta una forma di comunità intima e protettiva che il romanzo prova a ritrovare sulla pagina, tra tensioni e possibili riavvicinamenti.
Tra i temi che attraversano il libro, la memoria occupa un posto privilegiato, vista come campo di battaglia. Carrère si misura con la memoria dei morti, con quella dei vivi e con le lacune prodotte sia dal tempo sia da episodi biografici recenti, come i trattamenti psichiatrici che hanno inciso sulla sua capacità di ricordare, costringendolo a tornare ai dossier paterni, ai video d’epoca, alle registrazioni.
La sua “féroce exigence de vérité” si esercita proprio su questo materiale ambiguo, in cui coesistono ricordi personali e versioni aggiustate dalla madre per proteggere il fratello, per salvare l’onore del padre o per non incrinare il mito familiare. Il libro insiste sulla tensione tra la volontà di non tradire quella versione e la necessità di raccontare ciò che è stato taciuto, accettando che un ritratto d’amore non possa evitare di includere tratti poco simpatici, durezze, menzogne, cecità politiche o emotive. Ne nasce una riflessione implicita sull’eredità, intesa non solo come insieme di beni o di titoli ma come modo di stare al mondo, linguaggi interiorizzati, atteggiamenti verso il potere, il successo, il fallimento.
Un altro asse forte riguarda l’identità, personale e collettiva. Carrère si chiede che cosa significhi, per lui, essere figlio di una donna che ha scelto la Russia come campo di studio e di appartenenza simbolica, ignorando la Georgia e guardando con sufficienza all’Ucraina, mentre lui stesso si sente sempre più vicino a quel paese caucasico e si reca sul posto per capire meglio il suo intreccio di forze. L’interrogativo non è astratto, perché la questione delle radici si lega alla percezione, oggi diffusa, di una catastrofe storica imminente, che rende più urgente la ricerca di un luogo, reale o simbolico, in cui sentirsi a casa.
In filigrana si intravede la continuità con altre esplorazioni dell’autore, dalla fascinazione per l’“uomo del sottosuolo” dostoevskiano al lavoro sul “reale come orizzonte” dei volumi che raccolgono le sue opere, ma qui questa tensione si condensa in un dialogo a distanza con la madre, con il suo modo di nominare il mondo e di controllare le emozioni.
Sul piano formale Kolchoz si presenta come un romanzo vero, ibrido tra autofiction, biografia familiare e saggio storico. La struttura segue in maniera riconoscibile l’impostazione dei dossier del padre, procedendo per nuclei familiari e ritratti, alternando capitoli genealogici a segmenti più personali in cui entra in scena la voce di Emmanuel adulto, con le sue domande, i suoi scrupoli, la sua ironia. Il libro incrocia continuamente l’asse verticale, quello delle generazioni che si succedono, e quello orizzontale, in cui l’autore racconta il proprio presente, i viaggi in Georgia, il lavoro sul materiale d’archivio, il rapporto con i fratelli e con il padre superstite.
La lingua resta fedele al movimento caratteristico di Carrère, capace di passare da una frase limpida, quasi giornalistica, a digressioni dense, a parentesi esplicative rivolte anche al lettore giovane o straniero, come quando chiarisce che cosa fosse una celebre trasmissione televisiva o un’istituzione francese. Al tempo stesso il racconto mantiene un controllo rigoroso sull’emotività, evitando il patetico e concedendosi piuttosto scorci di umorismo lucido, note di autoironia, piccole scene domestiche che spezzano la solennità dei funerali o delle cerimonie ufficiali.
Lo stile di Kolchoz porta così alle estreme conseguenze il progetto di andare “verso il reale”, senza rinunciare alla dimensione narrativa. Il libro mostra un autore in pieno possesso dei propri mezzi, capace di orchestrare materiali eterogenei – archivi, ricordi, reportage, frammenti di conversazione – in una costruzione ampia ma leggibile, dove i diversi movimenti si richiamano a distanza come in una partitura musicale. La prosa, pur nutrita da un patrimonio culturale vastissimo, si offre come una forma di compagnia per il lettore, invitato a entrare in una casa affollata di personaggi senza smarrirsi, perché una voce guida continua a spiegare, a collegare, a tornare sulle stesse scene da angolazioni diverse.
L’aspetto forse più evidente, rispetto a libri precedenti, è una certa pacificazione, o almeno la percezione che l’autore, lavorando sulla morte dei genitori, abbia trovato una maniera meno tormentata di confrontarsi con il proprio passato, accettando di lasciare certe domande senza risposta definitiva.
La lettura di Kolchoz offre quindi un’esperienza complessa ma sorprendentemente accogliente, in cui il lutto non è solo l’occasione per un monumento funebre, bensì il punto di partenza per interrogare un secolo di storia attraverso una famiglia che ha attraversato rivoluzioni, esili, compromessi e trionfi. Il lettore è portato a riconoscere qualcosa di proprio in questo intreccio di devozione e risentimento, di orgoglio e imbarazzo, di bisogno di proteggere i propri cari e di desiderio di dire finalmente la verità su di loro.
La promessa implicita del libro non è quella di svelare tutto, ma di mostrare come, nonostante le menzogne e le ferite, il gesto infantile del kolchoz, il dormire insieme attorno a un letto, possa trovare una sua eco nella pagina, dove viva e morti continuano a condividere lo stesso spazio, non pacificato ma abitabile.

