Un giorno d’agosto, una donna prepara la valigia e lascia ai figli una lettera di istruzioni pratiche. Sa dove si trovano i doposci, anche se non è stagione di neve, anche se non sa quando potrà tornare. È da questo gesto insieme quotidiano e straziante che prende avvio La cura, il nuovo libro di Concita De Gregorio pubblicato da Einaudi. Non è il diario di una malattia, avverte l’autrice fin dalle prime pagine. È qualcosa di più difficile da definire e, per questo, di più necessario da leggere. Un racconto corale che nasce dall’esperienza di una diagnosi di cancro al seno e si trasforma, strada facendo, in una riflessione sul legame tra gli esseri umani, sulla fragilità come condizione condivisa, sulla cura come atto politico e non solo privato.
La storia parte da un’assenza annunciata. La protagonista — che coincide con la voce narrante — si congeda dalla propria vita ordinaria per sottoporsi a un percorso terapeutico lungo e impegnativo. Ma quello che potrebbe diventare un monologo sul dolore si apre quasi subito verso l’esterno, verso gli altri. Perché De Gregorio è, per formazione e per indole, una giornalista che osserva le persone, e anche nel tempo sospeso delle cure non smette di farlo. Anzi, è proprio in quel tempo — più corto, forse, ma più largo, come scrive — che lo sguardo sugli altri si affina, si fa più preciso e più grato.
Tra i personaggi che popolano queste pagine, Angelina occupa un posto speciale. È la compagna di stanza, la paziente con il piglio di una capobanda, quella che distribuisce allegria con la stessa determinazione con cui affronta la malattia. È lei, in un certo senso, la ragione per cui il libro esiste, come racconta De Gregorio stessa. Poi c’è il Professore, un luminare cresciuto in un piccolo paese dell’Aspromonte che non ha dimenticato da dove viene, e che porta nel lavoro quella memoria delle origini come una forma discreta di umanità. E c’è Vito, l’infermiere di Ruvo di Puglia che conosce tutte le canzoni e le canta mentre esegue le procedure più invasive, trasformando un gesto tecnico in qualcosa di profondamente umano. Sono figure reali, trattate con misura e pudore, mai sfruttate narrativamente, mai ridotte a simboli. Eppure, proprio per questo, restano impresse con una forza che le pagine costruite a tavolino raramente riescono a ottenere.
Attorno a questi incontri si costruisce il tema centrale del libro, che De Gregorio dichiara senza esitazione come una tesi politica. La malattia, nel discorso pubblico, viene spesso descritta con un linguaggio militare: il paziente combatte, resiste, vince o perde. Ma questa retorica porta con sé una conseguenza perversa — chi non guarisce avrebbe potuto farcela se solo avesse lottato di più. De Gregorio mette in discussione questa narrazione. Il vero fronte, sostiene, è un altro. Sono i tagli alla sanità pubblica, la ricerca sottofinanziata, l’indifferenza politica verso chi si ammala. È lì che si gioca la partita collettiva, non nel coraggio individuale del singolo paziente. E dall’altra parte sta la retorica speculare, quella che trasforma la malattia in un dono, in un’occasione di crescita spirituale. Anche questa, per De Gregorio, è una forma di mistificazione. Non è stato un dono, dice senza giri di parole. Se ne sarebbe volentieri fatta a meno.
Ciò che rimane, una volta liquidate queste false narrazioni, è qualcosa di più sobrio e di più vero. La constatazione che nessuno si salva da solo. Che le persone capaci di stare accanto a chi attraversa il buio — con un brindio serale verso le otto, con una canzone — fanno una differenza reale e misurabile. De Gregorio richiama l’idea, condivisa con la sua psicoterapeuta, che il corpo possa risentire delle sofferenze psichiche e che il benessere emotivo abbia un ruolo nel percorso di cura. Non è una tesi mistica, ma un’osservazione che nasce dall’esperienza diretta, raccontata senza enfasi, con quella stessa sobrietà che caratterizza tutta la scrittura del libro.
Perché è la scrittura, alla fine, uno degli aspetti più notevoli di La cura. De Gregorio sceglie un registro che è lieve senza essere superficiale, intimo senza scivolare nel confessionale, commosso senza cedere al sentimentalismo. La sua prosa è pulita, diretta, calibrata con la precisione di chi sa che le parole pesano e che ogni eccesso retorico tradirebbe la materia di cui si occupa.
C’è spazio per l’ironia, per le risate improvvise tra un ciclo di terapia e l’altro, per i dettagli piccoli e precisi — le sopracciglia tatuate, il purè di carote, le sigarette fumate di nascosto — che rendono vive le persone invece di idealizzarle. E c’è anche la musica, evocata non come ornamento ma come filo conduttore, dai ricordi dell’esercizio quotidiano al pianoforte fino al beep ritmico dei macchinari ospedalieri, che l’autrice impara ad ascoltare come se fosse, anch’esso, una forma di suono.
La dimensione memoriale è presente in tutto il libro attraverso i ricordi della madre, frammenti che affiorano e si mescolano al presente della terapia, tenendo insieme passato e futuro in una continuità che la malattia aveva rischiato di spezzare. È in questo intreccio tra le voci degli altri — Angelina, il Professore, Vito, la psicoterapeuta greca, le compagne di sala d’attesa — e i ricordi personali che La cura costruisce la sua forma più autentica. Non un monologo, non un memoir nel senso tradizionale, ma qualcosa che assomiglia a una polifonia tenuta insieme da una voce ferma e consapevole.
De Gregorio riesce nell’impresa difficile di scrivere della malattia senza rendere il lettore ostaggio della propria angoscia. L’autrice riesce a condividere col lettore un messaggio concreto su come si sta al mondo insieme, su cosa significa davvero prendersi cura di qualcuno, e su quanto quella cura — ricevuta o offerta — sia capace di trasformare anche le ore più buie in qualcosa che vale la pena raccontare.

