La luce delle stelle morte

La luce delle stelle morte di Massimo Recalcati

Al centro di questo libro c’è il rapporto della vita umana con l’esperienza traumatica della perdita. Cosa accade dentro di noi quando perdiamo chi abbiamo profondamente amato? Quale vuoto si spalanca? Quale lavoro ci attende per ritornare a vivere? E cosa avviene quando questo lavoro risulta impossibile e ci sentiamo persi insieme a chi abbiamo perduto? Il lavoro del lutto e la nostalgia sono due esempi di come possiamo restare vicini a ciò che abbiamo perduto senza però farci inghiottire dal dolore. Mentre il nostro tempo esalta il futuro, il progetto, l’intraprendenza, il lutto e la nostalgia ci ricordano che lo sguardo rivolto all’indietro non è sempre segno di impotenza, ma può anche alimentare le risorse che servono per essere davvero capaci di non smettere mai di nascere. Può la luce arrivare dal passato? Può esserci luce nella polvere?

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Da La Repubblica online

 La luce delle stelle morte

… Nei saggi di Massimo Recalcati ci sono anni di pratica clinica e chiarezza espositiva, spesso ci coinvolge con esempi tratti dalla letteratura e dal cinema. E c’è anche lui, con i suoi ricordi, la sua emotività. Lui che si espone, si mette in gioco: ecco perché, sebbene illuminino aspetti abissali della nostra vita, i suoi libri lo fanno senza ferocia, anzi con riguardo. Ogni volta paiono dire: apparteniamo tutti al consorzio umano, tutti attraversiamo lo stesso dolore.

… ne La luce delle stelle morte, lo psicoanalista scrive che siamo fatti di tutti i morti e le morti della nostra vita, cioè di tutte le separazioni, gli strappi, dell’esilio senza ritorno dal corpo di nostra madre, dei nostri ideali infranti e di ogni forma di sradicamento, dei pezzi di noi che si sono persi assieme a ogni perdita subita. La perdita dell’oggetto amato è un trauma che oscura il senso del mondo: “Senza l’Altro”, dice Recalcati, “non c’è più nessun luogo dove stare”…

L’interrogativo che dal principio ci abita è “puoi perdermi?”, cioè puoi andartene, morire, non vedermi più, amare un altro, non sentire la mia mancanza, smettere di desiderarmi, abbandonarmi, come Gesù in croce – nel grido indirizzato al Padre, è questo che in sostanza gli domanda: puoi perdermi? Così, quando un legame finisce, la nostra libido viene sequestrata dall’oggetto perduto, nel quale avevamo investito energie, aspettative, progetti, e che invece ha potuto abbandonarci. Sparendo, ha scavato un buco nel mondo, e in noi…

A volte il lutto ingombra l’esistenza del soggetto al punto da spingerlo a idealizzare il passato e l’oggetto perduto. Il soggetto smette di vederne i limiti, si sente in colpa e privo di valore, oltre che circondato da una realtà che non riconosce più, dalla quale si percepisce estromesso, sovente fino a desiderare di uccidersi. Il rifiuto di elaborare il lutto determina in questo caso una stagnazione melanconica. In altri casi, invece, sfocia in mania: il soggetto si difende dal trauma negandolo, l’oggetto perduto è rapidamente sostituito con altro, come l’ipermoderno sistema del consumo impone.

Per simbolizzare l’assenza, il soggetto deve attraversarla e riattraversarla, in un movimento a spirale. Ma secondo Recalcati, al contrario di quanto credeva Freud, l’elaborazione del lutto non si compie mai per intero, lascia in noi una traccia indelebile, che può essere trasformata generando vita nuova, se si trova la maniera di metterne a frutto l’eredità. Metafore di un lutto elaborato pur nella sua incompiutezza sono il Cretto di Burri o il monumento che commemora le vittime dell’attentato alle Torri Gemelle, Reflecting Absence: queste opere non negano la ferita, anzi la espongono, dandole però una dignità estetica. Proprio come fa la letteratura, penso ancora.

C’è un residuo indimenticabile che il lavoro del lutto non può assorbire ed è con quello che la nostalgia intrattiene un rapporto speciale. Quando diventa una forma di gratitudine, la nostalgia rappresenta un’importante risorsa psichica per la progettualità futura. È questo il sentimento che Recalcati prova per il cantautore Claudio Lolli, per il suo docente di filosofia e per Giulia Terzaghi, la prof di lettere de L’ora di lezione. La frase “resta lucido”, che lei gli rivolse la mattina del primo scritto all’esame di maturità, continua a risuonargli dentro. È la voce di chi gli ha concesso di avere fiducia in sé perché lei ne aveva in lui, una voce che quel ragazzo non aveva mai udito, non certo in famiglia: per questo è stata epifanica. Per questo continua a resistere anche ora che lei non c’è più, è un’eredità che lui si porta addosso e che gli illumina la strada. Come le stelle – che sono morte, eppure brillano nel cielo davanti ai nostri occhi.

Il libro e l’incontro
La luce delle stelle morte di Massimo Recalcati (Feltrinelli, pagg. 144, euro 16)
Lectio dell’autore a Bookcity Milano, il 20 novembre alle 12, Teatro Franco Parenti (Sala Grande)