La luna è tramontata

La luna è tramontata di John Steinbeck

«I popoli non amano essere conquistati e per questo non lo saranno. Gli uomini liberi non possono scatenare una guerra, ma una volta che questa sia cominciata possono continuare a combattere nella sconfitta. Gli uomini-gregge, seguaci di un capo, non possono farlo, ed ecco perché sono sempre gli uomini-gregge che vincono le battaglie e gli uomini liberi che vincono le guerre.»

Seconda guerra mondiale. Un piccolo paese della Norvegia viene occupato dall’esercito tedesco senza che gli abitanti riescano a capire la gravità della situazione e senza che possano organizzare qualche forma di opposizione. Dopo lo shock iniziale la piccola comunità imparerà una lezione fondamentale: la forza dell’individuo si basa sull’unione del gruppo. Dopo aver assistito a violenze e tradimenti dell’invasore, si farà strada e si consoliderà lo spirito di indipendenza e rivalsa del gruppo. Prima con sporadiche esecuzioni dei soldati occupanti, poi con una guerriglia sistematica e organizzata, la comunità dimostrerà agli altri e a se stessa che nessuno è vinto finché non si arrende.

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Leggi  a questo link l’articolo «Prigionieri dell’oceano» usciva 80 anni fa: un Hitchcock atipico fra thriller e survival movie

L’11 gennaio 1944, in piena Seconda Guerra Mondiale (e curiosamente lo stesso giorno in cui in Italia viene eseguita la condanna a morte di Galeazzo Ciano), ha luogo a New York l’anteprima nazionale di «Prigionieri dell’oceano/Lifeboat», di Alfred Hitchcock. È il settimo dei film americani del regista (nonché il primo e unico realizzato per la 20th Century Fox), dopo il lungo e prolifico periodo britannico iniziato negli anni Venti; e la terza (dopo Il prigioniero di Amsterdam/Foreign Correspondent, 1940, e Sabotatori/Saboteur, 1942) delle sue pellicole antinaziste e “propagandistiche”.

Prodotto da Kenneth Macgowan (anziché dall’abituale David O. Selznick), il film vide incaricato della stesura del soggetto (poi sceneggiato da Jo Swerling) lo scrittore John Steinbeck, fresco reduce dal romanzo a tematica parzialmente affine La luna è tramontata e dalla sua esperienza come cronista di guerra. Interamente ambientato su una scialuppa di salvataggio (una delle molteplici sfide tecniche e narrative a cui Hitchcock da sempre sottoponeva il suo cinema: l’ambientazione “limitata” tornerà poi in classici come Nodo alla gola/Rope, 1948, Delitto perfetto/Dial M for Murder e La finestra sul cortile/Rear Window, entrambi del 1954), Prigionieri dell’oceano è una sorta di commistione tra thriller e survival movie in un contesto paradossalmente claustrofobico (malgrado la sua messa in scena integralmente in mare aperto) e una riflessione sulla lotta tra la sopravvivenza e l’etica morale.

Nell’Oceano Atlantico, durante la Seconda Guerra Mondiale, una nave e un sommergibile tedesco sono coinvolti in una battaglia ed entrambi affondano. Alcuni superstiti civili, britannici e americani, di varia provenienza ed estrazione sociale, si ritrovano su una lancia di salvataggio. La prima a salirvi è la giornalista americana Constance “Connie” Porter (Tallulah Bankhead), che è riuscita a portare con sé una valigia, una macchina per scrivere e soprattutto una cinepresa portatile con cui ha filmato la battaglia pregustando un possibile scoop. Questa idea fa orrore al secondo sopravvissuto salito a bordo, il giovane ingegnere di sala macchine filocomunista Kovac (John Hodiak) che da subito si rivela ostile alla donna. Ai due si aggiungono progressivamente una giovane donna inglese, miss Higley (Heather Angel), il cui figlioletto è appena morto nello scontro, salvata dal cameriere afroamericano George “Joe” Spencer (Canada Lee); il ricco industriale Rittenhouse (Henry Hull) incallito pokerista; il marinaio ferito a una gamba Gus Smith (William Bendix); Stanley Garrett (Hume Cronyn), operatore radio, e l’infermiera Alice Mac Kenzie (Mary Anderson).

L’ultimo a salire a bordo è il tedesco Willi (Walter Slezak), che si dichiara capitano esperto nella navigazione ma nega di essere il comandante del sottomarino nonostante i sospetti di Kovac. Divisi sul comportamento da adottare nei suoi confronti, i naufraghi decidono di tenerlo a bordo poiché unico ad avere le competenze per orientare la lancia verso le Bermuda dove si troverebbe una base americana in grado di salvarli. Il tedesco prende così virtualmente il comando dell’operazione: ma non è che l’inizio di una situazione via via sempre più disperata che scoprirà i nervi di tutti gli occupanti. La gamba ferita di Smith andrà infatti in gangrena e sarà necessario amputarla; cibo e acqua inizieranno subito a scarseggiare e nel corso della loro odissea più d’uno non sopravviverà. Fino a quando l’imbarcazione non raggiungerà una nave di rifornimento tedesca verso la quale Willi, nel frattempo brutalmente giustiziato dal gruppo, stava conducendoli. Ma prima che una lancia nazista la raggiunga, sia essa sia la nave verranno affondate dai colpi di cannone di una nave da guerra Usa.

Al termine dello scontro, un altro marinaio tedesco spaventato e ferito (William Yetter jr) verrà tratto a bordo: costringendo il gruppo a una riflessione etica finale e definitiva. Benché crudele, lucido e fondamentalmente tragico nel suo procedere con la scansione di una sorta di kammerspiel impossibile (l’occhio della cinepresa è sempre “interno” alla narrazione, quasi alla stregua di un decimo passeggero; la scialuppa non viene mai ripresa in totale o dall’esterno, accentuando così una dimensione claustrofobica che l’ambientazione stessa dovrebbe escludere), Prigionieri dell’oceano è un teso tour de force completamente hitchcockiano anche quando innesta calibratamente nella narrazione sparuti elementi di humour nero o sequenze beffarde dal taglio quasi onirico (come la partita di poker con carte improvvisate; o la perdita del prezioso bracciale della giornalista nel tentativo di usarlo come esca per catturare un grosso pesce). E se da un lato paga evidentemente lo scotto di una concezione “a tesi” scopertamente programmatica e con troppe aperture simboliche (come la perdita progressiva di ogni bene materiale della giornalista), dall’altro si dispiega con potenza (ed economia di mezzi) come una delle tante lezioni di costruzione cinematografica pura del grande regista inglese.

Lo testimonia da subito la sequenza iniziale dello scontro tra l’u-boot tedesco e il transatlantico americano, risolta con un accumulo “profetico” di dettagli in primissimo piano: la cima inclinata della ciminiera della nave che sta colando a picco, i relitti simbolici e “inutili” sparpagliati tra i flutti (pagine di giornale, una cassetta per pronto soccorso, carte da gioco, banconote, un cadavere), come un monito istantaneo a concentrarsi sulla natura umana anziché sui suoi simulacri. A fare il resto, sono la grandezza di un cast straordinario (su cui ovviamente primeggia la Bankhead, probabilmente scelta da Hitch anche per la sua natura di star sregolata, alcolista, tabagista e avvezza a non nascondere le sue relazioni omoerotiche, tra le quali quella –celeberrima- con la cantante Billie Holiday) e l’abilità maniacale con cui viene creata tensione in un contesto così privo di possibilità “spettacolari” come l’interno di una scialuppa di salvataggio, che diventa facilmente anche una sorta di sineddoche della società civile.

In uno spazio così ristretto, e in totale assenza di colonna sonora musicale (una scelta quasi obbligata, ma non scontata ed efficacemente straniante, così come la scurissima fotografia in bianco e nero di Glen MacWilliams), Hitchcock riesce a rendere lo spettatore parte integrante della situazione grazie anche a quelle che avrebbero dovuto essere le caratteristiche principali della sceneggiatura di Steinbeck (poi ritenuta inadeguata dalla produzione e fatta rimaneggiare completamente da Jo Swerling): il senso di isolamento, la disperazione e la lotta per la sopravvivenza in un contesto restrittivo, ma soprattutto la profonda comprensione della psicologia umana, restituita da debolezze e virtù di personaggi che progressivamente diventano (seppur schematicamente) “tridimensionali”.

Se la tematica centrale sembra ruotare attorno alla lotta per la sopravvivenza in situazioni estreme (con elementi forse ovvi di critica sociale attraverso il confronto tra diverse classi e sfere culturali), Hitchcock va oltre, esplorando anche temi più profondi come la moralità, la fiducia e la natura umana, mettendo in discussione le convenzioni sociali e le regole etiche di fronte alla minaccia costante della morte. All’epoca non ebbe vita facilissima. Per la sua stessa natura produttiva e la sua consapevole atipicità nel contesto della produzione hitchcockiana, andò incontro a un successo di pubblico tiepido (ampiamente preventivato); e fece storcere il naso a parecchia critica statunitense malgrado l’evidente schieramento ideologico (l’assetto “scientificamente” composito dei naufraghi metaforizzava il dovere di un impegno congiunto di ogni strato della società per neutralizzare il mostro nazista) per la rappresentazione del capitano Willi, da molti interpretata come comunque troppo compassionevole o misericordiosa.

Ma si trattò di un clamoroso caso di sottovalutazione del “cosa” a scapito del “come”: perché, rivisto oggi, il film conserva una potenza visiva e una coerenza interna nel percorso di Hitchcock da renderlo degno di figurare a pieno titolo tra i capolavori del maestro. Il quale, non potendo per ovvi motivi comparire con l’usuale cameo che nel frattempo era già quasi divenuto un suo vezzo, non vi rinunciò comunque: lo si vede infatti in una fotografia pubblicitaria di un prodotto chiamato “Reduco Obesity Slayer” sulla pagina di un quotidiano che Bendix legge a bordo della scialuppa, ritrattosi autoironicamente come un uomo “prima e dopo” l’uso di un prodotto dimagrante.