Nel suo nuovo romanzo La sonnambula (Bompiani, 2026), Bianca Pitzorno ambienta la vicenda alla fine dell’Ottocento e sceglie come centro narrativo una figura oggi fraintesa: la “sonnambula”, termine che allora non indicava chi agiva nel sonno, ma una donna capace di entrare in trance e di predire il futuro.
È da questa accezione storica che prende forma la storia di Ofelia Rossi, protagonista del libro, una donna che fin dall’infanzia è soggetta a svenimenti improvvisi e che, al risveglio, porta con sé il presentimento di eventi futuri. Un dono che la famiglia tenta di occultare e normalizzare, sperando che un matrimonio possa metterla al riparo. Sarà invece proprio il matrimonio a rivelarsi il luogo più pericoloso, costringendola alla fuga e a una radicale reinvenzione di sé.
La traiettoria di Ofelia si sposta così dal Nord Italia a una città della Sardegna ottocentesca, Donora, trasparente riscrittura di Sassari. Qui la donna costruisce una nuova identità come “rinomata sonnambula” e si guadagna da vivere ricevendo le clienti nel salotto di via del Fiore Rosso, dove, per cinque lire, offre vaticini scritti con una penna d’oca dopo una trance accuratamente simulata. Le sue clienti sono soprattutto donne borghesi, portatrici di inquietudini private, desideri inespressi, timori per sé o per i propri cari.
L’origine del libro è dichiaratamente documentaria. In un’intervista a La Lettura, Bianca Pitzorno ha spiegato di essersi imbattuta in un’inserzione ottocentesca trovata su una copia del giornale sassarese L’Isola, conservata in famiglia, che pubblicizzava i consulti di una “rinomata sonnambula”, Elisa Morello. «Mi sono chiesta: chi era questa signora? Chi andava a consultarla?», racconta Pitzorno nell’intervista firmata da Cristina Taglietti per il Corriere della Sera (4 gennaio 2026). Da quella domanda iniziale si è aperto un lavoro di scavo che intreccia archivi, cronache, memorie familiari e invenzione narrativa. «Mi sono inventata molte cose, ma ogni dettaglio è verificato», precisa l’autrice, sottolineando l’attenzione alla credibilità storica e alla vita quotidiana delle persone comuni.
Questo metodo di lavoro si riflette nella struttura del romanzo, che si costruisce come un mosaico di storie. I racconti delle clienti della sonnambula sono tasselli di un quadro più ampio che restituisce una Sardegna borghese e urbana, lontana da qualsiasi rappresentazione folklorica. Avvocati, ingegneri, professori, famiglie benestanti popolano la scena, insieme a figure marginali o eccentriche che emergono dai giornali dell’epoca e dagli archivi studiati anche dallo storico sassarese Enrico Costa (1841-1909), cui il romanzo è dedicato. Pitzorno rivendica esplicitamente questa scelta: «Oggi vanno molto di moda i romanzi sulla Sardegna rurale, dei pastori. Ma l’isola non è mai stata solo questo. C’era una borghesia vera».
In questo contesto, la sonnambula non è una maga esotica né una figura pittoresca. È una donna che trasforma un sapere ambiguo in un mestiere, costruendo un’autorità che passa dalla parola e dall’interpretazione. Come spiega Pitzorno, «le donne sono depositarie di saperi che non passano dall’università o dai libri, ma dall’esperienza, dal corpo, dalla trasmissione orale». Nel romanzo, questo sapere femminile si colloca in una zona di confine tra scienza e magia, in un’epoca in cui, come ricorda l’autrice, «il magnetismo, l’ipnosi, l’elettricità erano campi di confine» esplorati anche dagli scienziati senza pregiudizi netti.
La sonnambula dialoga consapevolmente con più tradizioni narrative. Pitzorno attinge agli archetipi del romanzo d’avventura e d’amore, ma li filtra attraverso elementi gotici e picareschi. Non si tratta di una semplice mescolanza di generi, quanto di un uso funzionale delle loro convenzioni. Il gotico serve a far emergere il rimosso, il ritorno del passato, le paure che bussano alla porta di Ofelia quando eventi inattesi sfuggono persino alla sua sapiente regia. Il picaresco, invece, accompagna la protagonista nel suo attraversamento del mondo, fatto di adattamenti, fughe, contrattazioni e cambi di identità.
Uno degli snodi centrali del romanzo è il rapporto tra destino e libertà. Ofelia vende risposte sul futuro, ma il libro insiste nel mostrare come il bisogno di previsione nasca soprattutto dall’incertezza del presente. Le donne che bussano alla sua porta cercano una frase che permetta loro di continuare a vivere, una forma che renda sopportabile l’attesa, il dubbio, la subordinazione. In questo senso, la divinazione diventa una pratica sociale prima ancora che occultistica. Anche sul piano della costruzione narrativa emerge con chiarezza il rapporto tra realtà e invenzione: la vicenda intreccia fatti realmente accaduti, ricavati da cronache e documenti dell’epoca, con elementi romanzeschi introdotti per esigenze di racconto, lasciando alla dimensione sentimentale uno spazio più apertamente narrativo.
La violenza maschile, l’autoritarismo familiare e le rigide divisioni sociali dell’Italia di fine Ottocento costituiscono lo sfondo materiale entro cui le protagoniste cercano margini di libertà. In questo contesto, la parola e il racconto emergono come strumenti fondamentali di sopravvivenza e di resistenza quotidiana, capaci di aprire spazi d’azione anche in situazioni fortemente oppressive.
In La sonnambula emerge anche una riflessione sul raccontare come atto di scelta. La scrittura, incarnata nel gesto della penna d’oca che fissa il responso sulla carta, dà forma e peso alle vite, stabilendo cosa viene detto, cosa resta implicito e cosa viene trasformato dal racconto. In questa prospettiva, il romanzo si orienta verso il recupero di storie destinate a restare ai margini, restituendo dignità narrativa a esistenze considerate minori o secondarie.
Con La sonnambula, Bianca Pitzorno prosegue un percorso già avviato nella sua narrativa rivolta agli adulti, confermando una ricerca che si è progressivamente spostata oltre l’etichetta di “scrittrice per ragazzi”. Al centro resta una continuità di metodo, che attraversa generi e destinatari, e che si traduce in un romanzo denso di storie, costruito sul confine tra documento e invenzione, capace di usare il passato per interrogare il presente e di mettere in primo piano una figura femminile che trasforma l’ascolto in competenza e la marginalità in uno spazio d’azione.

