Le notti bianche: da Dostoevskij a Visconti

Le notti bianche” di Dostoevskij, romanzo breve che assume a tratti le caratteristiche del romanzo psicologico, sviluppa alcuni temi cari allo scrittore russo: la fragilità dell’uomo, il senso del peccato, la problematica del destino e l’importanza del sogno come rifugio dall’angoscia.

L’incontro tra due esistenze tormentate lungo un ponte in una bella Pietroburgo notturna è l’occasione per i due protagonisti di aprire il proprio cuore e analizzare i propri sentimenti, anche i più reconditi e i più intimi. Lui definisce se stesso il Sognatore e mai assumerà altro nome. Lei è Nasten’ka, fragile eppure forte: ha amato un giovane locatario di una piccola proprietà della nonna e dopo un anno di separazione da lui, torna ogni sera sul ponte dove si erano dati appuntamento.

La tendenza del Sognatore all’incomunicabilità appare evidente dalle sue stesse parole: “Il sognatore, sapete, se serve una definizione precisa, non è un uomo, ma una specie di essere neutro. Si stabilisce prevalentemente in un angolino inaccessibile, come se volesse nascondersi perfino dalla luce del giorno...” Il sognatore sogna di tutto, sogna della missione del poeta, sogna di politica e impegno civile,  di religione e di musica. Il sognatore è l’artista e in quanto tale la sua sensibilità lo espone alla sofferenza e alla riflessione.

Nasten’ka, nel suo amore incondizionato per l’amante lontano, amore che non manca di un certo erotismo, è fortemente terrena e per quanto persa nella sua illusione, estremamente realista. Il suo mondo, sia pure pervaso di speranza, è il mondo della ragione.

Sono entrambi, il Sognatore e Nasten’ka, in balia del tempo che determinerà la loro esistenza. Ed entrambi hanno paura del futuro. “Il futuro significa la nuova solitudine, significa ritornare a quella vita immobile e vana, e di che cosa si può sognare, se nella realtà io sono stato tanto felice vicino a voi!” Il rapporto spirituale è  così intenso tra i due da generare in Nasten’ka un sentimento d’amore sincero verso il sognatore. La sua scelta finale sarà dunque ancora più dolorosa in quanto il suo cuore sarà diviso tra passione e compassione, tra Eros e Pietas. Una scelta che non può che generare altro dolore e attenuare quella felicità tanto attesa.

Il Sognatore di Dostoevskij diviene, nel film di Visconti, il piccolo impiegato squattrinato degli anni del dopoguerra italiano, in una cittadina non ben identificata, attraversata da ponti e canali. La bella Pietroburgo, di cui sembra sentire il profumo primaverile, si è trasformata in un luogo sporco popolato da emarginati, barboni e prostitute, animato dallo schiamazzo di giovani teppisti sulle moto. È quella umanità reietta sulla quale Visconti ha spesso concentrato la sua attenzione. La scenografia è di una semplicità estrema, dovuta alla necessità di investire meno denaro possibile. Le scene girate a Cinecittà danno al film un’impronta teatrale, dovuta appunto alla staticità del teatro di posa. I due interpreti Mastroianni e Maria Schell sono magnifici. Meno felice la scelta di Jean Marais, l’amante lontano, troppo statico e poco espressivo. La storia è assolutamente credibile, proiettata in un’Italia che cerca faticosamente di riemergere dopo il disastro della guerra. Oltre alla vicenda umana dei due protagonisti, con il personaggio della prostituta, mirabilmente interpretato da Clara Calamai, si mette in evidenza la condizione di sfruttamento a cui deve rassegnarsi la donna che non ha altro mezzo di sostentamento. Altrettanto ben riuscita la scena della sala da ballo dove si cerca di dimenticare gli affanni di una giornata di lavoro nel rock, ballo tanto affascinante, quanto rivoluzionario.

Non c’è più nulla dunque del Sognatore artista di Dostoevskij nel film di Visconti: ma è proprio qui il grande pregio di questo film, che si guadagnò anche il Leone d’argento alla XVIII mostra di Venezia.

Ciò che nel romanzo è meravigliosamente espresso dalla parola non poteva che essere tradotto in un linguaggio cinematografico che rappresentasse una realtà tutta italiana, dove il piccolo impiegato senza grandi prospettive e un po’ sleale ritrova la sua dignità nel momento in cui, con un atto di grande generosità, riesce a rinunciare a quell’amore in cui aveva sperato.

Da segnalare la splendida musica di Nino Rota.

di Anna Maria Balzano