Le parole di Marguerite

Di nuovo guardiamo al di là della parole, del momento. Guardiamo il fiume, la piazza, l’estate sonnolenta.
In Emily L.di Marguerite Duras, le parole tornano a raccontarci l’estraneità, la distanza e l’amore, anche se è difficile spiegare ciò che ancora non si riesce a comprendere. La sensazione non è definitiva, ma oscilla tra il desiderio di scriverle, le parole, e la paura di sbagliare.
Non importa la lingua, non è difficile immedesimarsi, interpretare i suoni di un lessico sconosciuto, ma ciò che importa è il significato.

Non posso smettere di scrivere. Non posso. E questa storia, quando la scrivo, è come se ti ritrovassi…come se ritrovassi i momenti in cui ancora non so né quello che succede, né quello che succederà…né chi sei, né quello che sarà di noi…
Le parole rendono la realtà, la modellano, la creano là dove ancora non c’è nulla. Ecco spiegata la paura di non sapere che dire, di non saper dare forma alle emozioni o di dare vita a ciò che appartiene solo ai pensieri più profondi. Una volta pronunciate, le parole, non si torna indietro, le parole non si voltano.

Gli amanti francesi di questo delicato e, al contempo, drammatico racconto di Marguerite Duras, lo sanno molto bene.
Così pesano le paure prima di dare voce ai pensieri, seduti al Caffè de la Marine, ospiti di un albergo del Nord della Francia, lontano da Parigi, lontano da loro stessi. Lui, l’uomo, non la guarda, volta il proprio sguardo altrove e misura le parole. A volte – dice lei – quando parliamo insieme, è difficile come morire. – Ė vero – risponde lui. Lui la teme e teme la sua scrittura, la sua profonda esigenza di raccontare, di scrivere della loro storia, che il lettore non riesce e non può neppure immaginare.

Non sono soli, seduti a quel bar. C’è un’altra coppia, un uomo e una donna che parlano in inglese, siedono di fronte a loro e davanti a loro, sul bar, c’è la bottiglia vuota di Pilsen scura extra e il bicchiere da whisky in cui adesso si sta sciogliendo un po’ di ghiaccio.
Non è lui, il Captain ad attirare l’attenzione dei francesi – lui e il suo yatch in avaria – ma è la donna che lo accompagna. Ė lei a farsi portatrice di un silenzio assordante, con il suo sguardo rivolto al pavimento e la tristezza disegnata sul volto. Anche lui, l’uomo inglese la scruta, la cerca, l’adora e come gli altri sembra esserne attratto irrimediabilmente.

Così, concentrati dapprima su se stessi, gli amanti francesi sembrano costretti a volgere finalmente lo sguardo altrove. Le parole diventano lo strumento per trovare o cercare di trovare le risposte a domande nuove.
Li guardiamo. Quei due davanti a noi, di colpo. Vengono da lontano da una distanza incommensurabile. Sono arrivati qui alla fine dell’ultimo viaggio. Ė chiaro, lampante. Ecco, i viaggiatori, in quell’umiltà che precede la morte, offerti al nostro sguardo. […] Non sappiamo perché vogliamo a tal punto vederli ancora, tenerli per noi. Non sappiamo neppure dire che cos’è. Né come chiamare quello che è in loro e che ha attraversato il tempo.

In poche righe di assoluta bellezza, Marguerite Duras intreccia destini servendosi dello sguardo dei suoi stessi protagonisti, rapiti dal fascino dei due sconosciuti. Guardando fuori da loro stessi, i due amanti iniziano finalmente a comprendere.
Ti lascio. Nello stesso istante smetto per sempre di parlarti e ti parlo per la prima volta.

Ciò che colpisce e rapisce di queste pagine essenziali sono le pause, il giusto spazio concesso alle parole per muoversi in libertà senza stancare, asfissiare, distruggere.
Con questo racconto, anche la Duras esce da se stessa, dal suo consueto raccontarsi che è spesso autobiografico, come in uno dei suoi romanzi di maggior successo, L’amante.
La Duras di queste pagine è inconsueta, spiazzante e carica di significati: le parole dei protagonisti diventano per loro stessi il punto di contatto, di vicinanza alla realtà, un’ancora di salvezza nel mare della follia.

La donna inglese è Emily L., un omaggio della scrittrice francese a Emily Dickinson e ai suoi versi, capaci di attirare e volgere oltre lo sguardo.

di Lucilla Parisi