L’età fragile

L’età fragile di Donatella Di Pietrantonio, Einaudi 2023

Non esiste un’età senza paura. Siamo fragili sempre, da genitori e da figli, quando bisogna ricostruire e quando non si sa nemmeno dove gettare le fondamenta. Ma c’è un momento preciso, quando ci buttiamo nel mondo, in cui siamo esposti e nudi, e il mondo non ci deve ferire. Per questo Lucia, che una notte di trent’anni fa si è salvata per un caso, adesso scruta con spavento il silenzio di sua figlia. Quella notte al Dente del Lupo c’erano tutti. I pastori dell’Appennino, i proprietari del campeggio, i cacciatori, i carabinieri. Tutti, tranne tre ragazze che non c’erano più.

Amanda prende per un soffio uno degli ultimi treni e torna a casa, in quel paese vicino a Pescara da cui era scappata di corsa. A sua madre basta uno sguardo per capire che qualcosa in lei si è spento: i primi tempi a Milano aveva le luci della città negli occhi, ora sembra che desideri soltanto scomparire, si chiude in camera e non parla quasi. Lucia vorrebbe tenerla al riparo da tutto, anche a costo di soffocarla, ma c’è un segreto che non può nasconderle. Sotto il Dente del Lupo, su un terreno che appartiene alla loro famiglia e adesso fa gola agli speculatori edilizi, si vedono ancora i resti di un campeggio dove tanti anni prima è successo un fatto terribile. A volte il tempo decide di tornare indietro: sotto a quella montagna che Lucia ha sempre cercato di dimenticare, tra i pascoli e i boschi della sua età fragile, tutti i fili si tendono. Stretta fra il vecchio padre così radicato nella terra e questa figlia più cocciuta di lui, Lucia capisce che c’è una forza che la attraversa. Forse la nostra unica eredità sono le ferite.

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Leggi l’articolo “Maria Boscaro: «Mia figlia Tamara uccisa a 23 anni sul Monte Morrone. Con la morte di Giulia la ferita si è riaperta»” a questo link

Un libro rievoca la strage del ’97. La madre della padovana Tamara Gobbo, vittima con l’amica Diana Olivetti di un pastore in Abruzzo, parla per la prima volta: «Volevo incontrare Gino Cecchettin ma era assediato, come noi allora»

«Quando a novembre ho visto gli elicotteri alzarsi in volo sopra Vigonovo per cercare Giulia cecchettinho pensato a Tamara, agli elicotteri che cercavano lei e Diana sul Morrone. Una ferita che ha ricominciato a sanguinare». Maria Boscaro è la mamma di Tamara Gobbo, la ragazza di 23 anni originaria di Villatora di Saonara (Padova) uccisa sul Monte Morrone, in Abruzzo, il 20 agosto del 1997 insieme alla sua amica Diana Olivetti, coetanea di Albignasego (Padova). Le assassinò un pastore macedone di 23 anni che voleva abusare di loro. Una terza ragazza, Silvia, sorella di Diana, venne colpita da un proiettile all’addome, svenne, l’assassino la credette morta. Riuscì a mettersi in salvo e a trovare aiuto dopo aver corso lungo i sentieri per ore. Da poco è uscito un libro cui fa da sfondo questa tragedia. Si chiama «L’età fragile» di Donatella Pietrantonio, edito da Einaudi. L’autrice racconta il trauma subito da una comunità abruzzese a causa di quel delitto, la protagonista, pur sfiorata dal delitto, ne porterà le conseguenze per sempre.

Maria ha letto il romanzo?
«No, mi hanno detto che in alcuni tratti è molto crudo, non credo che sarei in gradi di affrontarlo».

 Sono passati 27 anni, voi e gli Olivetti non parlaste con i giornalisti, come fu la stampa con voi all’epoca?
«Feroce: noi eravamo in Abruzzo e qui a casa non c’era nessuno che potesse dare delle risposte ai giornalisti che stavano ore davanti a casa nostra, al funerale mio cognato li cacciò».

La stessa cosa è accaduta anche con Giulia Cecchettin, ha pensato di andare a trovare suo padre?
«Ho pensato di andarci, ma poi ho visto che era assediato da tante persone, ho preferito fare un passo indietro».

Quel 20 agosto 1997, cosa ricorda?
«Era sera, stavamo uscendo per andare a torneo di pallavolo, ci chiamarono i carabinieri di Albignasego, dove abitavano gli Olivetti, chiedendoci di andare in caserma. Giunta lì capii subito che mia figlia era morta: ci dissero che Diana e Tamara erano disperse, ma nessuno mi guardava negli occhi, dai loro sguardi bassi capii che non avrei più rivisto mia figlia».

Silvia, sopravvissuta, era in ospedale.
«Con una lucidità incredibile fece un ritratto del pastore: era stata così precisa che lo trovarono subito.Scoprimmo che aveva già tre fogli di via, ed era ancora lì».

Come fu il rapporto con gli abruzzesi?
«Buono, la gente del posto si comportò bene con noi, alcuni di loro ci ospitarono».

Quando aveva sentito Tamara l’ultima volta?
«Il giorno prima dell’omicidio, mi disse di quell’ultima escursione, sarebbero tornate a casa il giorno dopo».

Chi era Tamara? Cosa sognava?
«Era stata una bravissima studentessa, a scuola aveva conosciuto Diana, erano diventate subito grandi amiche, amavano la montagna e il volontariato, avrebbe voluto partire per il Perù con l’associazione Mato Grosso, dedicava tutto il suo tempo libero al volontariato».

Che fine ha fatto il pastore macedone Halyebi Hasani?
«E’ stato condannato all’ergastolo, poi è stato estradato in Macedonia. Ma noi non ci siamo costituiti, nostra figlia non ce l’avrebbe restituita nessuno».

Con la famiglia Olivetti siete in contatto?
«Si, ci sentiamo e vediamo spesso. Silvia, la ragazza che è sopravvissuta, non vive qui».

L’abbiamo contattata per un’intervista, ha gentilmente rifiutato.
«Lo credo bene, noi abbiamo passato l’inferno, ma per lei è stato peggio».

Pensa di incontrare l’autrice del libro?
«So che la sindaca vuole invitarla per un incontro pubblico, mi piacerebbe conoscerla».