Afa

Descrizione

Napoli. Anni Novanta. Andi, il protagonista, non riesce a stare solo… Una scrittura tanto imprevedibile quanto vera che rincorre le idee senza condizionamenti convenzionali.

Autore: Soldi Luca

Editore: Ad Est dell'Equatore

Autore della recensione: Riccardo Melito

 

Recensione

Una decina di anni fa usciva nelle sale il film Canicola di Ulrich Seidl. Raccontava sei storie che si svolgevano in un afoso weekend estivo in un quartiere periferico e residenziale di Vienna. L’atmosfera era ovattata e oppressiva, il caldo e l’afa sembravano emanare dallo schermo e invadere la sala cinematografica climatizzata, mentre immagini insensate di atti violenti scorrevano attutite da quella canicola. La stessa sensazione oppressiva di insensatezza è trasmessa da Afa, esordio romanzesco di Luca Soldi, pubblicato dalla Ad Est dell’Equatore, piccola e coraggiosa casa editrice napoletana attenta alle opere prime, agli esordienti.

Durante un’estate degli anni ’90, Andi attraversa Napoli, elogiando il Cilento e incontrando i suoi amici. Scrittore affermato, ma in crisi, continua a far scorrere le giornate una dietro l’altra, inseguendo neanche lui sa cosa e Charlotte, donna imprendibile e impossibile. In questo continuo girare a vuoto Andi è accompagnato da due presenze eteree, frutto della sua mente e specchio di altrettante parti del suo ego: un pittore scomparso, un artista capace di stare da solo e di raggiungere la calma necessaria a produrre le sue opere, e l’uomo delle vele, detentore della saggezza concessa a chi sa trattare il mare. Andi, nel vano tentativo di ritrovare il senso dell’esistenza e della creatività, si abbandona a questo costante girare, a questa bulimia relazionale che non ha un approdo o una direzione e che si rivela perciò sterile e insensata, trascurando le sue responsabilità in questa inesorabile caduta al rallenty.

Attraverso una narrazione fintamente corale, si viene calati in un flusso di coscienza fatto di flashback e salti spaziali e temporali, si procede per associazione d’idee sull’onda di una colonna sonora rock composta dai Garbage, dai Metallica, dai Cure, dai Nirvana, dagli Apollo 440, dagli U2, insomma da tutto il pop anni ’90. Ne emerge un senso di spaesamento che rimanda tutta la vacuità delle relazioni e delle formalità sociali. Impossibile non pensare alla noia borghese che attanaglia i protagonisti di Meno di Zero di Ellis, affrontata da entrambi gli autori a colpi di droghe, liquori e sesso, il tutto all’insegna della più tronfia incoscienza. Un viaggio all’interno di una deriva mentale e di quell’epoca che ha inaugurato l’avvento del nuovo millennio, uno sguardo critico verso le sue illusioni e false speranze, verso i molli borghesismi che l’hanno contraddistinta, perché, come scrive l’autore: “non so ancora che fare”.

Recensione di Riccardo Melito