Alexis

Romanzo che nel 1929 segnò l’esordio di Marguerite Yourcenar nella letteratura, “Alexis” ha la qualità propria dei libri che restano nel tempo: una grandezza che si riconosce solo più tardi, come è avvenuto per l'”Opera al nero” e per le “Memorie di Adriano”. E’ la storia di un giovane che cerca di uscire dalla situazione falsa che mette in scacco il suo matrimonio. Al momento di abbandonare la moglie, egli le scrive le ragioni del suo distacco, chiamandola a testimone della lotta vana che ha condotto contro la propria inclinazione omosessuale. Reagendo a una prova precedente che indulgeva alla moda delle biografie romanzate (“Pindare”), la Yourcenar, ventiquattrenne come Alexis, si concentra qui per la prima volta su una vicenda delimitata, ‘intimista’, spingendosi in profondità nella psicologia del personaggio. L’omosessualità e il titolo stesso del romanzo richiamano un’opera giovanile di Gide (il “Traité du vain désir”) ma si avverte molto più forte l’influenza del Rilke di “Malte Laurids Brigge”, a cui sono vicini il tono, gli scrupoli, la religiosità di Alexis, quella tenerezza diffusa che egli emana sulle persone e le cose. Un libro raro, e di quelli della Yourcenar uno dei pochissimi ch’ella non abbia provato a riscrivere, paga di aver detto quanto c’era da dire.

Autore: Yourcenar Marguerite

Editore: Feltrinelli

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

Per commentare Alexis di Marguerite Yourcenar ci affidiamo alle dichiarazioni dell’autrice, riportate nella prefazione dell’edizione Feltrinelli del romanzo.

L’opera è la confessione epistolare con la quale il giovane Alexis Géra, musicista, da Losanna dichiara alla moglie Monique – che volutamente rimane sempre una figura in controluce (“Niente è più segreto di un’esistenza femminile”) – i motivi del proprio allontanamento: le tendenze omoerotiche, per molti anni sottaciute e vanamente contrastate, l’hanno condotto a proclamare la verità e a porre fine a un matrimonio di copertura.

Nella prefazione la Yourcenar rivela la genesi del componimento e i motivi per i quali esso non è stato sottoposto a revisione alcuna anche a distanza di anni: “… Pubblicato nel 1929… trent’anni circa sono passati dalla sua pubblicazione… le idee, i costumi sociali e le reazioni del pubblico si sono modificati, meno di quanto si creda, tuttavia… mi aspettavo di dover apportare al testo un certo numero di ritocchi… questo libretto è stato lasciato com’era, e per due ragioni: … è… una confidenza strettamente collegata a un ambiente, un tempo, un paese ormai scomparso dalle carte geografiche… questo racconto, a giudicare dalle reazioni che provoca tuttora sembra aver conservato una specie di attualità e perfino di utilità per certuni.”
Chi conosce la biografia dell’artista, probabilmente intuisce che la scrittrice parla anche della propria esperienza personale: “Il dramma di Alexis e di Monique non ha smesso di essere vissuto e senza dubbio continuerà ad esserlo finché il mondo delle realtà sensuali sarà sbarrato da proibizioni, le più pericolose sono forse quelle del linguaggio…”

Il racconto viene condotto con eleganza, mai in modo troppo diretto o esplicito, per precisa scelta stilistica e non per pregiudizio: “L’oscenità, espediente letterario che in tutti i tempi ha avuto i suoi adepti, è una tecnica d’urto giustificabile quando si tratti di forzare un pubblico puritano o apatico a guardare in faccia ciò che non vuol vedere… una simile soluzione brutale, però, rimane pur sempre una soluzione esteriore… la brutalità del linguaggio dissimula la banalità del pensiero e… non è affatto incompatibile con un certo conformismo.”

Il tema è quello drammatico della dilacerazione tra amore ideale e amore sensuale: “La preferenza di Alexis per il piacere gustato indipendentemente dall’amore e la sua diffidenza verso ogni legame prolungato sono caratteristiche di un’epoca in rivolta contro un secolo di esagerazioni romantiche.” Come verrà esplicitato nell’opera: “Così ho dissociato l’amore.

Margherita Yourcenar rivela anche gli antecedenti letterari e gli influssi che hanno agito sulla composizione dell’opera.
“Il nome del protagonista… deriva dalla seconda egloga di Virgilio, Alexis…”
Il sottotitolo… Il trattato della lotta vana, fa eco al Trattato del desiderio vano … di André Gide.”
Anche se i riferimenti a Gide non sono poi così sostanziali (“Le opere di Gide… la loro influenza su Alexis fu dovuta… al rumore da esse sollevato, a quella specie di pubblica discussione organizzantesi intorno a un problema fin allora esaminato a porte chiuse…”), mentre potentemente opera “l’influenza dell’opera grave e commossa di Rilke”.

Nel testo trapelano la vocazione drammatica (“È già abbastanza essere prigioniero di un istinto, senza doverlo essere anche di una passione; e io credo sinceramente di non aver mai amato”), l’intimismo (“Il mio peccato non aveva avuto per testimone che un complice e questo complice era scomparso. È l’opinione altrui che conferisce ai nostri atti una sorta di realtà; i miei, ignorati da tutti, non avevano maggior realtà dei gesti compiuti in sogno”) e lo psicologismo (“La nostra memoria è anche il nostro zimbello. A forza di ripeterci ciò che avremmo dovuto fare, ci pare impossibile non averlo fatto. Il vizio consisteva per me nell’abitudine al peccato; non sapevo che è più difficile cedere una volta sola che non cedere mai”), le inquietudini esistenziali (“I fantasmi sono invisibili perché li portiamo in noi”) ed esistenzialiste (“Amica mia, a torto noi crediamo che la vita ci trasformi: essa ci consuma…”), la sensibilità raffinata (“È la nostra immaginazione che si sforza di rivestire le cose, ma le cose sono divinamente nude”) di una delle scrittrici più apprezzate del secolo scorso.

Bruno Elpis